La “seconda Liverpool”: la comunità inglese nella Trieste asburgica

06.10.2018 – 09.54 – La crescita del porto commerciale di Trieste dapprima con la concessione della patente di porto franco (1719) sotto Carlo VI e in seguito con le riforme di Maria Teresa d’Austria, si accompagnò a uno sviluppo demografico, favorito dall’afflusso di esuli religiosi e nazionali dai diversi territori dell’impero e successivamente dalle nazioni di tutta Europa. Solitamente vengono citati, con riferimento ai diversi edifici religiosi della città, la comunità serbo-ortodossa, greco-ortodossa e la comunità ebraica, già preesistente con un nucleo seicentesco.
La Gran Bretagna, dalla ben più vasta esperienza mercantile degli Asburgo, non si sottrasse all’improvviso fascino di Trieste, “esplosa” negli ultimi anni del ‘700 a oltre ventimila abitanti. Mercanti e spedizionieri dapprima e in seguito nobili, esploratori e infine intellettuali popolarono la città, arricchendola con la propria esperienza negli affari e nel contempo restando trasformati – economicamente e socialmente – a loro volta. Se la presenza di esploratori e scrittori quali Richard Burton e dell’irlandese James Joyce ha già ricevuto grande attenzione dalle guide turistiche, meno conosciuta è la storia dei mercanti inglesi nell’ottocento e delle tante ville e ritiri che costruirono a Trieste, spesso stabilendosi negli ultimi anni di vita.

Le prime tracce di cittadini inglesi a Trieste risalgono al XIV secolo, quando vengono menzionati gruppi di cavalieri templari, mercenari e ovviamente navigatori di passaggio.
L’istituzione della Suprema Intendenza Commerciale del Litorale, voluta da Carlo VI d’Asburgo nel 1734, segue, negli anni centrali del ‘700, a un aumento della popolazione inglese residente.
Non a caso, perché proprio dal 1749 al 1764 a capo dell’Intendenza c’era uno scozzese, il Conte Nicolas Hamilton. L’Intendenza, a sua volta, aveva il compito di regolare il commercio nel Litorale, nello specifico favorendo i legami con le città del nord.
Verso gli anni Settanta del ‘700, la presenza inglese si era a tal punto imposta da richiedere l’apertura di un consolato (1774), il quarto in Europa. Non solo commercianti e armatori, ma tanti marinai, che si sarebbero in seguito arruolati nella Imperial Regia Marina.
In generale, secondo il giudizio di Kenneth Baker, nel saggio “Case, ville e giardini inglesi a Trieste nell’ottocento” (1985), gli inglesi introdussero razionalità e dinamismo nell’economia, elementi che avrebbero poi trasposto nelle ville e nell’edilizia locale. Il lavoro fu riorganizzato e reso più efficiente e ne beneficiarono in particolar modo il settore delle assicurazioni e dell’industria. Nell’ottocento la presenza inglese tende a salire e scendere, ma generalmente continuò a crescere: verso il 1830 gli inglesi si raccolsero finalmente in una Comunità nazionale, raggiungendo nel 1880 le dimensioni maggiori, intorno a 250 persone.

E’ interessante, in quest’ambito, citare il giudizio di un triestino, ovvero il conte Girolamo Agapito (1844): “L’attuale di lei popolazione approssimativamente ascende ad anime 160. Fra gli individui componenti questa onoranda Comunità, si contano parecchi Negozianti di prima sfera i quali con i loro possenti mezzi, estesissimo credito, e proverbiale rettitudine efficacemente contribuiscono ad animare e sostenere ogni sorta di traffici a rilevante profitto del nostro operoso emporio, dove mantengono una perenne lucrosa vivacità con ben ponderate vaste speculazioni”.

