21.04.2018 – 10.37 – L’occasione di riprendere ancora una volta, e sviluppare, l’importante tematica della parità fra uomo e donna, vista attraverso la luce della passione e partecipazione delle donne nello sport, è data a Trieste dallo scrittore senese Riccardo Lorenzetti e dal giornalista Roberto Alessio, nonché dalla presentazione, fatta la settimana scorsa presso il centro Veritas alla presenza delle stelle olimpiche di Pechino 2008 e Atlanta 1996 Giulia Pignolo, Chiara Calligaris e Martina Orzan, dell’ultimo romanzo di Lorenzetti, “L’amore ai tempi di Mourinho”.
Il libro è il racconto della passione sportiva di una donna, Cosetta, per la propria squadra del cuore, l’Inter, conteso e diviso dall’amore verso un uomo dal fascino misterioso appena conosciuto che le fa perdere la testa e cambiare vita. Una serata, quella del centro Veritas, tutta al femminile quindi, trascorsa con ospiti che hanno messo assieme sport, vita, biografia, giornalismo, teatro, letteratura in un percorso indirizzato alla comprensione della passione per lo sport per come lo vedono e vivono le donne, con il sorriso sulle labbra ma al di fuori dei luoghi comuni, in cerca di nuovi spunti di riflessione su valori e sentimenti sopiti e spesso fagocitati da una società frenetica. Riccardo Lorenzetti racconta da vent’anni lo sport, in maniera particolare, personale e divertente, sui giornali, in radio e nelle televisioni private, in programmi dei quali è attore e conduttore. “L’amore ai tempi di Mourinho” come dice Roberto Alessio è un libro che non si può recensire, perché non si può recensire l’amore. È un libro che parla di calcio ma in realtà racconta il calcio come metafora della vita. È un libro semplice, dove semplicità non vuol dire superficialità.
Chi è Cosetta, Riccardo? Chi è la protagonista del tuo libro?
“Cosetta è la ragazza della porta accanto. Ha quarant’anni, è cresciuta in una società di provincia, e vive in una zona che io conosco bene, ma potrebbe vivere a Trieste, a Roma, dappertutto: l’Inter, in fondo, ha la fortuna, come tutte le grandi squadre, di essere trasversale. Cosetta nella vita non ha brillato: il destino non le ha consentito slanci, e gli autobus passano davanti a te senza che tu riesca a prenderli e ti ritrovi con i capelli un po’ grigi senza essere diventato come avresti voluto essere. Ma lei ha una grande passione, la sua luce: si è innamorata dell’Inter, inteso come un sogno trasmesso dal padre, in cui lei trova delle piccole, grandi felicità. La più grande fra le imprese magiche degli ultimi vent’anni di sport è l’Inter di Mourinho che fa il Triplete. Su questa storia mi sono divertito a disegnare una figura femminile che vive quell’impresa in parallelo.”
“Stelle Olimpiche”, spiega Giulia Pignolo, è nata nel 2008 ed è un’associazione composta da atlete di tutti gli sport, dalle olimpiadi estive a quelle invernali, a quelle paralimpiche. Il nostro obiettivo è stare insieme e promuovere lo sport: l’abbiamo fatto, a Trieste, utilizzando come mezzo la barca a vela, dalla prima nostra Barcolana del 2008 fino a due anni fa. Strada facendo ci siamo poi inventate eventi sportivi per i bambini, per diffondere i principi sani dello sport e giocare con loro trasmettendo il nostro vissuto alle loro famiglie e a loro. Chiara Calligaris è la vice presidente.”
Parlare d’amore è necessario, indispensabile per sopravvivere. Parliamo di amore verso lo sport. Prima di arrivare alle Olimpiadi la vostra è stata una carriera di sacrifici. Prima di essere stelle dello sport, le stelle presenti questa sera sono mamme, donne. Quanto è stata importante la famiglia, quanto supporto c’è stato?
