In amore vince chi perde. Perché scegliere è difficile?

22.07.2019 – 11.05 – In amore vince chi perde. Un’amica tempo fa mi ha raccontato che una sera voleva comprare del gelato da portare ad una cena da amici. Va al supermercato dove trova subito una vaschetta di uno dei suoi gusti preferiti, di una delle migliori marche, a 5 euro. Proprio lì a fianco, però, nota una vaschetta di una sottomarca, del doppio della quantità, di un assortimento di gusti che non la convincono, in offerta allo stesso prezzo della prima. Stesso prezzo, due possibilità. Qualcuno forse non farebbe fatica a decidere quale comprare. Ma lei sì.
L’atto di scegliere è qualcosa che mette in questione l’essere umano. Perché, a partire dalle situazioni più semplici come quella appena descritta, per alcuni scegliere è così difficile? Al centro della scelta c’è sempre una dimensione di perdita. Si perde, banalmente, l’alternativa, si perde l’illusione (irrealizzabile) del “tutto”. Questa mia amica è rimasta dieci minuti davanti al bancone dei surgelati, ingabbiata nell’incertezza non tanto di quello che voleva avere, ma di quello che voleva e poteva perdere. Perdere il gusto preferito o perdere metà di una quantità? Il punto è che qualsiasi scelta l’avrebbe lasciata insoddisfatta. E così è stato.

Ho voluto fare un esempio concreto per mettere in luce nella maniera più semplice quanto possa essere difficile, per l’essere umano, il perdere. E quanto, invece, possa essere facile, comodo, vivere nel rimpianto dell’irrealizzato, piuttosto che nella soddisfazione (sempre parziale) di ciò che si sceglie.
Amare è, a mio avviso, il paradigma della scelta per eccellenza. Scegliere l’Altro è infatti perdere l’illusione di bastare a sé stessi. Ma scegliere l’Altro è anche incontrare l’impossibilità di trovare nell’Altro un completamento di noi stessi. Scegliere di amare è rinunciare a questa utopia. L’amore quindi manifesta la questione non aggirabile della perdita. Per molti è angosciante l’incontro amoroso, nella misura in cui esso evidenzia più di ogni altra cosa ciò che si tenta in tutti i modi di non vedere. L’essere umano, sin dalla nascita, dipende necessariamente dall’Altro. Egli non può vivere senza l’Altro. La sua esistenza biologica dipende da qualcuno che lo nutra, che si prenda cura di lui, così come la sua nascita simbolica come soggetto umano. Il bambino non nasce umano, lo diventa. Lo diventa perché c’è qualcuno che lo accoglie nel mondo, qualcuno che, con il suo amore, gli conferisce la dignità di divenire un “essere di parola”. Dopotutto, come potremmo imparare a parlare se non ci fosse qualcuno che ci parla? Il neonato non sa parlare, lo impara. Lo impara grazie a chi suppone che dietro a quel corpo, dietro a quel pianto, ci sia un soggetto. Un soggetto che vuole dire qualcosa con quel pianto, un soggetto che parla, anche se ancora non lo fa. Un soggetto a cui si da un nome: il nome proprio di una persona è il primo marchio simbolico che ci si porterà dietro per tutta la vita. È come il titolo della nostra storia. E non lo scegliamo noi, ma l’Altro.
La parola dell’Altro è quindi un dono: il dono di poter entrare a fare parte dell’universo umano. Ma allo stesso tempo segna una perdita: la possibilità di bastare a sé stessi. E questa perdita per alcuni diventa una prigione inconscia. Il nostro rapporto con il mondo è da sempre infatti mediato dall’Altro: dalla cultura, dal linguaggio, dalla presenza e dalla risposta dell’Altro.
Il mondo animale è invece contraddistinto dall’immediatezza del bisogno naturale: nutrirsi, dormire accoppiarsi. E in tutto ciò non c’è l’amore a complicare le cose. L’amore con le sue posizioni, i suoi ruoli, i suoi sintomi, le sue incognite, i suoi continui fraintendimenti. L’amore è un evento squisitamente umano, purtroppo o per fortuna. Lacan diceva che “non esiste rapporto sessuale”;. Cosa significa? Semplificando forse un po’ troppo, significa che esiste un nocciolo di impossibilità nel rapporto tra un uomo e una donna. O, più precisamente, tra chi assume una posizione femminile e chi una maschile, al di là del sesso biologico che ci segna. Incontrare l’Altro comporta lo scontro con questo impossibile, con l’enigma del “Cosa vuole?”, “Cosa vuole da me?”. C’è chi passa la vita ad interrogarsi sul “cosa voglia l’Altro”, convinto di poter trovare una soluzione a questa domanda. Magari diventandone la risposta perfetta. Ma il punto è: e tu? Tu cosa vuoi?

