10.11.2018 |13.00 – Telecamere sulle divise, nelle auto di servizio e nelle celle di sicurezza: questa la controproposta del SAP in merito alla recente campagna di Amnesty International, “Forza Polizia mettici la faccia”, che propone una normativa che preveda l’uso del codice identificativo sulle divise degli agenti per individuare i soggetti delle Forze dell’Ordine responsabili di eventuali abusi.
Il Segretario provinciale del SAP, Lorenzo Tamaro, ci racconta: “Noi siamo per la trasparenza e la verità. Quotidianamente i poliziotti, mettono la faccia in ogni attività che svolgono al servizio del cittadino”. In merito alla proposta di Amnesty, il sindacato espone le proprie perplessità sull’efficacia di un metodo definito vecchio e obsoleto, che facilmente si può prestare ad essere usato come mezzo per screditare l’operato degli agenti, attraverso strumentalizzazioni o false denunce. La proposta del sindacato di polizia di dotare le forze dell’ordine di telecamere nasce invece come un’esigenza reale, che, già nel dicembre del 2014, il SAP aveva promosso con l’uso della spy pen, per sostenere quella che vuole essere un’operazione di trasparenza oltre che di prevenzione.
Sulla pagina ufficiale di Amnesty International (www.amnesty.it) si legge: “Diciassette anni dopo il G8 di Genova del 2001, molti dei responsabili delle gravi violazioni dei diritti umani commesse in quell’occasione sono sfuggiti alla giustizia, restando di fatto impuniti, vista l’impossibilità di identificare gli esecutori materiali da parte dell’autorità giudiziaria”. Proprio su questo punto si sofferma il sindacato di polizia, evidenziando come l’organizzazione non governativa sia rimasta attaccata ideologicamente ai fatti del G8: da allora, ricorda, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha avviato il corso di formazione obbligatoria sul comportamento da tenere durante l’ordine pubblico, sia per i dirigenti che per gli agenti di tutti i reparti, su tutto il territorio nazionale. Il personale così formato in tutti questi anni, lavora a servizio del cittadino e “non è servo dello Stato come recriminato da alcuni striscioni apparsi a Trieste durante il corteo antifascista del 3 novembre”; Tamaro ne parla, dicendo che lo svolgimento della manifestazione è andata a buon fine grazie anche al duro lavoro e alla preparazione di tutte le forze presenti. Preparazione che riguarda, tanto la capacità di resistenza fisica, visto il protrarsi nelle ore di alcune manifestazioni, quanto quella psicofisica, messa a volte a dura prova da manifestanti violenti che si rivoltano contro le forze dell’ordine che stanno svolgendo il loro lavoro.

Da un punto di vista oggettivo, il diritto a manifestare può venire abusato e trasformato in un’azione violenta che danneggia prima di tutto i cittadini. La divisa operativa in dotazione usata in queste occasioni per il servizio di ordine pubblico, è composta da casco con visiera trasparente, scudo, ginocchiere, paragomiti e gilet tattico, tutte protezioni di difesa, che appunto proteggono l’agente da un eventuale lancio di oggetti contundenti o dall’assalto da parte di alcuni soggetti violenti, mentre manganello e lacrimogeni sono strumenti che servono per disperdere la folla in caso di gravi disordini.

Il segretario provinciale del SAP ha quindi continuato, ponendo l’interrogativo: “Dov’è Amnesty International quando un poliziotto è a terra?”, per far capire che l’impiego di telecamere serve a documentare l’intero intervento, in un vero report di un’azione di polizia, senza tagli di comodo o strumentalizzazioni. “Una proposta come la nostra, potrebbe perfino essere appoggiata da Amnesty in sostituzione a quella dei codici identificativi alfanumerici”, spiega Tamaro. “Riteniamo che la petizione di Amnesty International rappresenti un capovolgimento, che porta a schedare i poliziotti piuttosto che i delinquenti”. L’impiego delle registrazioni audio-video, andrebbe infatti sia a tutela degli operatori delle Forze dell’Ordine, quanto dei cittadini, essendo una prova incontrovertibile dei fatti accaduti. “Noi ci mettiamo la faccia, anche la voce” recita la frase su cui si incentra la campagna del SAP, intendendo con ciò la disponibilità a mostrare realmente ciò che accade da una parte e dall’altra, “a dispetto di una realtà parziale, faziosa e spesso falsa che potrebbe essere generata dagli alfanumerici”. Conclude infine Tamaro: “La verità è sinonimo di legalità, una battaglia percorribile anche da un movimento che si prefigge di creare un mondo giusto e che mette in evidenza le ingiustizie, come ad esempio quelle di false accuse e di generalizzazioni sterili nei confronti delle forze dell’ordine”.


