“Straniero nella sua città” I protestanti triestini e la Grande Guerra

16.11.2019 – 07.30 – Trieste negli anni di passaggio tra l’ultimo quarto dell’ottocento e i primi del novecento assistette a un cambiamento storico-economico fondamentale: alla città-porto subentrava la città industriale, dal porto-emporio con il mercante si passava al porto moderno con gli spedizionieri, alla Borsa quale centro del potere succedeva il Consiglio Comunale, al potere delle grandi compagnie commerciali seguiva quello delle banche, degli istituti finanziari e assicurativi. La stessa, impetuosa, crescita demografica avvertita nei primi anni del novecento, dopo il temporaneo stallo causato dall’abolizione del Porto Franco (1891), cambiava radicalmente il tessuto sociale della città: le minoranze religiose perdevano consistenza numerica, sprofondavano nel mare indistinto dell’anonimato.
Il senso religioso era quanto mai scarso; caratteristica d’altronde di una città mercantile e proprio per questo disamore per la spiritualità, tollerante. Come d’altronde la comunità ebraica, quella protestante preferiva dedicarsi ad attività filantropiche e sociali, con il fine di inserirsi nel tessuto cittadino. La partecipazione ecclesiastica passava così in secondo piano. Il giornale “Il Piccolo” scriveva, il 16 giugno 1899: “Da noi la confessione religiosa, le pratiche di culto, il grado della devozione sono riguardati da tutti come questione puramente individuale, come il diritto naturale, come la proprietà”.
In quest’ambito, verso i primi decenni del novecento, la situazione del movimento protestante a Trieste restava buona, per quanto ormai emarginata rispetto al passato.
La comunità anglicana, la quale era sempre equivalsa con la nazione britannica, reggeva il passo: dopo il primo flusso migratorio di imprenditori inglesi dediti al commercio, nella prima metà dell’ottocento, era seguita una fase maggiormente operaia, dove erano confluiti a Trieste inglesi esperti nella “tecnica”. Si andava dai fabbri, ai ferrovieri, ai capitreno, agli operai specializzati… quel genere di “know-how” del quale l’Austria-Ungheria aveva disperatamente bisogno per avviare la sua rivoluzione industriale. Questi nuovi immigrati tuttavia si “triestinizzarono” con grande velocità e già i loro figli, così come i nipoti, parlavano di rado l’inglese, sentendosi vicini più a Trieste che a Londra.
La comunità luterana invece continuò a crescere, raggiungendo il picco di affiliati nel 1912, con 1850 luterani residenti. Il sentimento restava forte, sebbene la comunità non vantasse più da tempo quei grandi nomi che l’avevano resa famosa tra settecento e ottocento.
Altrettanto bene si presentava la piccola comunità metodista che era stata apprezzata dai socialisti e dal popolino per la campagna contro l’alcolismo, condotta con aiuti concreti, senza il discorso moralista proprio della borghesia triestina.
La comunità elvetica rimase ridotta nel numero, ma attivissima nella classe dirigenziale: gli svizzeri seppero infatti appoggiarsi al capitale statale, ad esempio con le imprese navali, e riuscirono così a inserirsi in un settore ormai industriale.

In quest’ambito, negli anni che precedettero la guerra, la città seppelliva il cosmopolitismo triestino favorendo la nascita di una nazione triestina, di una “patria tra le patrie”. Mai un progetto compiuto, quanto piuttosto un filo rosso tra diversi progetti, diverse elaborazioni politiche.
Lo ritroviamo nell’irredentismo culturale, a partire da Scipio Slataper, con Trieste “crogiolo” di tutte le razze. Così come compariva con forza nel socialismo triestino. Senza considerare la lucidità di visione di Angelo Vivante con il suo “Irredentismo Adriatico”.
Un dato poco considerato è come la stessa comunità protestante condividesse questa visione di Trieste quale cittàdi tutte le nazionalità”. Sebbene i toni cambiassero a seconda del filone religioso e della personalità, mutuando dai pangermanisti ai filoitaliani. I metodisti, ad esempio, condussero un’indagine con il proprio giornale, “L’evangelista” (1903), domandandosi “quale atteggiamento devono assumere – specialmente in Italia – gli evangelici di fronte al socialismo e alla questione sociale?”. Il giovane movimento religioso, nato negli Stati Uniti, si era rivelato a favore del socialismo, sebbene col caveat del rifiuto della lotta di classe. Dal suo canto il socialismo italiano guardava con simpatia ai protestanti per l’anticlericalismo, sebbene si ritrovassero ai ferri corti anche i protestanti avendo ormai posizioni di ateismo militante.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interruppe a metà queste riflessioni: i socialisti di tutta Europa tradirono i propri fratelli operai votando a favore del conflitto, mentre gli irredentisti scelsero l’Italia e come tale la guerra. I protestanti, compresi i giovani fratelli metodisti, sopravvissero al conflitto, ma ciascuno a suo modo.
La comunità anglicana venne decimata: chi non fuggì, venne internato come nemico dagli austriaci, mentre la chiesa venne chiusa. Quando la città passò all’Italia, l’economia distrutta della città difficilmente attirava i britannici.
La comunità elvetica intanto se la passava bene per la neutralità della Svizzera: la stessa scelta di passare agli atti ecclesiastici in tedesco non destò proteste dall’amministrazione italiana. Ricordiamo a questo proposito negli anni Venti la figura di Teodoro Escher, il quale, dopo aver studiato a Zurigo ed essere divenuto un famoso chirurgo, assunse la guida dell’Ospedale Maggiore di Trieste.
C’era chi temeva le persecuzioni italiane; eppure già non mancavano quelle austriache. La comunità metodista che annoverava numerosi fedeli con cittadinanza italiana, vide infatti internati nei campi di lavoro diverse famiglie, come i Vinay e i Cozzi.
I luterani, massicciamente tedeschi, erano naturalmente filo-austriaci e filo-germanici e come tali patirono più di tutti. Già nel 1913, prevedendo il conflitto, quattrocento luterani lasciarono Trieste. Un altro esodo seguì alla dichiarazione di guerra dell’Italia, nel 1915: altre quattrocento anime scelsero di rimpatriare. Accanto alla classe imprenditoriale in fuga, tuttavia, c’era un ampio ceto di piccoli commercianti, intorno al 10% della comunità. Difficilmente questi avrebbero potuto abbandonare Trieste.

