Trieste è donna: alla scoperta dello Spazio Moon

04.10.2018  08.00 – All’angolo tra piazza Barbacan e Androna degli Orti, abbarbicato e incastonato tra le pietre della nostra città vecchia, nasce a giugno di quest’anno un piccolo e confortevole Spazio Moon, dedicato interamente alle donne e creato dalle triestine Elisa Gellici e Macry Dainese. Oggi abbiamo intervistato Elisa per parlare del suo lavoro, di Spazio Moon e del marchio da lei fondato, Mammisi.

Elisa, in che cosa consiste il tuo lavoro e che cosa cercano le donne che vengono allo Spazio Moon?

Se dovessi dare un nome al mio lavoro, direi che è quello di riportare le donne alla ripresa del loro stato originario e alla ripresa della loro condizione primordiale, quella in cui i sensi si svegliano e guidano i processi naturali, indipendentemente dalla fase in cui le ho incontrate, che sia un momento di pre-concepimento, una gravidanza, un post-parto, una menopausa o un lavoro su sé stesse in quanto donne. Il progetto all’interno dello spazio Moon è quello di avere un insieme di professioniste che attraverso diversi canali lavorano per questo stesso obiettivo. Chi viene da noi cerca un modo per tornare a stare bene dal punto di vista della propria femminilità: sono persone che per qualche motivo non sono riuscite a vivere in maniera naturale alcune esperienze di vita legate all’essere donna e che per questo si sentono bloccate, ferme, o sentono il bisogno di tornare indietro per rielaborare la loro personale storia in modo diverso.

Quali sono i canali attraverso cui lavorare e che cosa si fa a livello pratico?

All’interno di Spazio Moon attualmente ci siamo io e due massaggiatrici specializzate (di cui una è Macry Dainese, con la quale condivido l’idea fondante del progetto), più alcune figure satellite che collaborano con noi saltuariamente. Uniti tutti dallo stesso obiettivo di cui abbiamo appena parlato, ognuno usa il proprio strumento per raggiungerlo.

Le ideatrici di Spazio Moon, da sinistra: Elisa Gellici e Macry Dainese

Le massaggiatrici lavorano ovviamente sul corpo cercando di far tornare la persona in contatto con ogni sua parte. Io invece parto dal rapporto parola-pensiero, dal verbo: c’è un linguaggio che le donne sono abituate a usare in questa società che le allontana dallo stare bene, senza nemmeno che se ne rendano conto. Spesso in pratica le parole allontanano la persona dal suo reale sentire, e ciò crea una discrepanza che porta al malessere dell’insieme mente-corpo. Facendo un esempio, quando si parla di interruzione di gravidanza, già la parola interruzione (che segna in qualche maniera uno stato di blocco, di staticità) produce un problema a livello inconscio, legato alla non corrispondenza tra ciò che accade e quello che la parola invece suggerisce. Se incontro un certo tipo di linguaggio che non rispecchia il mio vero stato naturale, io lo faccio mio in automatico: così però creo una contrazione, una reazione che a sua volta apporta una chiusura. È complicato da capire e da spiegare, ma la mia esperienza mi ha insegnato, e mi sorprendo ogni volta, che quando si va a lavorare sulla rielaborazione, le donne cominciano a stare meglio dentro sé stesse.

E poi come procedi per la rielaborazione delle esperienze?

Dalla parola passo al respiro, poiché respirare è stata la nostra prima azione fuori dal grembo materno. Laddove per esempio il respiro è carente, il linguaggio lo è a sua volta: il mio lavoro iniziale infatti è di osservare la comunicazione verbale e non verbale della persona che ho davanti e la sua gestualità. Da lì comincio a lavorare sul respiro per far rimettere la donna in contatto con ogni sua parte del corpo attraverso il canto carnatico. Non è un vero e proprio canto, infatti inizialmente alcune donne si imbarazzano preoccupandosi di cantare male, ma non è un cantare come normalmente viene inteso. Il carnatico dà suono al respiro allungando l’espirazione; il suono che si va a intonare funziona su diversi toni che inducono delle vibrazioni. Queste piccole ondulazioni vanno a stimolare la corteccia cerebrale primitiva (la cosiddetta paleo corteccia), la quale è l’unica a produrre ormoni come ossitocina ed endorfina, necessari alla vita e al benessere di ogni donna. La paleo corteccia registra tra l’altro tutte le nostre esperienze più primordiali, come quella del parto per esempio, ed è per questo che si va a stimolarla durante la rielaborazione di un’esperienza simile. Sollecitarla fa emergere il vero stato in cui si trova l’individuo: non come crede di stare, ma come sta veramente. Il discorso del canto poi mette in vibrazione l’intero corpo lavorando sui tessuti connettivi rilassandoli gradualmente e a livello neurologico. Il punto cruciale è che quando i sensi si affinano, le paure scemano perché si scopre che il corpo ha delle risorse di cui non avevamo tenuto conto.