Ostinarsi ad analizzare la volontà dell’Altro è in fondo un modo per non chiedersi cosa si voglia in prima persona. Perché è più facile illudersi di capire cosa voglia l’Altro, piuttosto che cercare il proprio desiderio. Amare è quindi una scelta in questo senso: si sceglie di perdere. Si sceglie di non arrivare mai ad una risposta fatta e finita sul desiderio dell’Altro. Si sceglie di perdere l’illusione di poter essere capiti fino in fondo. Si sceglie di sopportare, o meglio, sostenere, il fatto che chi abbiamo davanti non aderisca alla nostra metà della mela.
E quindi, se lui per il compleanno ti regala una pentola per cucinare le crepes e magari tu ti aspettavi dei biglietti per una prima teatrale, una cena romantica o, banalmente, quel vestito troppo costoso che punti da mesi in quella vetrina, non significa affatto che lui “non ti conosca” o “non si sforzi di capirti”. Significa piuttosto che l’equazione tra un uomo e una donna non è mai perfetta. E su qualcosa bisogna cedere.
Un giorno una giovane donna mi ha detto una frase che ho spesso sentito pronunciare: “Lui
dovrebbe capirmi senza che io gli dica nulla! Questo sarebbe amore!”. Ebbene, non si può amare se non si rinuncia a questa (im)possibilità.
Un gatto coglie (non “capisce”) che l’altro gatto ha bisogno (non “desiderio”) di accoppiarsi. Il gatto non parla. Noi invece dobbiamo passare per la parola, ed in questo ci smarriamo in un’infinità di fraintendimenti.
Chiedere qualcosa, domandare qualcosa all’Altro, per alcuni è molto difficile proprio per questo: perché chiedere implica una perdita. Una persona della mia vita ripete spesso questa frase, “chiedere è già un fallimento”. Lui non ha la minima idea di quanto quello che dica sia vero. Anche se la parola “fallimento” non è certamente la più adeguata. Perché chiedere è perdere la possibilità che l’altro risponda senza che si sia passati per lo sforzo di una domanda. Senza che si debba manifestare così un bisogno che tradisce una mancanza. Non si chiede qualcosa se si ha già tutto. Ma è anche scontrarsi con il rischio che l’altro non risponda come vogliamo. O che non risponda proprio. E non c’è peggior cosa che trovarsi di fronte a qualcuno che non vuole, o non può, rispondere. Una domanda (d’amore) è tale nella misura in cui c’è qualcuno che risponde. Una splendida canzone di Gianmaria Testa dice che una luce di giorno è accesa soltanto se c’è qualcuno che la guarda, così come “una voce di giorno si spegne se nessuno risponde” e, infine, “un nome è perduto per sempre se nessuno lo chiama”. Una domanda d’amore che non incontra una risposta, una presenza, è come il grido di un bambino che non viene accolto da chi si prende cura di lui. Cade nel vuoto, perde ogni possibilità di senso. Rimane grido, privo di significato.

È ovvio: amare comporta un rischio. Sempre. Anche quello, nostro malgrado, di cadere nel vuoto. Nel ventunesimo secolo siamo diventati sempre più abili nel costruire (inconsapevolmente?) strategie di vita atte ad evitare il rischio dell’amore. Collezionare plurimi amanti, inseguire amori impossibili, saltare da un partner a quello successivo non appena si intravede il primo tratto di insoddisfazione, perseverare in legami sterili e senza entusiasmo. E chi più ne ha più ne metta. Un giorno un uomo mi ha detto: “Mai solo due donne, perché una rischia di diventare l’alternativa dell’altra. Almeno tre!”. Certo, perché scegliere una sola donna, o un solo uomo, dopotutto, è anche perdere tutte le altre o gli altri.
Tutti questi sono ottimi alibi per rifugiarsi nell’utopia di una “zona di conforto” dove non ci si implica mai davvero. E non implicandosi, non si rischia nulla. Non si ha paura di perdere qualcosa che non vogliamo davvero.
Ecco, per tornare all’esempio con cui ho aperto l’articolo: questo modo di esistere coincide esattamente con il passare la propria vita davanti al bancone dei surgelati. Paralizzati nell’impossibilità di perdere l’alternativa, di perdere qualcosa, qualsiasi essa sia. Soltanto che, così facendo, si perde la vita, mentre gli altri, a cena, sono già al dolce.

[Elena Paviotti, psicologa, è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. È iscritta all’Albo degli Psicologi del Friuli Venezia Giulia. Studia ancora a Milano e lavora a Trieste dove fa parte dell’equipe Telemaco, associazione che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza. [email protected]]