“Sono stata sostenuta emotivamente”, dice Giulia Pignolo, “però i miei genitori non hanno mai insistito o spinto per farmi fare vela. Ho iniziato con il nuoto, poi nuoto sincronizzato, che mi piaceva tantissimo. Quando ho dovuto scegliere alla mia famiglia non importava il tipo di sport che avrei scelto. A me piaceva la vela: si andava in giro, in furgone, in trasferta – la barca dietro. Era bello così, mi hanno aiutato. Essendo cresciuta in un circolo velico già maturo, e avendo ottenuto presto risultati sostenuti dalla federazione, anche lo sforzo economico non è stato troppo grande. La mia famiglia c’era; sempre presente, ma, per scelta, mai protagonista”. “Io sono sempre stata … sopportata …”, è il turno di Chiara Callegaris a rispondere, “supportata, e fortunata. Prima con la danza classica e lo sci. Quando ho dovuto scegliere cosa fare … la montagna era un po’ lontana, come mi disse mia madre, e io, nata a Monfalcone, ho deciso che la barca a vela era quello che desideravo. I miei genitori mi sono stati sempre accanto e hanno partecipato anche economicamente per quanto hanno potuto: la vela è uno sport molto costoso, non è facile coprire tutte le necessità, e io vengo da una famiglia comunque di tenore di vita normale. Nei momenti in cui ero più triste, o scoraggiata, mi sono sempre stati accanto. Non si vince sempre. E non ho mai sentito, da parte loro, una pressione o una voglia che io facessi risultato. Non è mai stata una necessità.”
“Quelle dei miei genitori sono famiglie di sportivi”, conclude Martina Orzan. “Da parte di madre, cestisti, e mio padre è stato il capitano della Pallanuoto Trieste in serie A. Sono nata in piscina, nei campi della pallacanestro, e il fine settimana per me era la partita dello zio piuttosto di quella del papà. Anche nei miei confronti però non c’è stato mai alcun tipo di pressione: per me lo sport, e l’agonismo, erano la normalità. Era normale. E ho cambiato tantissimi sport, sempre con il supporto della mia famiglia. E la sopportazione, in particolare nel periodo in cui nel canottaggio gareggiavo in peso, con diete molto forti, e molto nervosismo. La mia famiglia mi ha aiutato in tutti i modi possibili.”
Quali sono gli errori da non commettere? Come vi comportate a vostra volta con i vostri figli, gli alunni, gli allievi?
“Io credo che lo sport insegni molto a chi lo pratica ma anche a chi lo guarda da fuori”, dice Giulia. “A me piacerebbe poter insegnare questo ai miei bambini: lo sport è meraviglioso, ma non nel vincere o nel perdere. C’è una parola: ‘come’. In questa parola sta tutta la differenza: ‘come’ si vince, ‘come’ si perde. ‘Come’ si raggiunge un traguardo. A chi non è protagonista, lo sport regala emozione. E questa emozione dev’essere autentica. Se l’emozione arriva perché un atleta ha lavorato, ha saputo stare alle regole, ha saputo vincere sull’altro grazie alle sue qualità, allora riesce ad emozionare. Altrimenti non vale.”. Per Chiara, l’essere se stessi anche nello sport è la cosa più importante: “Ai ragazzi chiedo sempre di cercare dentro se stessi la voglia di fare. Non per forza di vincere. Ma di impegnarsi e di credere in quello che fanno. Molte volte vedo che non ci credono, nonostante io creda in loro. Quello che gli manca, e che lo sport ti insegna, è credere di poter raggiungere un obiettivo e organizzarsi per farlo. E fare quello che fai, così, non è più un sacrificio. Io mi sono sempre divertita moltissimo ed è quello che cerco di trasmettere tuttora, anche facendo docenza all’università e insegnando materie abbastanza complesse. Cerco di fargli capire che se imparano divertendosi e impegnandosi allo stesso tempo, qualsiasi tipo di obiettivo può essere raggiunto. E ciascuno di noi ha dentro di se un obiettivo, diverso, come è diverso ciascuno di noi. Se c’è un desiderio, e se ci sono le potenzialità, è raggiungibile.”
