Facebook condannata. CasaPound e la libertà d’espressione politica e giornalistica

13.12.2019 – 09.58 – Il tribunale Civile di Roma, riaccendendo indirettamente il dibattito politico fra destra e sinistra, ha accolto il ricorso presentato dal movimento di CasaPound subito dopo l’oscuramento della pagina ufficiale sul Social Network, ordinando l’immediata riattivazione della pagina. Anche altre pagine di movimenti politici o vicini alla politica erano state oscurate sia nello stesso periodo che in giornate successive, alcune delle quali con riattivazione molto rapide e altre invece congelate nell’oblio o cancellate.

censurata da Facebook: una locandina con un disegno di un artista triestino, Raimondo Pasin, raffigurante Palazzo Smolars, e, sotto, la Giuditta di Klimt

Vale la pena di ricordare che la censura di Facebook cade un po’ qui e un po’ là, anche se sembra colpire con frequenza più elevata sui più piccoli, sugli indipendenti e su chi è al di fuori dai cori; un bavaglio motivato a volte da situazioni oggettive, e più spesso da pretesti che fanno sorridere amaramente e constatare che è più facile venir ‘strozzati’ per le statue dai magnifici capezzoli di pietra di palazzo Smolars a Trieste che per le immagini che incitano all’odio e violenza. E che quanto si tratta di questi argomenti, Facebook è una macchina inappellabile: non esiste un servizio di supporto diretto al quale fare appello, o la possibilità di parlare con un responsabile o con il team preposto all’etica e alla valutazione delle pagine e dei post pubblicati. L’unica Chat di Facebook a rispondere alle richieste di supporto, putacaso, è quella commerciale, che si occupa delle inserzioni pubblicitarie a pagamento; e che puntualmente, nel caso di problemi come quelli della limitazione di visibilità o di oscuramento della pagina, conclude dicendo: “Non possiamo fare niente, in quanto non di nostra competenza”. Per chi subisce l’improvviso oscuramento o la riduzione, subendo un danno rilevante d’immagine e non di rado economico, non rimangono che due strade: dare meno importanza nella sua vita e nei suoi affari al Social Network (cosa che però, oggi, per un partito politico è molto difficile; lo è anche per un quotidiano), oppure rivolgersi al giudice.

censurati da Facebook: articoli riportanti fatti di cronaca marcati come ‘sensazionalistici’ e ridotti del novanta per cento di visibilità

Proprio alla base della decisione del giudice, Stefania Garrisi, come si legge nella sentenza, una considerazione importante rispetto alla quale Facebook, di recente, come azienda si è già trovata in forte difficoltà: il ruolo pubblico svolto ormai dal Social Network non gli consente più di presentarsi esclusivamente come un soggetto privato e basta. E se un privato, nel rispetto della legge, può fare quello che vuole, Facebook no. Il Social Network di Mark Zuckerberg è di fatto un gestore d’informazione e quindi il rapporto fra Facebook e CasaPound non è “assimilabile al rapporto tra due soggetti privati qualsiasi in quanto una delle parti, appunto Facebook, ricopre una speciale posizione”. Considerazione che, se valida per il rapporto fra Facebook e un suo utente, lo è ancora di più nel caso di un partito o movimento politico, nei confronti del quale va garantito il pluralismo: “il soggetto che non è presente su Facebook è di fatto escluso (o fortemente limitato) dal dibattito politico”. Vale anche per i quotidiani e gli organi ufficiali d’informazione, che possono, allo stato attuale, venir limitati a piacimento, nella diffusione, dell’informazione, dal Social Network di Zuckerberg? Lo si vedrà, la strada è ancora lunga; anche se pesa in termini di libertà giornalistica e d’informazione avere sopra la testa una mannaia che può scendere di colpo senza motivo, senza spiegazione, senza possibilità di dibattito tagliando tutte le visualizzazioni Social.

La sentenza di Stefania Garrisi intanto obbliga Facebook a rispettare “i principi costituzionali e ordinamentali”, e la pagina di CasaPound va immediatamente riattivata. Visto dal lato del cittadino, un diritto sacrosanto, a meno che “non si dimostri (con accertamento da compiere attraverso una fase a cognizione piena) la loro violazione da parte dell’utente”. L’utente di Facebook è quindi innocente fino a prova contraria. E, aggiungono i commentatori, non sta a Facebook decidere il valore delle prove, l’innocenza o la colpevolezza dell’intenzione. Il Tribunale di Roma ha stabilito una penale di 800 euro per ogni giorno di violazione dell’ordine impartito, successivo alla conoscenza legale dello stesso, e con grande soddisfazione di Gianluca Iannone e di CasaPound ha condannato Facebook a rifondere le spese di giudizio pari a 15mila euro; inezie, il fatturato di Facebook è di più 40 miliardi di dollari. Ma non è quello il punto.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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