26.08.2019 – 12.06 – È il professor Roberto Di Lenarda, ufficialmente in carica dal 1 agosto 2019, il nuovo Rettore dell’Università degli Studi di Trieste a seguito delle elezioni della primavera scorsa per il rinnovo della carica per i prossimi sei danni dal 2019 al 2025. Dopo un primo incontro all’ex Ospedale Militare di Trieste per la Contamination Cup, sua prima apparizione pubblica, lo rivediamo all’università, dove gentilmente ci concede il suo tempo in un periodo che inizia a farsi impegnativo e parliamo con lui del futuro senza dimenticare il presente.
L’elezione di un nuovo Rettore è sicuramente un passaggio di fondamentale importanza per l’Università di Trieste. Quali sono i punti che ritiene più importanti per l’Università, e quali sono le sfide che attendono entrambi?
“Premetto che l’Università di Trieste è un’università molto buona sia dal punto di vista dell’offerta didattica che dell’attività di ricerca. È un’università generalista, e questa è una ricchezza, perché le permette di avere un ruolo nella società. Anche considerando che Trieste ha all’incirca 17mila studenti che rappresentano, su una città di 200.000 abitanti, una fetta importante per la vita sociale ed economica; inoltre, non vive solo della sua storia: ha saputo fare negli ultimi anni scelte molto importanti, sviluppando diversi ambiti e aprendosi a nuove tecnologie e ambiti di studio, come il Big Data. Partiamo quindi da un’ottima università che però ha diversi problemi, legati in parte all’ambiente esterno. Il problema del sottofinanziamento è un problema reale; e, oggettivamente, in Italia la quota destinata alla ricerca e all’alta formazione è nettamente inferiore rispetto a quella di analoghi paesi industrializzati. Poi ci sono criticità interne: in questi anni c’è stato un aumento importante della burocratizzazione dei processi, non è stata data sufficiente attenzione ad alcuni punti cruciali dell’ateneo. Abbiamo problemi introdotti dalla riduzione del personale docente: in nove anni, siamo passati da più di 1000 dipendenti a circa 650. La situazione economica è buona dal punto di vista dei debiti, perché non ne abbiamo e non è poco; ma è molto critica relativamente alla disponibilità di bilancio per esercitare le attività che dobbiamo fare. Lo scorso anno, per chiudere il budget previsionale del 2019, si sono fatti tagli su aspetti molto importanti, con una riduzione sugli investimenti, sulla didattica sostituiva, sui costi di manutenzione. Non penso ci siano margini di ulteriore risparmio se non limitati e quindi è fondamentale riuscire ad aumentare le entrate; e lo si può fare sostanzialmente aumentando gli studenti. Le tasse ovviamente vanno a coprire una parte minima del bilancio, di fronte alla scelta, culturalmente corretta, che vede l’università come accessibile e alla portata di tutti. Ma il fondo di finanziamento binario è invece proporzionale al numero di studenti e alla tipologia di corsi che segue; partiamo quindi da una situazione buona ma con grossi punti di domanda. Se non interveniamo in modo significativo su questi fattori di rischio, il futuro potrebbe non essere facile”.
L’Università di Trieste è particolarmente rinomata soprattutto per le sue eccellenze in campo scientifico. Se da un lato andiamo verso un mondo dove effettivamente servono competenze legate all’ambito tecnologico e scientifico, dall’altro, per quanto concerne gli studi umanistici, ci sono sempre più giovani che hanno difficoltà a leggere, scrivere e parlare in modo corretto. Come mai?
“Il tema è complesso. Per quanto riguarda il problema delle nuove generazioni che parlano, leggono e scrivono in modo scorretto, è una questione principalmente legata alla scuola primaria e secondaria: noi vediamo ragazzi che, nonostante siano arrivati ai primi anni di università e quindi all’istruzione superiore, hanno difficoltà ad esprimersi. Per quanto riguarda invece il ruolo delle discipline umanistiche in ambito universitario, da un lato si pensa siano più trascurate di quanto realmente siano, e quindi c’è un errore di percezione dall’esterno; dall’altro lato non ci si è ancora resi conto di quanto anche nel mondo scientifico sia fondamentale la cultura umanistica. È indubbio che oggi, sul mercato, chi si laurea in ingegneria o in fisica a sei mesi dalla fine degli studi è già assunto, e chi si laurea in lettere fa invece molta più fatica; e di questo un ragazzo, una ragazza e le loro famiglie, quando scelgono, devono razionalmente tenerne conto. Ma è altra cosa dire quanto invece queste scienze umanistiche siano fondamentali in un’ottica di formazione completa, per qualunque tipologia di studi, e su questo noi possiamo lavorare molto: spero che nel prossimo anno si riesca ad attivare un percorso molto avanzato in ambito scientifico, dove una parte importante del piano di studi sarà legato alle ricadute etiche, morali, ai rischi e alla Privacy. È chiaro che parte del rilancio delle discipline umanistiche passa anche da qui: mancano quindi innanzitutto la valorizzazione delle facoltà umanistiche e poi l’interdisciplinarità. È fondamentale, soprattutto quando si entra nel mondo dell’industria e della società, avere le cosiddette Soft Skill, cioè la capacità di adattamento, di capire, di interfacciarsi, di saper trattare, che non arrivano di solito dalla cosiddetta ‘scienza dura’ ma da una cultura umanistica. Si tratta quindi della capacità di completarsi di due realtà che per tanto tempo sono rimasti due mondi che non si parlano, ma che oggi manifestano la loro massima potenzialità quando si uniscono.”
