TEATRO Il giornalista, quando aveva 17 anni, ha scattato una foto dell’artista diventata famosa

19.12.2013 | 11.15 – Trieste – Mercoledì 18 dicembre, ore 20.30. Si spengono le luci, la splendida Sala Assicurazioni Generali del Teatro Rossetti, si immerge nel buio più totale. Ad un tratto, una voce apre un dialogo: “Io mi chiamo G!” è la voce di Giorgio Gaber. Un piccolo faro illumina una sedia vuota sul palco, più a destra una foto dell’artista nel suo ultimo spettacolo: un viso sorridente e un po’ sciupato, il braccio teso verso l’alto, la mano chiusa in un pugno senza forza. Inizia così la rappresentazione teatrale di e con Andrea Scanzi (nella foto) “Gaber se fosse Gaber” prodotta dall’omonima fondazione. È proprio l’autore di “Non è tempo per noi”, Scanzi, a rompere l’ombra di quella sedia, ad accogliere il numeroso pubblico presente, introducendo la tormentata, ironica vita dell’artista.
Attraverso video musicali, fotografie ed interpretazioni personali, il giornalista, mette in scena per una sola sera, una lezione-spettacolo che pone delle riflessioni su temi politici, popolari, esistenziali e sociali, velati da una leggera malinconia, tra rivoluzione e rassegnazione. Selezionando tra i molteplici capolavori dell’artista di origini triestine, ci si sofferma sulle collaborazioni Gaber-Luporini, che ha prodotto brani memorabili come “Io se fossi Dio”, “La libertà”, “Quando è moda, è moda” e molti altri. Lavori che nei testi racchiudono significati drammaticamente ancora attuali, quel “buttare lì qualcosa e andarsene via” che rappresentava per il cantautore, una provocazione che pochi hanno saputo cogliere.
L’incontro termina con una fotografia dell’artista, scattata dallo stesso Scanzi all’età di diciassette anni, un’immagine che ha avuto grande successo.
Citando le parole de “Il suicidio”, altro tragicomico monologo di Gaber: “c’è sempre una fine per tutto e non è detto che sia la morte”, lo spettacolo si chiude, la sala esplode in un lunghissimo applauso, le luci si riaccendono e illuminano tutto il pubblico. Pochi i giovani, pochissimi. E questo spettacolo fatto per chi Gaber, non ha fatto a tempo a conoscerlo, per quelli che la rivoluzione “oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”, ecco di quei volti, ne ha visti forse troppo pochi.
Volti di giovani ambiziosi, gelosi di un futuro che possa essere il migliore possibile, rivoluzionari e non troppo vecchi per rassegnarsi ai più. Quei gabbiani ipotetici con l’intenzione del volo che “il Signor G” cantava, perché oggi hanno perso anche l’intenzione? Ma di mercoledì i giovani – non tutti, alcuni – di volare non ne vogliono sapere e dimenticano di poterlo fare, nascondendosi dietro a un bicchiere. Quando è moda, è moda e se non è moda, allora sarà il cancro, i nostri assassini interiori.
Elena Zoldan
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