Il Mercato Coperto di Trieste: la forma al servizio della funzione

21.04.2018 – 08.30 – La forma e la funzione di un edificio dovrebbero procedere di pari passo, dove nella migliore architettura la prima serve esclusivamente a servire la seconda e viceversa. Se nei secoli si è spesso rimproverato un’eccessiva ricerca dell’ornamento e della decorazione a scapito della praticità, si può osservare come il novecento veda invece la preminenza del funzionalismo sulla forma, specie negli edifici più umili e popolari. La tradizione illuminista rimproverava così all’architettura gotica un gusto per il grottesco e l’ornamentale, mentre a partire dagli anni ’20/’30, con la cesura della prima guerra mondiale dall’età vittoriana, i tanti esempi di art nouveau presenti nella stessa Trieste veniva denigrati come esempio di cattivo gusto e ricerca dell’eccesso. Fino agli anni ’50, lo jugendstil veniva pertanto considerato un lascito borghese e sgradevole, un imbarazzante bizzarria fin de siecle. Nonostante la successiva riabilitazione dell’architettura eclettica e liberty, il funzionalismo ha continuato a esercitare la sua influenza per tutto il secondo dopoguerra, fino agli attuali discutibili risultati dell’architettura post modernista. Questo contrasto appare evidente nella contrapposizione tra i magazzini a due piani del Porto Vecchio, funzionali eppure riccamente decorati, e dall’altro i magazzini dagli anni ’50 in poi, niente più che cubi di cemento destinati a ospitare container. La funzione dell’edificio non dovrebbe trascurarne la forma, ma nei decenni le diverse correnti novecentesche, con il razionalismo negli anni ’30, con il minimalismo negli anni ’60, hanno denigrato questa ricerca del dettaglio, dell’ornamento, del bello fine a sé stesso.

In questo contesto, il Mercato Coperto di Trieste si presenta tuttora come un felice amalgama di queste due componenti, a tal punto mescolate da poter correttamente osservare come la bellezza dell’edificio derivi proprio dal suo essere pienamente funzionale, tuttora attivo nel 21′ secolo.
La costruzione del Mercato Coperto va inquadrata nella generale riqualificazione dell’area di Barriera Vecchia, operata tra il 1933 e il 1936, con un nuovo piano regolatore e intenti di guadagnare spazio sufficiente per una Piazza Impero, nomen omen per il nascente Impero Coloniale. Si scelse così di demolire tutti gli edifici fino al numero 10 di Corso Umberto Saba, all’epoca noto come via della Barriera Vecchia. Tra i tanti edifici persi, si segnala in particolare la Casa Bizantina (Casa Sardotsch), elegantissimo edificio costruito dall’architetto Raffaelle Vicentini nello stile storicista (1875) e sede in età austroungarica di un famoso caffè. La demolizione della Casa Bizantina, uno dei tanti simboli del cosmopolitismo triestino, non va disgiunto dagli intenti ideologici del piano regolatore, evidente dalla nuova titolazione e dall’uso della Piazza come luogo di raduni. Successivamente, a partire da 1946, Piazza Impero ridiventerà Largo della Barriera Vecchia. La Giunta Illy, a metà anni ’90, muovendo i primi passi per una tormentata riqualificazione dell’area, propose di ricostruire la Casa Bizantina, progetto poi vagliato dalla prima Giunta Dipiazza nel 2006, salvo in seguito essere abbandonato per una varietà di ragioni, assieme alla nuova titolazione proposta, Piazza dei Poeti.

Il Mercato Coperto nasce come un atto di mecenatismo di Sara Davis, figlia di un ricco commerciante inglese residente a Trieste, colpita dalla caparbietà e dalle durissime condizioni di lavoro delle “venderigole”. Le umili venditrici triestine erano infatti note per essere sempre in strada con i loro banchetti a vendere verdure, frutta e “mussoli” (frutti di mare): gli antichi statuti segnalano già ai primi dell’800 una continua presenza in Piazza Goldoni, Perugino, Ponterosso e altre piazze minori, come Riborgo, con Androna Macellaio. Le venderigole prima della rivoluzione industriale avevano anche una propria corporazione, come i bottai e i carradori, con una propria festa e carri carnevaleschi. Al momento qualcosa della tradizione “venderigola” sopravvive nelle bancarelle di Piazza Ponterosso e del Mercato Coperto. Il testamento di Sara Davis permetteva così di costruire tra 1933 e 1936 un Mercato rionale nel Viale Carducci, affidato nella progettazione all’architetto Camillo Iona.

La formazione di architetto di Iona ironicamente lo vede ricalcare proprio quello stile storicista esemplificato dalla Casa Bizantina; tuttavia, a partire dal 1932, assunto nell’ufficio lavori pubblici del Comune di Trieste, si avvicina allo stile razionalista. In tal senso il Mercato Coperto viene spesso definito nello stile Littorio, ma i confini tra questo stile proprio del Ventennio e lo stile razionalista sono piuttosto labili, specie considerando la cultura e le influenze europee di Iona.
Il Mercato Coperto fu così costruito su un’area triangolare, dove l’angolo acuto formato dalle due vie sui lati lunghi dell’edificio viene risolto da un’elegante torre, contenente all’interno una rampa elicoidale, che permette di connettere primo e secondo piano.
Un grande e arioso salone accoglie il visitatore all’ingresso, con richiami all’età classica dei Mercati Traianei e agli ambienti lussuosi dei transatlantici primo novecenteschi. Una serie di archi ribassati di spartimento sul soffitto sembrano confermare questa prima impressione “marinara”: sono infatti identici ai saloni della Victoria, il cui design avanzatissimo all’epoca era stato varato proprio dal Lloyd triestino, cinque anni prima (1931).
La rampa contenuta nella torretta angolare riprende invece la rampa dello stabilimento Fiat Lingotto (1926), progettato a Torino da Mattè Trucco e in seguito divenuta la norma nei garage europei e statunitensi. Si respira tuttavia un’atmosfera futurista, nel richiamo all’automobile delle rampe e nelle forme slanciate e geometriche all’esterno: quasi una via di mezzo tra nave e automobile, costretta a mettere radici e divenire Mercato. Le ampie e luminose vetrate nel frattempo hanno conferito al Mercato il titolo ironico di “Guggenheim” triestino.
La torre tuttavia sembra riprendere canoni precedenti, a partire dalle finestre a nastro che culminano nell’orologio, una soluzione che sembra ricordare certi campanili e strutture britanniche, esemplificate dalla Banca d’Inghilterra (1792-1826), di John Sloane.
Camillo Iona tornerà in seguito a sperimentare con il razionalismo attraverso il complesso scolastico a San Sabba, ma il Mercato Coperto resta tuttora un unicum nel suo genere, con un’architettura pragmatica, ma nel contempo “umana” e accogliente verso i suoi visitatori.