Fantafestival, alla fine tutti d’accordo. Con la speranza della novità

05.11.2019 – 14.43 – Non è partita con il tanto atteso ‘botto’ la 19ma edizione del Trieste Science+Fiction Festival, la kermesse dedicata agli appassionati del genere fantascientifico che da diciannove anni ha ereditato le sorti e soprattutto i successi del festival della fantascienza. Sotto la stupenda cupola stellata del teatro Politeama Rossetti – che per il terzo anno consecutivo ha ospitato come sede principale la manifestazione – gli appassionati, in grado di  riempire l’intera platea, hanno potuto assistere a una premiere un po’ al di sotto delle aspettative. La proiezione del film Little Joe, infatti, è stata la trasposizione sbiadita dell’idea originale e ben più accattivante da cui fu tratta la pellicola ‘L’invasione degli ultracorpi’ del 1956. La versione della regista austriaca Jessica Hausner, questa volta in chiave edulcorata, ci propone una storia piuttosto scontata, parzialmente abbellita da un fiore di colore rosso sgargiante e molto speciale, in grado di sprigionare una fragranza che, una volta inalata, ti rende diverso, inserendoti nel destino comune di una grande famiglia felice. Un film che parte lentamente senza decollare mai, a tratti persino noioso e anche scontato. Ne rimarrà ben poco nella memoria, battuta materna finale a parte.

È andata decisamente meglio la seconda serata al Politeama Rossetti grazie alla proiezione di due pellicole – preferiamo chiamarle ancora così, con affetto per i tempi andati –  ben diverse ma di sicuro effetto e dunque piacevoli. After Midnight, del regista e attore protagonista Jeremy Gardner, è stata la classica perla che non ti aspetti, in grado di distogliere momentaneamente lo spettatore da una prevedibile linea narrativa salvo poi catapultarlo, non senza ironia, in un finale grottesco e irriverente. Una storia d’amore e di sparizione, attese e solitudini e qualche battuta che non nuoce. E dunque ben venuto al Festival. A mettere d’accordo tutti, semmai ce ne fosse stato davvero bisogno, ecco in seconda serata Terminator: destino oscuro, presentato in versione originale e in anteprima nazionale. Anche se la storia si ripete, rischiando di incartarsi nelle perplessità di dejà vu temporali, il film, ovviamente fuori concorso, rimane uno dei grandi classici della fantascienza e Sarah Connor (al secolo Linda Hamilton) con il Terminator ad honorem (naturalmente Arnold Scwarzenegger) si confermano degni e attesi protagonisti. Più della  storia, di cui probabilmente anche qui non rimarrà molto, colpiscono invece le battute e gli ammiccamenti di Linda e Schwarzy, sempre fedeli ai propri personaggi, anche queste diventate oramai di culto a giudicare dagli applausi a più riprese della numerosa platea. Piacevole troppe senza pretese, ma con tanto affetto.

Nella terza serata del Festival abbiamo assistito alla rappresentazione di Iron  Sky: the coming race, l’atteso sequel del regista finlandese Timo Vuorensola, un film che,  preannunciato come esilarante trash fantasy, è stato in grado di mantenere tutte le aspettative. Impreziosito dalla partecipazione in sala dello stesso regista, capace di scaldare per carica e simpatia gli animi del numeroso pubblico triestino, Iron Sky: the coming race si rivela tutt’altro che  un film superficiale, viste le diverse ed esplicite allusioni alla politica e società attuale. Ed è così che la base lunare e il viaggio al centro della terra, tra ex nazisti e animali preistorici, diventano un efficace strumento per riflettere un po’ di più su chi siamo e dove andiamo, con il sorriso sulle labbra ma senza prendersi troppo sul serio. Almeno per 90 minuti: ben fatta, Timo!

Ancora modesta la quarta serata del Festival, almeno a giudicare dalle due rappresentazioni del  teatro Rossetti. Sea fever, è il classico monster movie, in versione neppure troppo thriller, che vede l’uomo da un lato e una gigantesca creatura marina dall’altro nell’eterna lotta per la sopravvivenza e il mantenimento dello spazio vitale. Il film, che offre comunque l’occasione per riflettere e affrontare le responsabilità per le nostre azioni verso il regno animale e il pianeta, si lascia vedere, anche senza l’atteso “wow” finale, per un comunque più che probabile sbarco al botteghino. Decisamente peggio Blind spot, del duo francese Pierre Trividic e Patrick Mario Bernard, che ci si sono cimentati addirittura in coppia per un film davvero inconcludente. Eppure, il tema affrontato, quello dell’uomo invisibile che perde il controllo dei suoi poteri, sarebbe  potuto diventare lo spunto ben più interessante per dare vita a una delicata storia d’amore con una donna non vedente incontrata per caso. Perché anche se l’amore è cieco, con due registi a girare un film si dovrebbe vedere decisamente meglio. Incompleto, peccato.

Nella media con quanto visto nelle serate precedenti, seppur con un piacevole sussulto, è stato anche il sabato del Rossetti con le proiezioni di Extra Ordinary e Aniara. Il primo film, una brillante commedia irlandese ispirata a l’Esorcista, questa volta in chiave humor british, è riuscita a strappare risate e applausi a più riprese, dando quel tocco di demenzialità e spensieratezza a cui il festival anche nelle passate edizioni ci aveva spesso abituati. Apprezzato. Decisamente mediocre Aniara, dove le avventure di un’astronave crociera con a bordo diverse centinaia di passeggeri, andata fuori rotta per un incidente e destinata a vagare nello spazio infinito, rimangono poco più di una buona idea. Un film svedese in stile Ikea, (le scene sull’astronave sono stare girate in un centro commerciale e in una scuola) che, seppur il più vicino alla fantascienza tra quelli visti, è in qualche momento ambientalista, non convince per lentezza e a tratti anche per un paio di scene superflue e di cattivo gusto. Eppure, potrebbe anche piacere. Molto peggio, comunque,  è stato l’acquazzone finale in perfetto stile catastrofico che ha atteso gli spettatori dopo la mezzanotte all’uscita del teatro.

Per quello che abbiamo potuto vedere, questo festival ha deluso un po’ le aspettative, del resto sempre molto alte viste la tradizione e le precedenti edizioni. Certo, non è facile per gli organizzatori reperire sul mercato film originali e di qualità, e comunque non è neppure corretto giudicare una manifestazione da soli otto film, visto la gran quantità di produzione comunque offerta e suddivisa tra le due sale. E poi, comunque, ci sono sempre i gusti e le sensibilità, personalissimi e fortunatamente mai uguali. Però, un festival è sempre e comunque una grande festa, per tutti gli appassionati del settore. Per questo motivo, forse non ha molto senso scervellarsi sul significato di alcuni film, su quello che sarebbe potuto essere ma non è stato, certe incongruenze come le scarse originalità. Il festival della fantascienza – per i più attempati che lo chiamano ancora così – alla fine mette sempre d’accordo tutti, come una bella donna che piace e continuerà a piacere nonostante le imperfezioni o le rughe dell’età. Perché, tra i raggi fotonici e l’alabarda spaziale, noi tutti ci incontreremo ancora tra un anno nella speranza di vedere quel film che fa la differenza e da ricordare almeno per un altro anno che verrà. Lunga vita e prosperità.

[r.a.]

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