Storia del Carnevale rionale: Servola, Sant’Andrea, San Giovanni

02.03.2019 – 07.39 – Carnevale, “festa dei pazzi”, nella sua originaria definizione medievale, è ormai in piena attività tanto a Trieste, quanto a Muggia. La presentazione del programma odierno ha svelato, nella lista dei diversi rioni della città, un figliol prodigo da tempo scomparso: Borgo San Sergio.
La Trieste moderna, tra Cinquecento e Seicento, si caratterizzava già per le differenze tra il Carnevale del Carso e quello triestino e progredendo nei secoli, tra Settecento e Ottocento, punti di contatto e diversità aumentarono fino a connotare ciascun rione con particolarissime tradizioni, ciascheduna caratteristica della zona. Nell’occasione di quest’ultimo articolo dedicato alla storia del Carnevale triestino, si è preferito concentrare l’attenzione su tre diversi rioni: Servola, innanzitutto, seguito dal passeggio di Sant’Andrea (San Vito) e San Giovanni.
Senza trascurare una divagazione nell’entroterra tribale del Carso.

“Grande gondola veneziana: Piazza della Borsa Carnevale 1905” Copyright: Civici Musei di Storia e Arte

Il carnevale di Servola era già famoso nell’Ottocento per sbaragliare i concorrenti con la quantità (e qualità) delle cibarie, così come delle fantasiose maschere: “Vin dolze e pan de Servola,/Farò mi pareciare/ De Zaule bone ostreghe, / farò anche cusinare!”.
Servola all’epoca era nota per i suoi asini e nell’occasione del martedì grasso la città assisteva alla discesa dal colle del “corteo degli asinelli” con i cavalieriinvitti”.
Orgoglio dei servolani era inoltre il funerale del carnevale, festeggiato durante il Mercoledì delle Ceneri, quando il “cadavere” della festa, un fantoccio ricoperto di stracci neri, veniva condotto attraverso l’intero quartiere e infine bruciato.
I preparativi prevedevano, oltre ai classici crapfen, i “saltimpanza” delle pancogole, cuoche note persino a Vienna per la propria abilità culinaria, abbinate alle ostriche e “granceole” fresche di pescato dal vallone di Zaule. E ovviamente, trasportate su per il colle di Servola, grandi botti di vino bianco.
Il Mercoledì delle Ceneri, nell’occasione del “funerale”, tutti i triestini si affaccendavano per giungere a Servola, chi a piedi, chi utilizzando carri e carretti improvvisati, chi a bordo delle “gripize” e delle “giardiniere”, omnibus rispettivamente a due e a quattro cavalli.
Il corteo era annunciato da un capobanda su un asino spelacchiato, un bandierone nelle braccia; a cui seguiva la lettiga con il Carnevale “defunto”, trasportato da due omaccioni dal volto incatramato e intenti a singhiozzare la morte di una così grande festa! Mentre si detergevano le lacrime con fazzoletti rossi, tracannavano i fiaschi offerti di volta in volta dalla folla raccoltasi.
Il corteo si fermava a ogni osteria (parecchie, nell’Ottocento…) per commemorare i “poveri superstiti”, rimasti orfani di padre Carnevale. Infine, verso sera, chi non era collassato per l’alcool dava fuoco al fantoccio sulla lettiga e ballava intorno alle braci, mentre la banda intonava una stonata marcia funebre a tempo di valzer.
Il giorno dopo era invece compito dei poliziotti ricordare come con il quarto giorno fosse iniziata la Quaresima e che non fosse più tempo di travestimenti…

Il passeggio inferiore di Sant’Andrea (San Vito) era nell’Ottocento scenario di una sfilata inconsueta, prevista durante il Mercoledì delle Ceneri: mentre Servola annegava nell’alcool i propri dispiaceri, Sant’Andrea li seppelliva nello sfarzo e nella ricchezza. Qui infatti gli aristocratici della città si raccoglievano in seguito al carnevale e nella giornata dei postumi sfilavano in carrozza. Ciascuna casa nobiliare gareggiava coll’altra nella bellezza del veicolo, dei mantelli invernali, dei gioielli esibiti dalle gentildonne. Maschere, sì, a loro modo, ma indossate da una nobiltà che le considerava indumento di ogni giorno, quotidiana finzione.
Il contrasto non avrebbe potuto essere maggiore: il martedì grasso, nel centro urbano di Trieste, scherzi volgari, alcool a fiumi, follia e divertimento della plebe; il giorno, dopo, il mercoledì, nella lontana Sant’Andrea, silenzio e aria limpida, mentre la nobiltà sfilava orgogliosa.
Il passeggio disponeva di una piccola stazione, che connetteva a Pola e a Parenzo. Il ristorante annesso era uno dei locali preferiti per chiunque volesse seguire la sfilata, gustandosi intanto un buon pasto pasquale a base di pesce e formaggio.
La stazione verrà rimpiazzata dalla Riva Ottaviano Augusto e dalla nuova ferrovia transalpina (1907), mentre la sfilata si sposterà presso il Passeggio di Barcola.

Passeggio Sant’Andrea: il chiosco, (1912-1913), di Giuseppe Sigon (1864-1922)

Il funerale di Servola non era l’unico: ai confini con il Carso, San Giovanni proponeva un Carnevale tutto “suo” con annessa cerimonia funebre.
Tra i campi i contadini accendevano grandi falò, presso cui gente del luogo e triestini giunti dalla città si abbuffavano di magro, come acciughe e sardelle, senza però ancora vietare la carne, con trippe e polli arrosti. Niente di elaborato, ma cibo genuino, dalla campagna; a cui non mancava lo spaccio di vino locale, allestito nell’occasione.
Il corteo prevedeva stavolta un vero e proprio carro, chiamato “zaia”, trainato da quattro muli bardati. Il fantoccio del Carnevale sul carro era attorniato dalle maschere dei “mandrieri”, caratteristici per il gigantesco cappello di pelo, chiamato per la sua forma “caregon”, cioè “seggiolone”. Si cantava (a carnevale, ma non solo!): Ala matina se senti caminar/ Xe i muratori che vanno a lavorar./ I muratori son tutti traditori,/ Hanno tradita la figlia dell’amor!
I “caregon” funzionavano anche come contenitore per le offerte, votate al dio Bacco. Allontanarsi dalla città significa come sempre riavvicinarsi alla natura e pertanto agli dei pagani e alle vecchie tradizioni. Il percorso prevedeva di toccare le località di S. Cilino, le cave di Monte Spaccato e si estendeva infine fino al profondo Carso.
Il fantoccio veniva bruciato su un prato, sopra una base di paglia, e le ceneri disperse con fischi e musiche funebri volutamente stonate. Appuntamento immancabile, al termine, le trattorie locali, tra le quali era famosa la “de Brocheta”. Qui si commemorava la morte del carnevale con brindisi destinati a durare fino al giovedì mattina.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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