21.09.2019 – 09.00 – La ginnastica moderna vanta origini teutoniche: fu infatti Federico Lodovico Iahn, nato nel 1778, originario di Lanz, a inventare questa disciplina, con l’esplicito scopo di addestrare alla guerra la gioventù tedesca e scacciare, nei primi decenni dell’ottocento, il giogo di Napoleone dalla Germania umiliata.
I sollevamenti, gli esercizi alla sbarra, le flessioni… La ginnastica moderna aveva lo scopo d’irrobustire una gioventù che avrebbe poi combattuto nei ranghi degli eserciti responsabili di sconfiggere il tiranno corso, rispettivamente a Lipsia e a Waterloo.
Il Turnvater, com’era noto, ovvero il “padre della ginnastica”, trovò presto adepti in tutta Europa, Trieste compresa. Sembra che nella nostra città la prima palestra per la ginnastica fosse una tettoia col suolo cosparso di segatura di legno, tutta scoperta. Il primo direttore e istruttore di questa prima palestra civica era il capo dei pompieri, i quali per la loro professione sono da tempo immemore clienti delle palestre. La ginnastica era anche diffusa nei giardini d’infanzia per la cura dei bambini rachitici, nei teatri popolari e tra gli acrobati dei circhi.
Tuttavia solo a fatica si diffuse nelle scuole e nelle società sportive, tanto in Austria, quanto in Italia.
Il modello della ginnastica di Turnvater trovò terreno fertile in Piemonte nel 1830, quando il governo sabaudo ingaggiò il zurighese Rodolfo Obermann per istruire dapprima gli artiglieri e in seguito il corpo degli ufficiali. La Società di Ginnastica di Torino verrà poi fondata nel 1844 e appena nel 1851 verrà costruita la prima palestra moderna.
Se i piemontesi ingaggiavano gli svizzeri, i triestini godevano delle realtà locali, molto vivaci e protese a scoprire le ultime novità. Il pensiero corre allora alla Società Ginnastica Triestina, la quale, fondata nel 1863 si proponeva come obiettivo primario proprio l’insegnamento di quella ginnastica inventata dallo Jahn.
E nel farlo non dovette affatto ricorrere a mercenari stranieri, ma si ritrovò già con un gruppo di entusiasti, complice la costruzione della palestra nel 1871.
Tra questi un nome ora dimenticato risuona dai giornali e dagli archivi della Società Ginnastica Triestina, finalmente riesumato dalle montagne di carte: Gregorio Draghicchio (1851-1902).

Gregorio Draghicchio nacque a Parenzo, unico figlio di un’umile famiglia di pescatori.
Un suo lontano parente aveva combattuto per la Repubblica di Venezia durante la Primavera dei Popoli (1848). La sua vita sembra ripercorrere, nelle coincidenze degli anni, i primi movimenti della Società Ginnastica Triestina: dapprima infatti si trasferì a Trieste per frequentare il Ginnasio, appena dodicenne, in quell’identico 1863 che segnava la nascita dell’associazione sportiva; quasi dieci anni dopo, in quello stesso 1871 che segnava la costruzione della palestra nella sede di via Ginnastica, Draghicchio festeggiava il suo diploma di maestro.
Uno dei suoi primi incarichi fu l’istruttore ginnastico nella scuola della Comunità greca di Trieste, condotto con grande forza d’animo ed entusiasmo. Le cronache ricordano specificatamente il saggio finale, coordinato da Draghicchio in maniera tale che le evoluzioni artistiche dei giovani disegnassero le parole “Zito Hellas!”, “Viva la Grecia!”. Un’apertura ad altre nazioni e culture in conflitto con l’immagine ultra nazionalista e stereotipata che di Draghicchio successivamente offriranno le storiografie dapprima della “Liberazione” e in seguito del fascismo.
La pratica non poteva discernere dalla teoria e fu così che Draghicchio, nuovamente pronto ad approfittare del sistema d’istruzione austro-ungarico, conseguì il diploma di insegnamento di ginnastica a pieni voti presso l’Università di Graz (1875).
Draghicchio, durante questi anni turbolenti, accompagnò e diede un proprio contributo allo sviluppo della ginnastica, rimasta da troppo tempo immobile sugli esercizi ripetitivi e meccanici di Iahn.
I giovani infatti sempre più preferivano altre discipline che favorissero lo sviluppo complessivo del corpo, di contro invece ai puri esercizi con gli attrezzi.
Draghicchio comprese così, come tanti suoi conterranei, come la ginnastica dovesse evolversi, pena il suo abbandono, nell’educazione fisica moderna. Uno sviluppo dei muscoli armonico e razionale, adatto a ogni genere di corpo e forma. Una disciplina che avesse dignità a sé stante, ma nel contempo che fornisse un fondamentale primo passo per la preparazione ad altri sport.