Il tuo è un lavoro che prende in considerazione tutti gli aspetti della vita di una donna. A questo proposito qual è la tua formazione, come sei arrivata a fare questo?

Il mio lavoro parte dalla mia passione: il canto (Elisa è anche una brava cantante, conosciuta nell’ambiente triestino, n.d.r.). Da tanti anni mi interessavo di femminino a livello archeologico e antropologico. Nel 2004 mi trovavo in Bosnia Erzegovina quando conobbi una donna del cui sguardo fiero e selvaggio rimasi molto colpita. Conoscendola scoprii che era un’antropologa che aveva vissuto dodici anni tra gli aborigeni, diventando una di loro e partorendo due gemelli davanti a una pozza d’acqua. Capii allora da dove veniva quello sguardo incredibile che portava. In quel momento mi chiesi: “che cosa accadrebbe se una donna o un uomo si riappropriassero della loro parte più animale, quella più antica, primordiale, in una società come la nostra in cui i sensi vengono negati e usati poco o impropriamente?”. 

Elisa

Venivo da dieci anni di pratica yoga, da qui la mia idea di mettere in fluidità ogni singola parte del corpo con le altre. Continuai a studiare sempre più approfonditamente l’archeologia e tutti i siti dedicati alla nascita, tra cui uno in Egitto nell’antica Dendera, di nome Mammisi (che poi è il marchio depositato da Elisa che dà il nome al suo lavoro, n.d.r.); qui sono raffigurate delle donne che cantano e suonano durante una nascita. Mi accorsi che ciò veniva raccontato anche da tante altre culture: riti e canti al momento del parto, per accompagnare la donna al contatto con sé stessa durante il dare alla luce la vita.  Chi presenziava alla nascita metteva in atto a livello vocale o strumentale dei suoni e delle sequenze ridondanti, così come fa il carnatico.

Ho iniziato così a fare dei collegamenti tra culture e popolazioni: che cosa facevano e perché sapevano che c’era bisogno di assecondare un certo stato di coscienza? Ho studiato e sto continuando a studiare le culture tribali: a questo proposito a gennaio andrò in Kenya con delle ostetriche, osserverò il loro lavoro e parlerò con le anziane che hanno sempre seguito le nascite.

Quello che fai come si inserisce e si confronta rispetto alla medicina cosiddetta allopatica?

Sono contenta che me lo chiedi, perché c’è molta diffidenza talvolta rispetto a tutto ciò che non è medicina ufficiale. In proposito ci tengo a dire che questa nostra metodologia non va contro, né è sostitutiva di altri percorsi che una persona può intraprendere per stare meglio. Vi porto l’esempio di molte donne che parallelamente al lavoro che fanno con noi, stanno imboccando un percorso di psicoterapia o altri tipi di cure mediche. La mia idea è quindi quella di apportare e non di togliere, di collaborare tra varie discipline per il bene della persona in toto. Per esempio io non sono assolutamente contro l’ospedale per far nascere un bambino, però l’ospedale non dovrebbe dimenticarsi quale sia il linguaggio naturale della nascita e che a questo linguaggio si voglia adattare.

Vuoi aggiungere qualcosa? 

Spazio Moon non è solo un nome, ma un concetto di spazio in cui le donne possano affrontare il percorso di cui sopra abbiamo parlato. Un posto in cui abbiamo voluto guardare al femminile anche attraverso l’arte, collaborando con l’Aperitivo con l’arte. L’arte di donne che sono “rimaste”: perché sono rimaste? Edith Piaf, Frida Khalo, Billie Holiday e tutte quelle che ci hanno lasciato un segno, sono donne che sono riuscite a dare forma al loro sentire, che poi è quello che cerchiamo di fare qui con le persone!