04.07.2019 – 08.46 – Preoccupazione a Gorizia dove i Vigili del Fuoco del Nucleo NR, Nucleare Radiologico, di Trieste sono intervenuti ieri per la presenza di una sostanza radioattiva all’interno di un container di rottami ferrosi. Il container era collocato in un’area presso lo scalo ferroviario; dopo aver interdetto l’accesso all’area delle operazioni, i Vigili del Fuoco sono intervenuti per le misurazioni e hanno rilevato la presenza di una probabile sorgente orfana di cobalto-60, successivamente confermata da analisi spettrografica anche dell’Arpa regionale.
Il cobalto-60, isotopo radioattivo del cobalto, non si trova in natura a causa dei suoi tempi di decadimento relativamente rapidi ma pone un rischio radiologico nel momento in cui si verifichi una sua fusione accidentale assieme ad altri metalli che vanno a costituire componenti di manufatti immessi sul mercato. Si tratta di un problema serio emerso fin dai primi anni Ottanta, con i primi episodi in Italia risalenti al 1988: il metallo radioattivo può essere fuso assieme agli altri per errore, a seguito di un processo di lavorazione errato o in modo doloso per evitare scarti e rilavorazioni e conseguentemente danni economici del produttore. Nel 1997, presso lo stabilimento Alfa Acciai di Brescia, la fusione di sorgenti di Cobalto 60 e di Cesio 137 di alta attività danneggiò gravemente l’azienda. L’incidente forse più grave in Brasile, dove nel 1987 una sorgente Cesio 137 causò 54 ricoveri culminati nella morte di 4 persone e in una contaminazione ambientale molto estesa. L’Unione Europea definisce “orfane” le sorgenti radioattive per le quali la provenienza è sconosciuta e non è possibile ricostruirne il percorso a ritroso.


