TEATRO Una tragedia riletta in chiave contemporanea che si interroga sui misteri della vita e sulla condizione umana

26.1.2013 | 13.45 – Il “Re Lear” portato in scena da Michele Placido al teatro Orazio Bobbio di Trieste è una versione contemporanea della tragedia shakespeariana a dimostrazione del fatto che i misteri della vita e i temi sui quali grandi uomini del passato si sono interrogati non muoiono mai.
La tragedia del re che divide il suo regno tra le due figlie che a parole si sono dimostrate grandi e amorevoli ed esclude colei che alle false parole ha preferito la riservatezza e la fedeltà forse non è mai stata tanto attuale quanto in questo frangente storico in cui viviamo. Shakespeare all’inizio del Seicento ragionava su una società che preferiva l’apparenza alla sostanza, la pomposa bellezza dell’adulazione alla riservatezza dei sentimenti più intimi e sinceri e denunciava quel mondo corrotto e falso costruito dall’uomo avido di potere e di gloria. Ecco allora che l’essere umano improvvisamente si dimentica della pietà verso i propri simili, del rispetto nei confronti di chi gli ha donato la vita e gli ha offerto tutte le sue ricchezze.
Lo spettacolo che vede come protagonista Michele Placido nei panni del re rappresenta questo degrado della società e dell’uomo in modo violento e sanguinario, facendo riferimento a fatti attuali e dimostrando come l’umanità non abbia tratto alcun insegnamento dalla storia e dall’odio che l’ha caratterizzata. L’avidità di potere porta le figlie del vecchio re a non accontentarsi delle loro ricchezze e a rinnegare le promesse fatte al padre.
Solo nel momento in cui il padre veccchio e stanco si trova spogliato di tutti i suoi averi, in preda alla pazzia e abbandonato da tutti, tranne che dal suo servitore fedele, prende coscienza di quanto sia precaria la vita e infinitamente piccolo l’essere umano. Ed è proprio con la nudità messa in scena che i registi Michele Placido e Francesco Manetti hanno voluto rappresentare la miseria della condizione umana ed evidenziare il contrasto tra l’illusione di progresso prodotta dalla tecnologia odierna e la reale nullità dell’umanità nei confronti delle leggi dell’universo.
Un contrasto stridente che fa riflettere sul desiderio di onnipotenza di chi ha in mano le sorti della società e sulle reali necessità dell’uomo che si ritrova a soffrire e a vagare solo con se stesso per il mondo alla ricerca di un bagliore di felicità.
Appena nel momento in cui il re rimane da solo e inerme in mezzo alla tempesta realizza l’errore che ha fatto cacciando l’unica figlia che ha preferito la sincerità all’apparenza e l’ha amato incondizionatamente, pur non sapendo esprimere a parole il suo amore.
“Re Lear” è una tragedia umana che si interroga sulle colpe e sulle responsabilità e non redime nessuno, né il re ingannato, né le figlie traditrici, né quella innocente e soltanto la morte può annullare tutto il male che si è prodotto da un semplice malinteso, perché in fondo tutti hanno la loro parte di responsabilità. Ed è proprio con una scena di morte e desolazione, che in fondo domina tutta la rappresentazione – dall’inizio alla fine – , che cala il sipario su una delle più grandi tragedie mai scritte.
Nicole Mišon


