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venerdì, 30 Settembre 2022

Rogo Narodni dom, Pupo: “Siamo qui tutti insieme, perchè antifascisti”

14.07.2019 – 09.50 – Novantanove anni sono passati da quel lontano 13 luglio 1920, quando estremisti fascisti e nazionalisti attaccarono, in una “Notte dei Cristalli” triestina, le attività gestite dagli slavi della città, raggiungendo il culmine con l’aggressione al consolato jugoslavo e al Narodni dom dell’Hotel Balkan. Le dinamiche tutt’ora confuse di quel giorno non detraggono dall’incendio della Casa della Cultura, che conteneva all’epoca la biblioteca, gli strumenti musicali, gli archivi, insomma, l’intero patrimonio culturale della comunità slovena, ridotto in cenere.
L’evento è stato ricordato come ogni anno nell’aula magna della Scuola di Lingue dell’Università di Trieste, con la presenza (e gli interventi) del Presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor, del Sindaco di Trieste Roberto Dipiazza e di autorità e rappresentanze istituzionali e associative della comunità slovena in Italia. È un anniversario che precede un 2020 fondamentale, perché coinciderà con i cent’anni dal barbaro evento. In tal senso, i diversi interventi succedutosi hanno alternato il ricordo della storia all’attualità, ma con notevoli differenze; se infatti il Sindaco e il vicepresidente della Regione, Riccardo Riccardi, hanno preferito inquadrare l’evento come ormai passato e slegato dall’attualità, profondamente diverso è stato l’intervento dello storico Raoul Pupo, teso invece a evidenziare similarità e punti di contatto tra il clima di quegli anni e la presente – tesa – atmosfera politica.

Roberto Dipiazza ha infatti ricordato quando, nel 2003, tutti i Sindaci della provincia, italiani e sloveni, resero omaggio ailuoghi della memoria“, senza differenze partitiche; un impegno proseguito con la cerimonia di pacificazione del 13 luglio 2010, durante il Concerto dell’Amicizia del Maestro Muti, un evento definito come “una tra le cose più belle dei miei mandati di Sindaco”. Un impegno, secondo Dipiazza, che ora prosegue con la riconsegna alla comunità slovena del Parco della Pace, presso il Poligono di Tiro di Opicina.

Dopo aver incontrato l’ultra centenario Borish Pahor, il Presidente della Slovenia ha commemorato i fatti di quel 13 luglio 1920, con l’auspicio, il prossimo anno, di una celebrazione speciale, alla presenza del Presidente italiano Mattarella “anche per celebrare il futuro dei rapporti tra i nostri Paesi”. Il vicepresidente del Friuli Venezia Giulia, Riccardo Riccardi, ha invece preferito concentrarsi sulla collaborazione Italia-Slovenia con le pattuglie miste per monitorare e bloccare il flusso immigratorio clandestino di questi ultimi mesi.

Il professore di storia contemporanea all’Università di Trieste Raoul Pupo, infine, ha concluso la commemorazione con un intenso approfondimento storico, il quale tuttavia ha toccato il contemporaneo più volte, senza lesinare riferimenti e citazioni. “Come ogni anno – ha esordito lo storico – ci ritroviamo qui, democratici di diverse lingue e idee, per ricordare una delle tragedie che hanno segnato la storia del Novecento lungo la frontiera adriatica. Io dico frontiera e non confine, perché la frontiera è un’area di sovrapposizioni e contaminazioni, come per molti secoli è avvenuto lungo le sponde dell’Adriatico orientale”.

“Su questa frontiera, – ha osservato Pupo, con riferimento al muro anti-migranti – i confini novecenteschi degli stati-nazione hanno fatto ripetuta violenza, dividendo ciò che era unito e cercando poi di eliminare le presenze plurali che erano rimaste dalla “cosiddetta” parte sbagliata della frontiera. Proprio per questo sentir parlare di confinida blindarenon può che far suscitare un brivido lungo la schiena“.

Lo storico ha rilevato come la responsabilità dell’incendio non fosse solo degli squadristi, ma vantasse legami forti con l’irredentismo nazionalista anteguerra, su cui grava la pesante responsabilità di aver preparato il terreno: “Per i nazionalisti italiani, invece, è stata la conclusione di un ciclo più breve: quello iniziato nel maggio del 1915, con l’incendio del Piccolo e delle associazioni patriottiche italiane, incendi che erano sembrati prefigurare la fine dell’irredentismo italiano. Molti di quelli che avevano disperato nel ’15, li ritroviamo nel  ’20 davanti al Narodni dom che bruciava. Non era lì solo per curiosità, ma per soddisfazione. Non erano tutti fascisti o per lo meno non lo erano ancora. Perché a quei tempi i fascisti erano quattro gatti e l’antislavismo non lo avevano inventato loro, c’era già e la violenza delle armi del dopoguerra era stata preparata dalla violenza verbale del nazionalismo d’anteguerra, dai percorsi retorici dell’intolleranza e della disumanizzazione dell’avversario”.

