19.04.14 – CULTURA – Intervista. Incontriamo Alberto Panizzoli, organizzatore di “Icons of Pop Art: Then and Now”. Alberto è nato a Trieste; “Icons” ha avuto a Trieste, lo scorso agosto, oltre tredicimila visitatori. L’artista statunitense Steve Kaufman è la sua più grande passione. Alberto sta ora curando nuove iniziative.
Alberto, qual è stata la genesi della mostra?
Nel 2010 ho avuto l’onore di incontrare la signora Diana Vachier, proprietaria di American Pop Art Inc., e grazie a lei e al suo supporto sono riuscito a organizzare queste mostre dedicate soprattutto all’artista americano Steve Kaufman.
Sono molto affezionato a Kaufman; abbiamo cercato di fare, in un contesto bello, qualcosa di semplice; qualcosa di dedicato allo stesso tempo alle persone e all’artista.
C’è stato un ottimo riscontro.
Le edizioni della mostra a Trieste e a Modena hanno avuto tanto successo, si; siamo molto contenti. Seguirò io, in Europa, la parte della mostra dedicata a Steve Kaufman, e sono stato in California a vedere i luoghi dove lavorava, le cose che faceva.
A Trieste abbiamo avuto oltre tredicimila visitatori in quaranta giorni, italiani e stranieri. Sullo stile americano e, un poco, dedicato ai giovani. È Pop Art. Di solito vai alla mostra che inaugurano, c’è il Vernissage, prendi un aperitivo e mangi un pasticcino ascoltando un discorso… qui abbiamo voluto cambiare. E avevamo un po’ di tutto: la radio, il Deejay, la festa, i visitatori in giacca e cravatta, la presentazione di Vittorio Sgarbi ma non in forma di discorso.
C’erano i visitatori attirati dalla preparazione e dalla cultura, i semplici curiosi che volevano vedere qualcosa di nuovo e i giovani in ciabatte e maglietta. Ed è giusto così, è quello che volevamo. Warhol è indubbiamente il padre; forse, però, è diventato un po’ monotono, si è visto talmente tanto di suo – vai a vederlo, forse, perché è un ‘dato di fatto’ – è Warhol; abbiamo quindi affiancato altre cose. Piene di colori. Icone messe in un modo diverso.
Come mai Pop Art nel ‘Museo Casa Enzo Ferrari’ di Modena?
Perché sono icone affiancate ad icone, come ha detto Philippe Daverio nella sua introduzione. Puoi accostare Morandi a una chiesa, però se lo metti nel museo della Ferrari c’è troppo contrasto, l’opera di Morandi non ha molto a che fare con quella di Enzo Ferrari. Viceversa un’opera diRomero Britto, che ho conosciuto assieme ad altri artisti più giovani, o un’opera di Kaufman o di Roy Lichtenstein trovano vicino alle Ferrari e alle Mercedes da corsa una collocazione adeguata.
Anche Steve Kaufman ha vissuto nel ‘sogno americano’?
La vita di Kaufman è stata particolare, ha una storia emozionante. Ho avuto modo di conoscere tutti i suoi eredi, e in
Alberto, come ti sei avvicinato al mondo dell’arte?una certa maniera ho avuto la fortuna di poter essere un punto di contatto fra loro, fra posizioni personali ed esperienze anche molto distanti.
Conosco, qui a Trieste, famiglie molto vicine all’arte, e altri titolari di case d’arte. Una di queste famiglie aveva organizzato la prima mostra di Picasso a Trieste, nel 1975, è una notizia che pochi conoscono; successivamente aveva ospitato grandi artisti, come Emilio Vedova , o Agostino Bonalumi. Da quel momento, penso proprio grazie al contatto con queste famiglie, ho iniziato a provare sempre più interesse e passione per l’arte al di là dell’aspetto puramente economico; loro avevano grandissima esperienza, io avevo appena finito il mio dottorato universitario e trascorrevo interi pomeriggi ad ascoltarli, a sentire come parlavano delle opere e delle mostre, come colloquiavano con le case d’aste e con le gallerie.
Fino ad arrivare a Steve Kaufman, che è il tuo preferito.
Si. Mi piace la sua arte; mi piace la sua storia. Il contatto con i suoi collaboratori, con i suoi assistenti e i suoi amici.
La tua mostra ha portato a Trieste qualcosa di diverso; aveva una luce nuova, era meno tradizionale del solito. Pensi possa diventare un evento ricorrente?
Mi piacerebbe molto. È questo a cui punto, a cui sto lavorando. La cosa più importante è che non deve essere una cosa di nicchia, ma di richiamo per tutti e aperta a tutti. Che possa muovere molte realtà, che richiami interesse a più livelli.
È possibile, quindi? Solo con il contributo degli sponsor, senza contributi pubblici?
È possibile. Questa prima mostra di Pop Art che abbiamo fatto, o di ‘neo Pop Art’ più correttamente, era un banco di prova, anche per me; ora però sono sicuro che si può fare, e la mostra verrà proposta in molte altre città, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. E fare così non solo è possibile, ma è apprezzato, è qualcosa di nuovo; se vuoi regalare alla città qualcosa di diverso e se ci credi, lo puoi fare, anche senza volerci guadagnare. Utilizzando Internet, Facebook, i ‘social network’. Lo testimoniano il successo della mostra e i moltissimi messaggi di apprezzamento ricevuti. E se dovessi rifare la mostra, la rifarei di nuovo ad agosto. Non l’avrei mai immaginato, eppure è stato il mese perfetto. Dobbiamo avere, però, un po’ di coraggio e aprirci: vogliamo essere una città internazionale, avere un pubblico diverso? Allora dobbiamo fare ancora di più, non chiuderci su noi stessi.
Attraverso la mostra avete avuto anche il modo di fare beneficenza.
La fondazione ‘Give kids a break’ – ‘Date ai ragazzi una pausa, un respiro’ – l’iniziativa creata da Kaufman a scopo di beneficenza – è rimasta in vita anche dopo la sua morte. Siamo in stretto contatto. Vorremmo continuare sulla strada che lui avrebbe voluto, continuare anche con quelle opere di beneficenza importanti. A Trieste, non potendo ancora appoggiarci a ‘Give kids a break’, abbiamo collaborato con la Fondazione ‘Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin’.
Una sfida continua, questa tua passione.
Una sfida continua che mi spinge a pensare continuamente, a cercare di immaginare chi ci sarà fra qualche anno, che cosa inventeranno, cosa porteremo nelle mostre. Come Lucio Fontana: il taglio, nella sua opera, era un ‘andare oltre la tela’, rappresentava in modo nuovo lo ‘spazio per andare oltre’.
È quello che voglio provare a fare.
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Roberto Srelz – riproduzione riservata
(foto di Roberto Srelz – riproduzione riservata)








