21.10.19 – 18.39 – “Nella stanza di pernotto, in carcere, la forbice consentita per tagliare la carta e lo spago è quella della Chicco”, spiega il manifesto che introduce chi guarda nell’atmosfera della mostra. “Puoi portare carta, stoviglie di plastica, colla stick e scotch”. Alla presenza di Piervalerio Reinotti, presidente del tribunale di Trieste che ha ospitato la parte più visibile dell’iniziativa, di Giovanni Maria Pavarin, presidente del tribunale di sorveglianza, Alessandro Cuccagna, presidente degli ordine avvocati, e Laura Famulari, dirigente amministrativo, si è avviata la settimana scorsa alla sua conclusione la mostra “Barcoliamo… a vele spiegate”, organizzata dalla Casa Circondariale di Trieste assieme al Garante comunale dei diritti dei detenuti, Elisabetta Burla, che è rimasta allestita dal 7 al 19 ottobre 2019.
L’iniziativa è partita dall’idea di coinvolgere anche la popolazione privata della libertà nello spirito di “Barcolana 51”: niente è più libero del mare, e l’occasione di avvicinare il ‘mondo di fuori’ a quello ‘di dentro’ ha permesso di spaziare nella creatività e nella fantasia. La mostra, i collaboratori della quale sono stati coordinati dalla sua curatrice, Gianna Zago, grafologa, e che ha visto la partecipazione dei fotografi Andrea Carloni e Giuliana Raspar che hanno unito il loro lavoro a quello dei detenuti, è stata accreditata all’interno delle iniziative collegate alla regata triestina, e ai primi di settembre le idee, raccolte assieme ai detenuti della Casa Circondariale di Trieste hanno iniziato a prendere, letteralmente, una forma: quella di una installazione temporanea di grandi dimensioni, grazie alla disponibilità manifestata dal presidente Reinotti rinnovata anche per occasioni future, sistemata all’interno del Palazzo di Giustizia.
Non facile, per i volontari e per il personale che ha coadiuvato l’opera creativa dei detenuti, trovare un modo per far avere loro, nel rispetto delle normative di sicurezza, i materiali giusti e gli attrezzi necessari all’esecuzione del lavoro manuale e alla realizzazione dell’installazione. Il piccolo miracolo, utilizzando tutto ciò che si poteva trovare e soprattutto portare all’interno, si è realizzato e concretizzato attraverso laboratori al lunedì e martedì nella sezione femminile del carcere di Trieste e al giovedì e venerdì in quella maschile. In tutto, poco meno di una trentina, con una maggioranza maschile così come la stessa popolazione del carcere, i detenuti e le detenute che hanno partecipato alla creazione dell’installazione artistica.
L’ultimo di questi incontri è stato quello che ha portato all’allestimento di due delle componenti della mostra anche all’interno delle singole sezioni del carcere, “perché non si è trattato”, ci ha spiegato Elisabetta Burla, “di una sola installazione, quella più grande del Palazzo di Giustiza, ma di tre, in tre sedi diverse: in ciascuna di queste sedi sono stati esposti i lavori delle persone private della libertà, assieme agli scatti dei due fotografi, Carloni e Raspar, che hanno aderito all’iniziativa. Per far incontrare, almeno simbolicamente, due mondi”.
Dopo la conclusione della mostra, le iniziative per mantenere aperto un varco ideale, un ponte fra le due realtà rappresentate da chi vive una condizione di privazione di libertà e chi conduce invece una vita normale, proseguiranno, con l’auspicio del Garante e dei collaboratori che operano nella Casa Circondariale di poterne ampliare lo spettro e la frequenza. Perché, come ricorda ancora il manifesto: “In una stanza di circa 15 metri quadrati si vive in 4 in due letti a castello, con 2 armadietti a testa, 3 tavolini, 4 sgabelli, il bagno. La stanza in cui si dorme è aperta dalle 8.30 alle 11.30 e dalle 12.30 alle 17.45, e in questi orari ci si può muovere all’interno del tratto, che non ha altri arredi, e non ha molto spazio. La spesa si fa la domenica; si ordina, e quello che hai ordinato poi viene consegnato il venerdì seguente. I funzionari della professionalità giuridico pedagogica, prima chiamati educatori, presenti in istituto sono tre, di cui uno in orario ridotto. Il direttore del carcere ricopre più incarichi nel Triveneto”. A fine agosto di quest’anno, le persone private della libertà e trattenute nella Casa Circondariale erano 202, di cui 29 donne.
[r.s.]
[nella foto di gruppo, da destra Emilia Colella (scuola), Chiara Miccoli e Margherita Venturoli (funzionari della professionalità giuridico pedagogica), Giuliana Raspar (fotografa), Elisabetta Burla (Garante dei detenuti), Gianna Zago (curatrice del progetto e persona che ha seguito i laboratori). Alle loro spalle Bruna Busdon (scuola), e sempre da destra Andrea Carloni (fotografo), Piervalerio Reinotti (presidente tribunale), Laura Famulari (dirigente amministrativo), Anna Bonuomo (responsabile area educativa), Alessandro Cuccagna (presidente Ordine Avvocati) e Giovanni Maria Pavarin (presidente Tribunale di Sorveglianza)]