La Chiesa Metodista presso Scala dei Giganti, dal sito dell’Irsml

Tra costoro impossibile non ricordare la figura di Ermanno Hausbrandt.
Nato a Danzica, ma trasferitosi a Trieste fin dai primi anni, Ermanno frequentò le scuole evangeliche triestine, ricavandone una ragnatela di rapporti utile alla futura carriera. Furono infatti proprio le amicizie e la consorteria protestante tedesca a permettergli di avviare con successo la sua prima dittà. Successivamente, verso i primi del novecento, s’inserì nel mercato del te e del cacao; giungendo quasi per caso a quello del caffè. Hausbrandt fu il primo a proporre il caffè direttamente tostato e già pronto all’uso; una novità all’epoca accolta assai male dalle massaie tradizionaliste. Sempre tra il 1910 e il 1915, Hausbrandt provò a passare alla vendita al dettaglio, con l’apertura di un gran numero di negozi. Fu una mossa preveggente, perchè quando Trieste passò all’Italia, la popolazione affamata di beni di prima necessità si rivolse proprio ai locali di Hausbrandt. Come con il Zeno Cosini di Italo Svevo, il conflitto mondiale aveva fatto bene, anzi benissimo agli affari.
Hausbrandt non era però filoitaliano, anzi; era una figura nota nell’agguerrita Società Ginnastica Tedesca (Eintracht) così come nel Consiglio germanico, un’associazione ultra nazionalista “il cui scopo era il mantenimento e la difesa della “germanicità” pesantemente minacciata dalle attività di gruppi etnici di lingue diverse”. Lo stesso Hausbrandt così rifletteva, verso la fine del conflitto: “poichè non era escluso che la città finisse in mani nemiche ancora prima della fine della guerra, i cittadini iscritti a una cosiddetta “lista nera” fra i quali anch’io, sarebbero stati certamente arrestati”.
Secondo lo studioso Giovanni Carrari, con il passaggio di Trieste all’Italia, la minoranza tedesca venne perseguitata e accusata di fedeltà all’Austria solo quando povera: Carlo Escher, ad esempio, non fu riammesso alla direzione di Borsa per i suoi sentimenti “favorevoli allo scomparso impero”.
Il conflitto l’aveva rovinato, mandato sul lastrico; eppure, allo stesso tempo, quell’Hausbrandt così orgogliosamente tedesco riceveva la cittadinanza italiana. Non era un caso, perché la guerra l’aveva reso ricco oltre misura. Era d’altronde lo stesso Hausbrandt a scherzarci sopra: “non era decentemente possibile negarla [la cittadinanza italiana n. d. R.] a un uomo d’affari tanto conosciuto in città”.
Il clima in ogni caso era ostile, carico di vendetta: Hausbrandt ricordava come suo figlio e i suoi amici tedeschi “dovettero imparare a recitare a scuola odiose poesie contro l’Austria e la Germania”.
Roberto Hausbrandt, uno dei figli, ricordava che a Trieste “era a casa, lì eppure – era uno straniero. Veramente volevo restare sempre dov’era, uno straniero nella sua città?”.
Ermanno Hausbrandt alla fine preferì andare a vivere in una villa a Graz.
Il figlio Roberto rimase a Trieste e divenne traduttore ufficiale del regime fascista, agendo come diplomatico durante la guerra in Grecia e una volta rientrato a Trieste sfuggendo a piè pari all’arruolamento tra le fila tanto dei repubblichini, quanto dei nazisti, quanto dei partigiani. Dopo il cessare del conflitto Roberto Hausbrandt diventerà, ancora una volta nella tormentata Trieste del Governo Militare Alleato (GMA), console onorario della Repubblica Federale di Germania.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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