Più di 16 mila i deportati, 440 i morti: questi i tristi numeri di Goli Otok

CRONACA Nel gulag di Tito torture e sofferenze che iniziano ad emergere a più di trent’anni dalla morte del Maresciallo, come quelle degli italiani Roberto Rinaldo e Andrea Casassa

13.1.2014 | 20.21 – Sono 16.101 le persone deportate nel gulag del regime jugoslavo, 440 morti per sfinimento e nessun colpevole. Questi sono i numeri di Goli Otok (Isola Calva), tristemente famosa per essere l’unico gulag europeo per comunistiQuello che oggi potrebbe sembrare un paradiso turistico dal 1946 al 1956 e, oltre, ha rappresentato un inferno vero e proprio per tutte le persone che vi sono passate. Ma i numeri, anche se fanno rabbrividire, rappresentano qualcosa di freddo, inanimato, distaccato.

Si possono citare le percentuali dei detenuti: il 44% dei prigionieri era rappresentato da serbi, il 21,5% da montenegrini, il 16% da croati e nel restante 18,5% sono comprese le restanti nazionalità, tra le quali quella italiana. Esiste anche un registro dei decessi, con l’evidenza di tutti i morti, le date e le cause, anche qui altri numeri: 330 civili, 112 militari e tra le persone decedute ci sono 14 italiani.

Ma tutte queste cifre vertiginose che cosa ci dicono? Che sappiamo ancora troppo poco di quell’inferno? Che su molte cose bisogna fare ancora chiarezza? O che accanto a quelle cifre ci nomi e cognomi di persone con una storia alle spalle? Dietro a quei numeri si nascondono storie più o meno conosciute, vite spezzate di gente comune e di persone di spicco, i cosiddetti «prigionieri politici».

Goli Otok formalmente era un campo di prigionia per i condannati che avevano aderito al «Cominform», dopo la rottura del 1948 tra Tito e Stalin, considerati perciò traditori della Jugoslavia. Ma la realtà era un’altra, su quell’isola deserta si è dato vita alle torture più atroci che si possano immaginare, dove i prigionieri per sopravvivere si trasformavano in aguzzini e dove non esistevano né pietà, né clemenza, né tanto meno umanità.

Giacomo Scotti, storico e scrittore italiano, che ha scelto Fiume come sua casa, è uno dei maggiori conoscitori di questa vicenda e già nel 1991 ha pubblicato il libro «Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito», edito dalla Lint di Trieste. È un libro storico, ma è anche un libro che tenta di ridare dignità alle tante vittime di quel massacro.

Ecco allora che appaiono nomi come quello dell’italiano Roberto Rinaldo che era stato capitano dell’esercito repubblicano russo, comandante della XV Brigata internazionale durante la guerra civile. Rinaldo era arrivato in Jugoslavia dopo la Seconda guerra mondiale ed era diventato maggiore dell’armata jugoslava, tutto questo prima di essere giudicato da Tito, o da chi di dovere, «scomodo» ed essere spedito a Goli Otok.

Un altro italiano passato per il gulag del Maresciallo fu Andrea Casassa, di origine milanese, era stato ufficiale dell’Esercito italiano ed era passato ai partigiani nelle zone vicino a Fiume, diventando comandante del battaglione garibaldino del luogo. Casassa fu tra i fondatori dei primi giornali partigiani in lingua italiana in Istria e Quarnero, nonché tra i fondatori e i dirigenti dell’Unione italiana e fu arrestato mentre era Ministro del Governo croato.

Il sistema «rieducativo» del gulag è stato vissuto da esponenti di spicco della politica jugoslava, ma anche da intellettuali, come il professore universitario Mirko Marković, ma prima docente, per 10 anni, alla Scuola internazionale «Lenin»di Mosca, nonché collaboratore fidato di Tito mentre era in esilio.

Il gulag jugoslavo non era riservato agli uomini, ma dalla lista pubblicata dalla rivista politico-culturale croata «Novi plamen» emerge che furono deportate anche 928 donne considerate «pericolose» dalle autorità. Soprattutto mogli di personaggi di spicco o di partigiani considerati ribelli. Come ad esempio la professoressa Branka Marković, moglie del fondatore e primo segretario del Pc jugoslavo, Šime Marković, morto in Russia nel ’39 a causa delle epurazioni staliniane.

Questi sono i nomi solo di alcuni dei deportati sull’Isola Calva, le storie sono molte di più e sono terribili, com’è terribile il silenzio che per anni ha avvolto questa tragica pagina della storia contemporanea.

Nicole Mišon

(riproduzione_riservata) 

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