L’amore per l’innovazione, le tecnologie e generalmente un approccio razionale al quieto vivere trasformarono le abitazioni dei britannici nelle case borghesi tra le più avanzate della Trieste asburgica, specie nella prima metà dell’ottocento.
Kenneth Baker cita a questo proposito la testimonianza dell’italiano Alessandro de Goracuchi, di professione medico e “igienista”, il quale osserva come gli inglesi avessero sempre impianti sanitari bene attrezzati, flussuometri e ogni agio domestico. Questo si rifletteva nell’arredamento, oltremodo lussuoso, e nell’amore per il giardinaggio.
Quando Lord Byron visitò Trieste, venne avvistato nella zona di Chiarbola e non era un caso, perché la gran parte delle ville inglesi sorgeva proprio in quell’area, a sud della città. La maggior parte venne chiusa, ristrutturata o demolita verso gli anni Venti e Trenta, con il passaggio della città all’Italia. In quest’occasione si lascerà da parte la chiesa anglicana di Via San Michele, così come la Casa del Marinaio Inglese (1859-1926), preferendo invece concentrare l’attenzione sulle sole abitazioni. Sempre a questo proposito si è scelto d’accantonare Villa Freeland-Bryce, Villa Shiras, Villa Greenham e Villa Rutheford, che verranno trattate nei futuri articoli della rubrica.

Il primo acquisto immobiliare registrato agli atti da parte di un inglese a Trieste avvenne il 2 giugno 1807, quando il commerciante Henry Bynner prendeva possesso di una casa con annessa campagna nella contrada di San Vito. Bynner – unico tra gli inglesi del tempo – rimase a Trieste durante la terza occupazione napoleonica (1809-1813) e ne patì il prezzo, vedendo ogni sua merce sequestrata dall’esercito francese. Come ricordato nell’articolo della settimana scorsa, Trieste fu poi bombardata dalla flotta austro-inglese nell’ottobre del 1813, circostanza nella quale Bynner rischiò di perdere ogni bene e persino la vita per mano dei suoi stessi compatrioti, quando iniziarono un violento cannoneggiamento che investì anche la casa di S. Vito.
Successivamente Henry Bynner si adoperò largamente per il successo di Trieste e della sua piccola comunità anglofona: divenne dapprima Agente Consolare del Regno Unito, poi Viceconsole e nel 1832 redasse un impressionante rapporto destinato al Ministero degli Esteri Lord Palmerston, dove gli si chiedeva di mantenere il Consolato di Trieste, a rischio di un declassamento a favore di Venezia. La richiesta ebbe successo, grazie alla valanga di dati commerciali e di rapporti finanziari inviati da Bynner.
A livello locale, il viceconsole si adoperò per chiedere (e ottenere) un luogo di culto per gli anglicani in città, mediante una petizione a Vienna e nello stesso periodo, nel 1820, compilò il primo censimento dei sudditi britannici.

Stabilitosi a termine delle guerre napoleoniche a Trieste, George Hepburn era un facoltoso mercante, precedentemente impegnato a gestire un commercio nella colonia inglese di Malta.
Nell’agosto del 1820, Hepburn acquistava una villa con annessi terreni nella zona di Chiarbola inferiore: nientemeno che l’ex casa di Girolamo Bonaparte, Re di Westphalia appena qualche anno prima e in esilio a Trieste con il titolo di Principe di Montfort.
Il “pacchetto” acquisito da Hepburn comprendeva un giardino, vigne, orti, stalla, bosco “con tesa” e una casa padronale. Quest’ultima fu completamente ristrutturata e trasformata in quanto sarebbe diventata la “Villa Hepburn”.
La Villa, nell’età della Restaurazione, era famosa per le tante feste e ricevimenti, dove veniva invitato il fior fiore della nobiltà triestina e di fatto internazionale: d’altronde, come osserva Baker, Hepburn era “ricco, scapolo ed ospitale”.
Il commerciante si trasferì poi in città nel 1838 e l’edificio divenne noto come “Villa Gossleth”; dapprima di proprietà della contessa Freysinger de Rocco, poi dell’industriale Francesco Gossleth, venne modificata nella facciata, con un avancorpo in stile neoclassico.
Il richiamo di Albione doveva però essere irresistibile, perché dal 1883 al 1890 la Villa fu l’abitazione dell’esploratore extraordinaire e console britannico a Trieste, Sir Richard Burton.
Nel 1920 la Villa Hepburn divenne “Villa Economo”, passando agli omonimi baroni e successivamente nel secondo dopoguerra le tante ristrutturazioni la ingrigirono e involgarirono fino a trasformarla nell’attuale condominio.