Continua ad aumentare il divario nei numeri tra chi va in pensione, e quindi esce dal mondo del lavoro, e chi invece, in questo caso i giovani, vi entra. Quale potrebbe essere una soluzione, e quale il ruolo dell’università?
“La responsabilità del sistema formazione, per quanto riguarda questo divario fra domanda e offerta, c’è nella misura in cui noi come università non siamo in grado di fornire al mercato quello di cui ha bisogno. Il paradosso è che da un lato abbiamo tantissimi giovani che non riescono a lavorare, e dall’altro noi non riusciamo a dare risposta alla richiesta di personale delle aziende. Questo è oggettivamente un fallimento del sistema: o non abbiamo spiegato agli studenti dove trovare lavoro per tempo, o le università non hanno formato o non avevano i corsi ed i percorsi formativi necessari per le aziende. Rimane il fatto che si tratta di un elemento di criticità e di responsabilità. Deve quindi essere chiaro che bisogna dare al mercato del lavoro quello che esso richiede, ma soprattutto che l’università deve pensare oggi a quello che ragionevolmente il mondo del lavoro vorrà tra cinque anni, e spiegare al mondo del lavoro quello che gli potrebbe servire in futuro. Se oggi attivo un corso di qualcosa che nei prossimi cinque o dieci anni sarà nel mercato, allora in questo modo l’università può essere la soluzione nel dare quello che si chiede, e può essere parte della soluzione nel mostrare verso dove stiamo andando. Perché se c’è la disponibilità di una figura professionale, il mondo del lavoro si adatta a questa disponibilità piuttosto che ad altro e può investire”.
La facoltà di Medicina è sicuramente il fiore all’occhiello dell’Università degli Studi di Trieste. Qual è secondo lei il fattore che ne ha determinato e che continua a determinarne il successo?
“Premetto che di ragazzi bravi ce ne sono tanti: credo che le nuove generazioni siano migliori e più veloci rispetto alle generazioni passate. Indubbiamente la mia esperienza della professione nel mondo odontoiatrico e da direttore del dipartimento di medicina mi ha fatto capire che forse quello che spicca è che il livello medio è molto alto: a medicina entra più o meno uno su sette. C’è una preselezione fra chi si iscrive al corso. Ed essendo noto che è molto difficile, c’è già un autolimitazione fra chi prende in considerazione l’ipotesi di fare medicina: non tutti provano il test. Se lo provano, passa uno su sette. Quindi se accettiamo il fatto che l’esame all’ingresso è in grado di selezionare i ragazzi più bravi, vuol dire che noi lavoriamo su studenti che hanno la potenzialità di essere nel primo 20 per cento per capacità: partiamo già a un eccellente livello e il fatto di essere pochi permette di venir curati e gestiti al meglio, cosa che si può fare solo se i numeri sono coerenti rispetto alla propria capacità formativa. Inoltre, i docenti che siamo riusciti a selezionare sono di ottimo livello: abbiamo una sanità regionale, in particolare a Trieste, che è ottima, e tutto questo fa si che ragazzi già bravi siano anche molto motivati, e la componente motivazionale nel mondo della medicina è importante”.
Come si pone e qual è il ruolo dell’Università di Trieste nei confronti della città?
“L’obiettivo, la sfida e la speranza è quella di far vivere l’Università alla città come una sua parte vera, interna e costituente. Lo si può fare in tanti modi, alcuni anche solo simbolici come ad esempio la cerimonia del ‘Graduation Day’ in piazza Unità, così come viene fatto a Venezia, in piazza San Marco. Sono piccoli gesti, ma se riusciamo a far capire alla città che noi siamo la città e all’Università che la città siamo noi, automaticamente i problemi banali e gestionali diventano semplici. Ho incontrato il sindaco Roberto Dipiazza, che ha dato ampia e apprezzata disponibilità anche a valutare insieme le necessità logistiche dell’Università. Se si lavora in modo sinergico le possibilità ci sono.”
