“Soma”: l’uomo, il suo corpo, la sua libertà. Teatro alla Casa Circondariale di Trieste

22.06.2019 – 07.51 – Il palcoscenico è un po’ spartano: per meglio dire, non c’è. Il fondale è un telo, e la scena sono un tavolo e una finestra, quella che dà sull’oltre. Il ‘dove’ è il carcere di Trieste: tra le attività che la legge 354 dell’Ordinamento Penitenziario del 1975 prevede, ci sono quelle per restare in contatto con il mondo di fuori. Il ‘dove’ è anche la sala dell’Area Trattamentale, dedicata alle attività culturali e formative, assieme a volontari o a cittadini che dimostrino interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti. Lunedì 17 giugno 2019, ci siamo anche noi, l’interesse è grande. I detenuti recitano assieme agli attori di Fierascena: è il laboratorio “Il teatro delle ceneri”, condotto dalla compagnia fondata e diretta da Elisa Menon, e il contesto è quello del progetto SFIDE2 (Sistemi per Formazione e Inclusione dei Detenuti) in collaborazione con la Comunità di San Martino al Campo. Detenuti giovani e meno giovani, da poco più di venti a sicuramente più di quarant’anni, italiani e non. I costumi sono la fantasia: una maglietta scura e la voglia di recitare. La platea sono un po’ di sedie con un po’ di persone, quelle a cui è stato consentito entrare; non sono solo persone ‘normali’, come quelle che stanno fuori, sono detenuti anch’essi o vengono da fuori ma hanno un ruolo sociale che consente di entrare a vedere: sono educatori, magistrati, psicologi, registi, giornalisti, dirigenti di comunità. E questo è un peccato, perché sarebbe tanto bello vedere questi insoliti attori recitare sul palco di un teatro normale, o con un pubblico normale, per una volta, almeno.

Attori insoliti e lo si vede perché l’attore di professione è diverso. Ma hanno studiato, questi insoliti attori, e con impegno. La pièce è molto più una performance che qualcosa con un soggetto o una storia: e questa è la premessa, che Elisa Menon spiega subito al pubblico, prima dell’inizio. ‘Soma’, ovvero il corpo: è un dialogo fra gli attori e il pubblico. Spezzettato, psicologico, portato avanti con molta gestualità e dando tanta importanza all’espressione e al sentimento; un passetto in più lungo le difficoltà soprattutto per chi, fra gli insoliti attori, non parla bene l’italiano. Il tema è quello della trasformazione, inframmezzato da musiche di Bach, Vivaldi, Liszt, Richter e altri; a dar forza ai testi, oltre alle musiche, proprio la parte corporea degli uomini e delle donne che recitano: corpo, e il carico che quel corpo si porta addosso, un carico di ricordi, un carico di desideri, un carico di bisogni e di sensazioni. Un carico di libertà o di privazione.

Mentre gli ‘insoliti attori’ iniziano, sono un po’ nervosi; si avvicinano alla platea per le prime battute, sostenuti e guidati dagli ‘attori soliti’, quelli che lo fanno, e bene, per passione e anche per professione: sono due attrici, Stefania Onofrei e Miriam Rizzo, con alcuni interventi di Elisa Menon stessa e la collaborazione di Giulia Deboni come assistente alla regia. Bravissimi nel guidarli, gli attori di Fierascena sono capaci di romper subito quell’inevitabile nervosismo, e la platea aiuta, perché accoglie bene, guarda con interesse, partecipa. E alla fine dell’ora, o poco meno, applaude con sincerità, con emozione: gli ‘insoliti attori’ meritano, alla fine, un applauso più forte. Sono felici, si fermano a chiacchierare con il ‘pubblico’, abbracciano le ‘solite attrici’, chiedono una foto in più e sognano un giorno in cui forse potranno fare un autografo. E rimarrebbero a parlare con te, e ci sarebbero tante cose da chieder loro, ma non si può, perché il tempo è scaduto e le guardie carcerarie cercano il giornalista. “Dov’è il giornalista? Deve andare via. Ha anche la macchina fotografica”. Non siamo in un ‘luogo solito’: finito lo spettacolo, tutto torna come prima. Con grande gentilezza e professionalità, e in fondo va bene, entrare per queste prime volte è già un qualcosa che inizia a cambiare.

Perdi una gran parte d’umanità, quando entri in un carcere. Te ne rendi conto quando sali le scale da ospite, per occasioni come questa. Qualcuno potrebbe dire: “Se lo sono meritato, sono là dentro per un motivo”; dirlo, oltre che ripetere un’ovvietà, sarebbe comunque un’ingiustizia, a meno che di passi indietro non se ne vogliano fare uno più 254, tanti quanto gli anni trascorsi da quando, a metà del Settecento, in Italia prima che in altre parti del mondo si scrisse di “quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione”. Il teatro la ridà, quell’umanità: permettere agli ‘insoliti attori’ di essere ‘soliti come gli altri’, cambia il loro viso. Il sorriso si vede dagli occhi, se non dall’espressione, dura forse come sempre, o quasi. Il teatro gli restituisce parte di sé stessi, un pezzo di quella parte che hanno lasciato fuori o che la vita o gli altri gli hanno raccomandato a voce alta di non tirar fuori più. È bello sperare, alla fine, di vedere ancora più spettacoli e umanità. È possibile; si può fare. Rifacciamolo.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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