Un angolo della “drawing room” di Sir Richard Burton, a Villa Economo

La presenza di uno tra i più attivi commercianti inglesi a Trieste, John Davis, risale al 1819, quando in società con Mac Bean e il cognato Mathew Fletcher, inaugura una nuova impresa: “Fletcher, Davis&Co”. Successivamente l’azienda venne abbreviata in “John Davis&Co”.
John Davis conquistò immense fortune nella Trieste della prima metà dell’ottocento grazie all’esportazione di stracci e rifiuti di tessuto verso la Gran Bretagna, disposta a pagarli a buon prezzo per utilizzarli nelle fabbriche di carta del paese.
Verso il 1836 John Davis acquistò una casa di campagna nella zona di Scorcola, “in Contrada Commerciale oltre la Nuova Barriera” (cit. Baker). Diventerà, dopo la ristrutturazione, la “Villa Davis”, futura dimora della famiglia nel secolo a venire.
Come Bynner, Davis era impegnato a fondo nella politica locale, nella misura in cui era “membro aggiunto” della Camera di Commercio e tra gli azionisti e i membri del Consiglio di Amministrazione del Lloyd Austriaco. Si deve anche alla sua generosità la costruzione della Chiesa Evangelica, di Via San Michele.
La morte di Davis (1856) non interruppe la tradizione di buona amministrazione e fiuto per gli affari della famiglia: i figli, nessuno dei quali, comprese le sorelle, scelse di sposarsi, gestirono i milioni di profitto della famiglia distribuendoli tra la chiesa anglicana, la Casa del Marinaio Inglese e le (tante) associazioni filantropiche triestine.
L’ultima erede, Sarah Davis, prescrisse nel testamento di utilizzare il largo patrimonio della famiglia a favore di una colonia marina per i fanciulli bisognosi e soprattutto per l’edificazione di un “mercato coperto”, destinato a diventare l’ardita costruzione razionalista e moderna oggi conosciuta in Via Carducci. La Sarah Davis prescrisse infatti esplicitamente nel testamento come il patrimonio fosse destinato a proteggere le “venderigole”, le cui terribili condizioni e povertà l’avevano commossa negli anni di residenza a Trieste.
Le altre condizioni del lascito prevedevano la cura della tomba di famiglia e l’intitolazione della via presso la Villa a Sarah Davis. La tradizione filantropica della famiglia venne poi proseguita simbolicamente, quando alla morte dell’ultima erede, la Villa divenne l’attuale ricreatorio comunale G. Brunner. La tomba viene invece mantenuta in buono stato dall’amministrazione del Cimitero anglicano, perchè già dal 1973 il Comune di Trieste lamentava di non avere i fondi necessari (!).

“Villa Hepburn”, a San Vito, nell’ottocento.

George Moore era già stato citato nell’articolo sulla “toponomastica affettiva” triestina, dove si ricordava il suo aver soprannominato “Borahall” (Atrio della Bora) la sua villa a Trieste.
George Moore conobbe Trieste quando a trentaquattro anni, benestante e vedovo, decise di dedicarsi al commercio in Austria, stabilendosi nel suo promettente porto, libero dall’ultima occupazione napoleonica (1814). George Moore letteralmente vendeva di tutto: merci in loco, così come carichi di mercanzie nell’entroterra austriaco, deprivato ed estremamente povero dopo anni di conflitto contro il “piccolo caporale”.
I metodi spregiudicati di Moore, personaggio di per sé eccentrico, riscossero più di un malumore tra i commercianti rivali, ma questo non gli impedì una rapida ascesa sociale, coronata nel maggio del 1821 dalla nomina di Console degli Stati Uniti a Trieste.
Oltre alla partecipazione alla vita economica della città, Moore fu un attivo sostenitore di quella sociale: contribuì a fondare il “Casino Vecchio”, fu tra i palchettisti del Teatro Nuovo e contribuiva alle iniziative rivolte ad aiutare i più poveri della città.
Verso il marzo del 1833 Moore decise di acquistare una casa settecentesca nella contrada di San Vito, affascinato dalla sua posizione nella natura e con una notevole vista sul golfo.
La “Villa Moore”, nella quale il commerciante dimorò fino alla morte (18 febbraio 1871), è tra le poche case inglesi della quale disponiamo di una descrizione particolareggiata, fornita dai tanti invitati alle feste e agli incontri intellettuali del signorotto inglese.
Appropinquandosi all’ingresso, il visitatore restava colpito dall’alto muro di protezione, romanticamente medievale e coronato da un’anacronistica merlatura: una soluzione inventata da Moore, affinché le case di campagna sottostanti alla sua villa non imbruttissero il panorama sul mare, ma restassero “nascoste”. Entrando, il visitatore veniva accolto da un florilegio di piante rare e alberi meticolosamente curati, mentre la villa in sé presentava un aspetto pulito e bene ordinato. Le tende alle finestre, le tovaglie e i centrini, le posate, i mobili e persino i grembiuli della servitù sembravano tanto puliti da luccicare.
Moore era anche un collezionista d’arte e la villa esponeva quadri del Reni e del Guercino, ammirabili in biblioteca, mentre nella sala da pranzo due monumentali ritratti, rispettivamente di Nelson e di Wellington, squadravano gli invitati, a ricordargli la nazionalità del proprietario.
In occasione delle vittorie di Trafalgar e Waterloo, Moore festeggiò ornandoli con corone d’alloro.
La Villa Moore passò inizialmente a Luigi Slataper, nel 1874, constatato il disinteresse dei parenti della famiglia inglese, da tempo residente in Inghilterra e in seguito divenne proprietà della famiglia Costantini, che la gestisce tutt’ora.