“Io sono dirigente in una società”, racconta Martina, rispondendo alla domanda di Roberto Alessio, “e vedo che oggi, rispetto a una volta, non hanno un obiettivo. Non hanno, dentro di loro, un sogno più grande. E a volte motivarli è difficile: devi capire cosa dirgli, come dargli qualcosa, come aiutarli a creare un progetto e per loro trovare la capacità per progettare è molto complesso. Sono disorientati. Anche gli allenatori, spesso, hanno questa difficoltà, perché ciò che viene sempre chiesto è il risultato. Si perde il valore rappresentato dal lavorare e migliorare te stesso. Di sfidare te stesso ed essere soddisfatto di quello che fai. Hanno sempre paura di affrontare la sfida; a priori. Il primo avversario invece sei tu: te stesso. Hai lavorato bene, ti sei impegnato, sei contento di quello che hai fatto? Bene. Era il tuo obiettivo. Hai anche vinto? Ancora meglio. Non era per forza l’obiettivo.”
Amore per lo sport che ha portato le atlete della nostra regione a livelli di performance sicuramente irraggiungibili per la maggior parte di noi, al di là del primo, secondo o quinto posto che conta meno. Esperienza di vita.Nel 1996 ad Atlanta le donne musulmane partecipano per la prima volta. Come fu la vostra esperienza olimpica?
“L’anno dell’olimpiade fu intensissimo”, ricorda Martina. “Ero perennemente in allenamento. Mi sentivo di far parte di qualcosa di unico, particolare. Nessun altro campionato, neppure un campionato del mondo, riesce a darti l’emozione di quel momento in cui vesti la divisa olimpica davanti ai fotografi. La sicurezza era altissima, ci fu l’attentato. Fu la prima olimpiade in cui ci fu il controllo del DNA per verificare se eri effettivamente una donna. Fu la prima riunione atleti in cui trattammo apertamente temi come il doping. Le gare, poi, erano sempre cariche del massimo della paura di arrivare in finale – una paura folle – e si concludevano con il massimo della soddisfazione. Ricordo solo emozioni. I MacDonald fra i campi di gara, la Coca-Cola; cercare di vedere Carl Lewis nella mensa atleti. Arrivammo quarte, con ventisette centesimi di secondo di distacco dalle prime.”
Per Chiara e Giulia, l’esperienza olimpica, poco più di dieci anni dopo, fu diversa. “A Pechino 2008 ci fu una presenza femminile rilevante; bisogna dire però che per noi Pechino era qualcosa di distante, le nostre gare si svolgevano sul mare, a 800 chilometri di distanza quindi, a Chindao, in un villaggio olimpico separato. Il piazzale su cui tenevamo e asciugavamo le barche era in marmo rosa; l’albergo era stupendo. Per noi però esser là era come essere da qualsiasi altra parte del mondo perché eravamo circondate da persone che conoscevamo già. Per noi quindi rendersi conto dell’atmosfera olimpica era difficile. La crescita della presenza femminile nello sport non la vedemmo quindi all’olimpiade, la stiamo vedendo adesso, nel coinvolgimento sempre maggiore delle donne nello sport, con risultati sempre più di qualità.”
Le prime donne alle Olimpiadi, al di là della prima medaglia al tennis di Charlotte Cooper di Parigi nel 1900 – un premio più che una medaglia – furono coinvolte in gare vere e proprie solo ad Amsterdam nel 1928. Elizabeth Betty Robinson vince nei 100m, scoperta negli Stati Uniti da un insegnante di educazione fisica che l’aveva vista correre dietro al treno che aveva perso. Come racconta Roberto Alessio, nel 1936 la ritroviamo a Berlino, in una delle Olimpiadi – filmata, ed è una nota del redattore, questa: una nota fotografica, da Leni Riefenstahl – che fu forse le più importante e drammatica della storia visto il contesto in cui si svolgeva. Betty è assieme al team statunitense, nella staffetta, e vince, battendo la squadra tedesca che all’ultimo perde il testimone. Tra il 1928 e il 1936, però, Betty era stata vittima di un terribile incidente aereo: sopravvissuta per miracolo, in coma, fu riconosciuta come ancora viva dal medico all’ultimo minuto.