Questo cambiamento è testimoniato dall’intensa attività letteraria di Draghicchio, che spazia dai giornali, agli opuscoli, ai saggi: ricordiamo brevemente la gestione del mensile della Ginnastica “Mente sana in corpo sano”, dove raccomandava la ginnastica alle ragazze e alle giovani madri; “Col saggio di una terminologia ginnastica italiana” dove diede unità e chiarezza di linguaggio alla ginnastica del tempo; “Calendario ginnastico, ossia effemeridi ginno-storiche” (1877) attraverso cui fu il primo italiano a trattare la storia della ginnastica.
Senza dimenticare i manuali di istruzioni su come imparare la disciplina: “Quadro sinottico degli esercizi a corpo libero” (1877), “La Ginnastica agli attrezzi per adulti” (1885) e soprattutto “La Ginnastica illustrata ad uso delle scuole e delle società di ginnastica” (1880), quest’ultimo un mastodontico lavoro con 88 tavole e oltre 700 figure ginnastiche.
Lungi però dall’essere solo un istruttore, Draghicchio vantava una formazione prettamente umanistica che mescolava letteratura e sport, poesia e canzoni, teatro e coreografie. La sua era una ginnastica moderna e razionale; eppure artistica nel suo senso più alto.
“Mente sana in corpo sano” testimonia efficacemente come avesse interessi storici e letterari. Scriveva infatti volentieri i cori e le marce destinati ad accompagnare gli esercizi a corpo libero, così come offriva la propria penna per dialoghi e scene di commedie. Accanto all’attività d’istruttore, era anche un filodrammatico e un istruttore teatrale.
Il carattere di Draghicchio aveva ereditato dal parente combattente nella Primavera dei Popoli un entusiasmo contagioso, alcuni direbbero quarantottino, che esplodeva negli episodi più impensati.
Merita ricordare a questo proposito un piccolo episodio.
Quando Draghicchio e i soci della Società festeggiavano l’elezione del dott. Riccardo Bazzoni a Podestà di Trieste (29 luglio 1882), all’improvviso si udì l’allarme di un incendio.
Le fiamme, si accorsero i soci, intervenendo sul luogo dell’incendio, avevano divorato il tetto di una casa e minacciavano di espandersi sugli edifici vicini. I triestini si affollavano spaventati e stupiti: chi parlottando, chi indicando le fiamme, chi discutendo del più e del meno. Mentre la casa, intanto, continuava a bruciare. Fino a quando si levò la voce di Draghicchio che prese a urlare ordini: ordinò ad alcuni di salvare il salvabile, ad altri d’improvvisare una catena umana per trasportare i secchi, ad altri ancora di versare l’acqua sulle fiamme.
Quanto rischiava di rivelarsi un incendio rovinoso fu così sventato senza aspettare i pompieri, grazie all’impetuoso carattere volto all’azione di Draghicchio.

Non sarebbe corretto scrivere di Draghicchio senza menzionarne l’attività irredentista che si sviluppò nelle forme rutilanti caratteristiche del “personaggio”.
In occasione di una delle (tante) chiusure della Ginnastica – 2 giugno 1882 – Draghicchio infatti si risolse a pubblicare un nuove periodico, “Il ginnasta”.
Il giornaletto mascherava in realtà un modo per raccogliere fondi per risollevare le sorti dell’associazione: il prezzo infatti era sproporzionato al numero di pagine e aveva l’unica funzione di supportare la Ginnastica fino a rimetterla in piedi dall’ennesima batosta finanziaria.
La polizia austriaca, che da tempo pedinava Draghicchio, ne approfittò per portarlo alla giustizia, con la (mezza) accusa di alto tradimento: erano i giorni dell’arresto di Guglielmo Oberdan, il 15 settembre, il clima era pertanto teso e lontano dalla tolleranza dimostrata negli anni precedenti.
Ammanettato dai gendarmi, costretto in tribunale, Draghicchio tuttavia ricevette una pena assai morbida, specie se confrontata con la gravità dell’accusa: sei mesi di carcere.
Draghicchio, incapace di stare fermo, si dedicò alla ginnastica persino da dietro le sbarre: i suoi corsi riscossero un notevole successo non solo tra i carcerati, quanto tra i secondini e persino il direttore. Il tempo libero che gli avanzava lo impiegò a scrivere altri manuali rivolti a maestri e istruttori. La condanna lo aveva escluso dall’insegnamento, ma non gli impedì, tornato a Trieste, di insegnare alla Ginnastica quale “capopalestra”.
La storiografia su Draghicchio dimostra la parzialità di certi vecchi studi: ad esempio un episodio dove Draghicchio esplode un petardo davanti alla porta di un suo avversario “austriacante” viene considerato un gioco, una beffa, una fonte di “salutare tremarella”.
Eppure il petardo, ricordando nelle intenzioni di Draghicchio una bomba, verrebbe oggi considerato un pericoloso atto terroristico. Due pesi e due misure; doppiamente ironico considerando come Draghicchio assisterà in prima persona alla morte di re Umberto nel 1900 per mano dell’anarchico Bresci.
In quel periodo, infatti, Draghicchio si era trasferito dapprima a Milano, poi a Genova; concludendo gli ultimi anni proprio nella Parenzo in cui era nato, con il ruolo di segretario comunale.