Personalità travolgente, dinamica e tesa a progetti faraonici, John Iver Borland è un inglese “triestino” a cui la città non ha ancora riconosciuto l’immenso valore.
Inizialmente Borland, giunto a Trieste nel 1826, si fece le ossa acquistando granaglie dall’Est Europa e dal Medio Oriente e rivendendole nella zona del litorale e sui mercati esteri.
Passò poi all’acquisto degli immobili con una proprietà un tempo di Carolina Murat, ex Regina di Napoli e sorella di Napoleone: i terreni divennero presto un gigantesco possedimento denominato “Villa Borland”, che si estendeva dai pendii di Chiarbola Inferiore fino alla riva del mare in Campo Marzio. Niente meno che una colonia inglese nel cuore della città, un piccolo regno personale.
Questo non era che l’inizio, perchè Borland procedette poi a intraprendere contemporaneamente almeno dieci progetti edilizi, molti dei quali slegati da un reale profitto economico e inquadrabili in una visione lungimirante volta a trasformare Trieste in quella che definiva la “seconda Liverpool”, preavvertendo il boom industriale della città giuliana nell’ultimo quarto dell’ottocento.
A partire dal 1841, Borland costruì un proprio molo con annessa gru, segnato col suo nome fino al 1887 e in seguito interrato; tre grandi officine/depositi in seguito divenuti proprietà del Lloyd austriaco, nell’area dell’Androna di Campo Marzio; scavò parte della collina di S. Andrea per costruirne il Viale e il Piazzale; sempre in quest’ambito completò il piazzale dell’Arsenale di Artiglieria.
Trasmette poi efficacemente lo spirito di Borland la costruzione del primo tratto di quanto sarebbe diventata Via Franca, prevedendo come si sarebbe trasformata in uno dei principali assi di scorrimento della città. La previsione si sarebbe poi avverata decenni dopo, quando il Comune completò quant’era stato però un lavoro privato di Borland.
Al culmine di questo furore costruttivo, Borland gestiva nella sola Trieste intorno a 800 operai e col tempo dovette persino vendere Villa Borland per sostenere tutte le spese necessarie. La sua nuova sede divenne così Palazzo Carciotti (1846), trasformato nel 1846 in una via di mezzo tra un’abitazione e un centro operativo.
Questa dedizione assoluta al lavoro, degna di un workaholic giapponese, risultò la fine per John Borland, che fu infatti stroncato qualche anno dopo per un “malore improvviso”, nel maggio del 1849.