Ha, quindi, oggi, la donna un ruolo nello sport, o siamo ancora indietro, al di là di una legge finanziaria del 27.12.2017 con pacchetto ‘rosa’ e tutela della maternità per atlete non professioniste?
È Riccardo Lorenzetti a rispondere per primo. “Sarei tentato di dire che un ruolo oggi c’è; dico che di lavoro da fare ce n’è molto. La nostra è una società che non è ancora preparata a una emancipazione completa. L’Italia, da questo punto di vista, soffre. Noi pensiamo allo sport al maschile, lo coniughiamo al maschile. E più in generale siamo in una società nella quale per le donne si fa ancora troppo poco – nel lavoro, nella tutela fisica. Le nostre campionesse ci parlano di un’esperienza che deriva da qualcosa che avevano dentro, da un talento che le ha portate, con l’impegno, a un risultato. Ma io penso alle tante Cosette del mio libro, che l’opportunità di emergere non ce l’hanno, e in parte gli viene negata dalla società. Come la Dama Bianca di Fausto Coppi: l’amante. E per questo sarà segnata per tutta la vita.”
Giulia risponde in modo deciso: “Devi essere riconosciuto per quello che sai fare e per quello che sai dare, non perché sei donna. Se no, è già discriminante. Per lo sport, come anche per il lavoro, ti trovi a un certo punto e a una certa età a voler scegliere se continuare a fare un’attività agonistica che ti tiene via da casa per settimane o avere una famiglia. Ti costringe a chiedere agli altri di venire con te in campagna olimpica per stare con i tuoi figli, per aiutarti. Riuscire a trovare un sistema che ti sostenga nelle spese, che ti permetta di interrompere la carriera e poi tornare senza per forza perdere quello che hai fatto prima sarebbe un passo avanti”. Chiara e Martina, pur condividendo, hanno un’opinione ancora un po’ più critica sulla situazione reale: “in Italia siamo molto indietro. Sicuramente la Francia è riuscita a interpretare questa problematica in maniera diversa e decisamente migliore, e così i paesi scandinavi, dove si vive la maternità in una maniera estremamente serena con il supporto molto concreto della struttura statale e dei datori di lavoro. Segnali ce ne sono, vengono dati i periodi di paternità agli uomini, ma non è sicuramente sufficiente. C’è da lavorare molto”. Martina conclude dicendo: “Se pensiamo che le tesserate nello sport sono un terzo degli uomini, capiamo già che siamo ancora indietro. Anche nelle società sportive si trovano raramente donne nelle posizioni di dirigenza e la federazione ha iniziato a imporlo solo di recente. Farti riconoscere, come donna, come dirigente capace, come allenatrice, è veramente difficile. C’è ancora tanta differenza.”
Per i primi quasi 70 anni dell’atletica moderna alcune discipline, come la maratona, erano precluse alle donne, non ritenute adatte per costituzione e fisiologia alla fatica necessaria a completare i 42 chilometri. Le prime donne dovettero duramente conquistare il diritto di partecipare alle maratone, sino al caso clamoroso dal punto di vista mediatico di Kathrine Switzer che, travestita, corse la maratona di Boston del 1967 e che, riconosciuta come donna, fu sottoposta ad un tentativo di placcaggio da parte di un giudice di gara, peraltro neutralizzato da alcuni dei corridori uomini che la circondavano. C’è più di qualche chilometri ancora da fare per arrivare a una vera parità, quindi; gli auspici sembrano però buoni.