Una realtà tutt’altro che lontana, ha ammonito Pupo, anzi: “Una lezione che non dovremmo dimenticare anche oggi, perchè la violenza fisica arriva dopo, arriva quando il terreno è già stato dissodato da quella della parola”.

“I fascisti – ha proseguito Pupo – guidati da Francesco Giunta colsero l’occasione propizia e da quel gesto criminale fu per loro l’inizio di un successo trionfale. Perché intercettarono un sentire diffuso nella pancia della società, perché mostrarono di essere capaci di tradurre rancore collettivo in azioni concrete, ma anche perché non trovarono opposizione da parte dello stato. Al di là della confusa dinamica dell’evento, gli assalitori non vennero perseguiti né quel giorno, né nei mesi e negli anni successivi e anzi, dalla loro impresa, menarono sempre gran vanto. In tal senso il rogo del Balkan segna un momento di svolta nel dopoguerra italiano, perché disegna una traiettoria di complicità fra apparati dello stato e fascismo, che avrebbe portato al collasso dello stato liberale. Ma accanto alla connivenza delle istituzioni, vi fu la debolezza di un antifascismo diviso. All’attacco contro le sedi slovene, i socialisti reagirono in maniera distratta, pronti a mobilitarsi solo in difesa dell’organizzazione di classe. Da parte loro, sloveni e croati si chiusero a riccio, nel disperato tentativo di salvare il salvabile, fino a non partecipare all’Aventino del 24″.

“Perché – si è interrogato Pupo – dopo quasi cento anni ricordiamo tutte queste cose? Perché non riponiamo le disgrazie del ‘900 nel cassetto della storia? Io direi, magari potessimo farlo!, consegnando il secolo passato alla sola attenzione degli studiosi. E invece siamo qui, per ricordare, innanzitutto per rispetto verso una delle – purtroppo tante – memorie dolenti della frontiera, quella delle comunità slovene e croate del Friuli Venezia Giulia”.

A differenza dunque degli interventi precedenti, il discorso di Pupo ha finito per riconnettersi con l’attualità, con una chiara presa di posizione: “Ma siamo anche qui tutti insieme, perché siamo antifascisti. Purtroppo dire antifascista non è un anacronismo, non è come dire “guelfi e ghibellini”, è un’altra cosa. Perché c’è ancora da rammentare a chi è distratto, in mala fede, che le fiamme del Narodni dom sono il vero volto del fascismo. Aggressivo, intollerante, omicida. Immorale non solo per la corruzione, che sapete, ahimè, non è specifica di un regime, ma perché pervertì i rapporti tra le componenti della società, come anticipato nella persecuzione nazionale e in seguito riconfermato da quella razziale. Siamo qui, perché c’è ancora bisogno di rammentare che lo stato in cui viviamo non è uno stato neutrale, perché nato dalla lotta contro il nazifascismo. E se mai le istituzioni dello stato mostrano quiescenza o addirittura ammiccamenti verso chi del fascismo si proclama erede, commettono tradimento verso la loro stessa ragione di stato“.

“C’è bisogno – ha ammonito Pupo – di ricordare il rogo del Narodni dom, perché il fascismo che abbiamo conosciuto, certo, non tornerà allo stesso modo, la storia non si ripete mai. Però i germi che hanno reso possibile l’infezione sono nuovamente in circolo. Sono l’odio politico, l’intolleranza, l’esclusivismo nazionale, la costruzione di capri espiatori, il mito del rapporto diretto tra capo e popolo, saltando la mediazione delle istituzioni rappresentative, l’insofferenza per la divisione e l’equilibrio dei poteri, il razzismo. È allora ozioso domandarsi se l’organismo della nostra democrazia possegga sufficienti anticorpi. Se siamo qui oggi, non è solo per commemorare il passato, ma anche per rinnovare il nostro impegno civile nel presente“.

[Si ringrazia il Club Touristi Triestini per le registrazioni dei diversi discorsi della commemorazione, disponibili sulla loro piattaforma]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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