George Haynes giunse a Trieste nel 1818 e dopo aver trovato, come tanti suoi connazionali, un primo aiuto grazie al Consolato Britannico, diede via a un’attività di rivendita di stracci e pezzi di stoffa destinati alle cartiere britanniche. La famiglia Haynes, accumulata una piccola fortuna nell’arco di pochi anni, divenne pertanto un altro elemento di quella rete di commercianti inglesi partecipe delle riunioni della nobiltà e della borghesia e attiva in prima linea nelle diverse attività filantropiche dell’epoca.
George Haynes, oltre a essere un artista dilettante, promosse la nascita della Società Filotecnica e in seguito della Società delle Belle Arti, la quale dal 1830 cominciò a esporre una mostra annuale di pittori triestini. La prima esposizione venne a sua volta finanziata proprio dal George Hepburn dell’omonima Villa.
La figlia di George Haynes, Emily, si sposò una prima volta con un uomo d’affari inglese e nell’occasione il padre le regalò come dono di nozze una bella casa di campagna in Contrada di San Vito, non lontana dalla stravagante “Borahall” di George Moore.
Con quattro figlie e improvvisamente vedova, la Emily nel 1856 non ebbe altra scelta se non risposarsi, stavolta con uno scozzese vice console britannico a Trieste, Edward William Brock. L’uomo, nonostante non fosse granché ricco, apparteneva a una famiglia di nobili natali, di Guernesey. La casa di campagna divenne presto nota come la Villa Haynes-Brock.
Quando l’uomo esaurì la carica di console, ma non ricevette alcuna pensione, l’intera famiglia dovette rientrare in patria.
Una storia tra le tante, se non fosse come, nonostante il Brock dichiarasse di essere spiantato, i triestini rimanessero convinti che avesse accumulato nella villa grandi ricchezze. La spiegazione sta forse nella popolarità del personaggio e al tempo stesso nella sua nobiltà “di sangue”; tuttavia rimane bizzarro come Giuseppe Caprin, nel volume “Nostri Nonni”, si riferisca agli “immensi tesori” di Brock e a un “castello piantato nello scoglio”, dove si era ritirato a vivere negli ultimi anni.
Baker negli anni ottanta non riusciva a capacitarsi di questo “castello”, completamente assente dalle cartine geografiche, mentre dall’altro la Villa venne acquistata da Enrico Staffler e infine demolita il 2 giugno 1972.
Adesso vi sorge l’ennesimo complesso residenziale, ma del tesoro non v’è traccia.

Verso gli anni Quaranta dell’ottocento si cominciò a considerare per la prima volta un porto industriale per la città di Trieste, non più limitata al ruolo puramente commerciale delle Rive e del Canal Grande. Era il primo segno di una fusione sempre più stretta e proficua tra industria e commercio, in seguito alla quale la città sarebbe cresciuta ulteriormente, diventando dall’essere solo una città portuale, un centro industriale a tutti gli effetti.
Proprio nel 1839 Thomas Holt partiva da Manchester per visitare Trieste e valutare se impiantarvi una propria impresa; qualche anno dopo inaugurava un’officina in Via della Madonnina, che gli fruttò immediatamente ingenti profitti.
Nel periodo successivo alla Primavera dei Popoli (1848) Holt chiudeva l’officina e apriva una vera e propria fonderia per la costruzione di ogni genere di macchinario. Il luogo era significativo, perché era nell’attuale Via della Ferriera (!).
L’attività, chiamata “Officine Meccaniche Holt”, produceva caldaie navali, pompe e altri macchinari industriali. Un generatore elettrico prodotto dalla Holt permise al Caffè degli Specchi di adottare per primo l’illuminazione elettrica.
Come i suoi colleghi nel commercio, anche Holt scelse di acquistare dei terreni nella zona del Colle di S. Vito, dove ristrutturerà la casa padronale trasformandola nella “Villa Holt” (1851), nella quale vivranno nei decenni a venire prima i figli e poi i nipoti e pronipoti.
Superata la parentesi della Prima Guerra Mondiale, durante la quale la famiglia Holt rifiutò di produrre materiale bellico, gli Holt continuarono la propria attività sotto l’Italia. Appena nel secondo dopoguerra gli eredi della famiglia decidevano di sospendere un soggiorno durato a Trieste dal lontano 1839, mettendo in vendita la bella villa. A qualche decennio di distanza l’edifico veniva abbattuto (1968) e al suo posto ora si può “ammirare” l’ennesimo complesso condominiale.