21.11.2018 – 11:03 – Il medico indagato a Trieste. Le ipotesi, ora, di nove omicidi. Gli “angeli della morte”. Ancora troppo presto per dire o scrivere, su quanto è accaduto, di certezze. Una delle realtà più inquietanti, ripetutasi più volte nel corso della storia, è però quella dei cosiddetti “angeli della morte”.
La figura del medico, o dell’infermiera, che diventa un “angelo” dedito a far sprofondare dal sonno al riposo eterno il suo paziente – a volte per dichiarata ‘missione’, a volte per dichiarato ‘fastidio’ come nel caso dell’infermiera di Lugo, Daniela Poggiali, accusata di omicidio volontario e nuovamente sotto processo dopo l’annullamento nel luglio di quest’anno della precedente sentenza di assoluzione – è di facile presa per l’immaginario collettivo. Una presa emotiva, questa, che di fronte alle notizie in prima pagina afferra il nostro immaginario. Subdola, perché, comprensibilmente, ingenera paura in chi della figura del medico deve invece, statistiche e storia della medicina alla mano, assolutamente fidarsi. La paura che si scatena nei confronti del medico di fronte alla prima pagina può diventare molto pericolosa soprattutto nelle persone più deboli, proprio negli anziani rimasti soli, che potrebbero giungere a rifiutare l’assistenza, con un: ‘Non possiamo fidarci di nessuno. Neanche di te’. Gli episodi di “angeli assassini” verificatisi nell’arco della lunga storia della medicina contemporanea sono invece veramente pochi, sia in numero complessivo che in frequenza. Salvare vite – non è un dire banale – è la missione del medico, e questi pochissimi casi testimoniano in realtà come il giuramento fatto sia di fondamentale importanza per chi abbraccia la professione e per le strutture sanitarie che stanno attorno a lui e con lui lavorano.
Eppure, di fronte alla prima pagina, inorridiamo. È facile fare un paragone con altri tipi di tragedia: tutti sappiamo che l’aereo è il mezzo di trasporto più sicuro in assoluto, eppure una tragedia aeronautica ci colpisce immediatamente. Il medico che uccide, anche se è solo un sospetto, ci fa tremare. L’atto è incomprensibile, non c’è un motivo, “perché l’ha fatto?”. Perdiamo immediatamente fiducia. L’ “angelo della morte” medico o infermiere colpisce tanto il nostro immaginario proprio perché è in grado, se lo vuole, di uccidere silenziosamente, con grande facilità, mimetizzandosi. Può essere chiunque; può raggiungerci mentre siamo indifesi.
Non esiste una categoria specifica o un ritratto-tipo di ‘assassino’: la cronaca ha visto diventare protagonisti di una serie di omicidi sia uomini che donne. Infermieri, o medici, o assistenti impiegati nel mondo ospedaliero o assistenziale. A volte, è accaduto in corsia; a volte in strutture di pronto soccorso, a volte in case di riposo e ricoveri per i più deboli. Non risponde a verità il pensiero che il medico o l’infermiere “angelo della morte” operino mossi da ‘compassione’ perversa o con un ideale più alto, come ad esempio quello di ‘aiutare la società a liberarsi di soggetti ormai inutili’, che preferirebbero, se fossero lasciati liberi di scegliere, essi stessi morire: non è così. Neppure, stando alle indagini e alle sentenze, è il senso di fastidio per la loro presenza, per il fatto che sono malati o si lamentano disturbando, ad armare di medicinali mortali la mano dell’assassino.
Le perizie fatte dagli specialisti e riportate nelle sentenze ci dicono che la motivazione principale è la sensazione di onnipotenza. Tutti, in situazioni nelle quali abbiamo un certo potere – al lavoro, quando arriviamo primi in una gara, quando abbiamo a disposizione un’arma – proviamo, prima o poi, quella sensazione: la consapevolezza di essere i più forti. Una personalità che per qualche motivo è disturbata, però, non riesce a controllarsi, e cade vittima del desiderio di disporre della vita degli altri. Il potere di decidere sulla vita o sulla morte: l’adrenalina, una sensazione più forte addirittura di quella sessuale.
Il confine, spesso, nella storia di questi assassini, è stato oltrepassato casualmente: una morte di un malato che accade per un errore alla fine di un turno di guardia medica pesante, un esaurimento nervoso che porta a commettere uno sbaglio nel dosaggio di un farmaco: un episodio terribile di cui non si parla. E, fatto una volta, e constatato che alla fine è andato tutto bene e non se n’è accorto nessuno, in chi è affetto da una psicopatologia si scatena la voglia di rifarlo. Stavolta non per caso, ma come atto voluto, ricercato e gratificante. Uccidere diventa intensamente piacevole: è la stessa emozione che spinge gli omicidi seriali a selezionare e seguire anche per anni le proprie vittime prescelte, progettando accuratamente tutto, osservandole in ogni istante della loro vita, giocando con loro fino al momento finale. E a ripetere l’esperienza. Prima a distanza di anni, poi via via sempre più spesso, perché la soddisfazione diventa di durata sempre più breve.
È giusto ricordare, di fronte a ciò che accade, che fra gli “angeli della morte” i medici veri e propri sono stati molto pochi: solo uno su quattro, fra i soggetti che hanno avuto comportamenti disturbati in ambiente sanitario, è stato un medico. Ci sono state a volte situazioni di omertà, emerse solo dopo anni: piuttosto che denunciare, si licenziava
semplicemente il soggetto, che però poi riprendeva ad uccidere appena si sentiva tranquillo e padrone del nuovo contesto in cui operava. Con il passare del tempo e con la piena comprensione dei rischi che ne derivano, l’omertà si è ridotta, per quanto possa restare difficile per un medico o un infermiere denunciare un collega che magari conosce da molti
anni, spesso di fronte a un semplice sospetto. L’ “angelo della morte” che uccide i malati terminali sostituendo il contenuto delle flebo, nei casi dimostrati, affiancava infatti alla personalità disturbata anche una seconda personalità di medico molto scrupoloso e attento, che salvava vite: gli stessi farmaci possono essere usati per salvare, o per uccidere. Risultava quindi difficile credere che ‘potesse esser stato proprio lui’. O lei.
Dottor Jekyll, e signor Hyde: è qualcosa che è dentro di noi. Perché un medico uccide? Non abbiamo risposte.
[foto: Michael Swango, nato nel 1954. Fu accusato negli anni Ottanta di sessanta omicidi nei confronti di pazienti e colleghi; ha ammesso solo alcuni degli omicidi, ed è stato condannato a tre ergastoli. È ancora in vita e rinchiuso in un carcere statunitense.]


