Suicidio a Melara, la donna lascia due bambini. Il vuoto che attrae.

15.02.2019 – 14.51 – Del suicidio di lei, 30 anni, lanciatasi dal balcone di casa, a Trieste, a Melara, si era saputo subito, due giorni fa. Attraverso le voci, sussurrate ma decise, di chi la conosceva. Lascia due bambini piccoli; non si era presentata all’udienza davanti al giudice, per l’incontro preliminare. Motivo dell’incontro con il giudice: il processo a carico dell’ex marito, per maltrattamenti che lei stessa aveva denunciato. Si era scelto, per la delicatezza del tema, di non parlarne; a volte non c’è bisogno di cronaca, rimane la tragedia. Parlare di suicidio è difficile. Quando si decide di entrare in quella sfera personale, intima, di vita dalla quale chi non c’è più ha deciso di uscire, bisogna farlo in punta di piedi. Cercando di non portar polvere da fuori.

Oggi è la stampa nazionale a riprendere, dai quotidiani locali, la notizia di cronaca. E aggiungendoci qualcosa in più; tenere nomi di fantasia sugli articoli nasconde poco. Generalizzare e trovare una spiegazione, da mettere magari in un post, in un articolo fatto per catturare lettori, è sempre troppo difficile. Pronunciare una sentenza di condanna, o d’assoluzione, verso l’uomo che era stato parte della sua vita, formulare un giudizio complessivo su cosa è accaduto attraverso un post su un Social Network, può essere pericolosamente facile. Colpevole. Innocente. Modo, momento, situazione, in un suicidio niente è facilmente prevedibile; le indagini per stabilire se fra i due episodi ci sia un legame sono ora in corso. Le tendenze generali che spingono al suicidio in determinate condizioni non diventano mai linee guida assolute; ipotizzare e toccare tasti delicati e altre persone che hanno fatto parte o meno della vita di chi ha scelto di lasciarla è ancora peggio. L’unica cosa che sembra una costante è l’aver trascurato battute e comportamenti che possono sottintendere alla stanchezza di continuare, alla volontà di arrendersi, qualsiasi sia il motivo. E non prestare attenzione al fatto che, magari, chi adesso ci è riuscito ci aveva provato prima, forse non seriamente e solo per attirare attenzione, ma l’aveva fatto.

Una storia di precedente depressione è la più comune di fronte a un suicidio. Di depressione, oggi, si parla: molto più di prima, ma ancora troppo poco. Eppure, colpisce il fatto che le donne, molto più inclini a soffrire di stati di forte depressione assistiti dal medico, si fermino, e il suicidio risulti più frequente fra gli uomini, che di depressione soffrono di meno. Così, perlomeno, si pensa; oppure, e anche questo è un dato che sta emergendo, gli uomini non cercano l’aiuto dello specialista, mentre le donne sì. Lo stereotipo di genere che vede l’uomo più ‘forte’, ‘massiccio’, di fronte al suicidio non regge. Le donne, alle quali è ‘permesso’, in termini di accettazione sociale, di essere più deboli, di esprimere lo stato di sofferenza e di chiedere aiuto, scelgono altre strade, arrivando in alcuni casi a fermarsi prima della decisione finale, ma il problema non ammette differenze di genere nella sua sostanza. Se i numeri parlano di uomini che muoiono per suicidio violento, ci raccontano, allo stesso modo, di donne che si mutilano e si infliggono sofferenze di ogni sorta, per scelta, senza arrivare alla morte ma morendo un po’ ogni giorno. Ciò che resta, è il vuoto.

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