C’è ancora rivalità tra le università di Trieste e di Udine?
“Dal punto di vista istituzionale oggettivamente un po’ di rivalità c’è, ed è anche fisiologica; diventa patologica quando la programmazione viene fatta non tenendo conto del sistema. È quindi una rivalità che, finché resta fisiologica, va bene ed è normale anche perché lavoriamo sulla stessa offerta. Bisogna avere un atteggiamento laico, serio, e superare la logica del ‘dispettuccio’. Un esempio è quello di medicina, dove negli anni con il mio collega di Udine, il professor Brusaferro, si è seguita una politica per la quale quando noi avevamo corsi di laurea che non potevano essere sostenibili in entrambi le sedi, si è trovata una soluzione di sintesi, valutando su cosa investire e ottenendo l’eccellenza.”
Ex Ospedale Militare e Contamination Lab: come sta procedendo?
“Il recupero dell’ ex Ospedale Militare è stata un’azione complessissima ma straordinaria perché oggi quella struttura oltre che bella è anche funzionale e di grande successo commerciale. Un tema su cui vorrò ragionare è infatti anche quello legato all’edilizia studentesca e alla possibilità di dare ai nostri studenti alloggi adeguati a prezzi corretti rispetto all’offerta. Per quanto riguarda poi Contamination Lab, si tratta di un’esperienza di grande interesse che dovrà essere implementata perché le potenzialità di crescita sono oggettive. È un esempio dello sforzo di andare verso l’integrazione con il mondo del lavoro e con la società, nonché di avere il coraggio e l’apertura di confrontarsi con l’esterno e, nel caso specifico, di sviluppare l’imprenditorialità che è molto importante in un contesto come quello del Friuli Venezia Giulia.”
Quali saranno le sfide dell’autunno?
“A breve la scelta del direttore generale e, a valle di questo, mettere in sicurezza la struttura amministrativa, perché dobbiamo riuscire ad attivare e mettere a regime le situazioni dirigenziali e andare a coprire i buchi che si sono aperti in modo drammatico negli uffici: dal primo di agosto avremo 25 uscite di cui 19 non previste, vuol dire che su 19 uffici sparisce una persona. Poi si dovrà definire la squadra dei delegati e entro Natale confido di riuscire a dare dei segnali con delle delibere, degli atti di governo che diano in modo plastico la sensazione che stiamo andando verso la semplificazione, l’aumento di efficienza e la capacità di far correre ancora di più la macchina.”
Nicole Petrucci
[Il professor Roberto Di Lenarda è nato a Udine nel 1965. Dopo gli studi classici si è laureato in odontoiatria e protesi dentaria all’Università di Trieste nel luglio del 1988.
A Trieste è stato ricercatore, dirigente medico e direttore della clinica di chirurgia maxillo facciale di Asuits, diventando il primo laureato in odontoiatria e protesi dentaria a diventare, in Italia, Direttore di Struttura Complessa Ospedaliera, e successivamente del Dipartimento Universitario Clinico di Biomedicina; successivamente ancora, ha preso l’incarico prima di vice direttore e poi di direttore del Dipartimento Assistenziale Clinico Chirurgie Specialistiche. Il lungo curriculum di Di Lenarda comprende numerosi riconoscimenti, pubblicazioni e partecipazione a congressi e seminari nazionali e internazionali. A partire dal 2016, in collaborazione con l’assessore Telesca, ha ideato, sviluppato e coordinato l’innovativo programma regionale di Odontoiatria Sociale Pubblica del Friuli Venezia Giulia, preso come riferimento in molte regioni italiane: l’odontoiatria dell’Università di Trieste risulta la prima italiana, al 76mo posto nel mondo, dato del 2018. Roberto Di Lenarda ha guidato il Dipartimento di Scienze Mediche al raggiungimento del prestigioso riconoscimento di Dipartimento di Eccellenza, con il lusinghiero ed unico risultato di votazione massima del progetto presentato, contribuendo alla definizione del protocollo d’intesa fra Università e Regione Friuli Venezia Giulia e salvaguardando ed implementato il numero delle Scuole di Specializzazione di Area Medica con sede a Trieste, anche attraverso il reclutamento di giovani professionisti di elevatissimo profilo scientifico, didattico e assistenziale.]


