Le parole dell’amico e collega di Falcone e Borsellino messe in scena dall’attore siciliano

Una lavagna, una scrivania con faldoni e le foto di Falcone e Borsellino, una sedia e un solo attore: un ottimo Sebastiano Lo Monaco. Solo, come solo si è sentito molte volte Pietro Grasso, Procuratore nazionale antimafia, giudice del Maxiprocesso di Palermo e autore del libro “Per non morire di Mafia” da cui è tratto lo spettacolo diretto da Alessio Pizzech.
Lo Monaco ripercorre la vita di Grasso, da bambino fino all’attuale incarico, passando per i momenti importanti della sua lotta contro la Mafia.
Nato a Palermo, la Palermo di Cosa Nostra, l’organizzazione criminale che con le sue leggi parallele cercava di sostituirsi allo Stato cercano l’approvazione della comunità e riscuotendo il pizzo in cambio di protezione. Pietro fin da piccolo sentiva dentro di sè quel senso di giustizia, di protezione verso tutti. Così divenne presto giudice e ancora più velocemente gli arrivò l’incarico di giudice del Maxiprocesso.
Venne così in contatto con Falcone e Borsellino che gli mostrarono, per metterlo alla prova, tutti i faldoni pieni di migliaia di deposizioni dei pentiti di Mafia. Grasso non fece una piega e cominciò subito a mettersi a lavoro. Al processo venne messo il prefisso “maxi” perchè gli imputati erano 474, tutti legati alla criminalità organizzata.
Lo Monaco scrive la data 10 febbraio 1986 sulla lavagna. Fu l’inizio del Maxiprocesso che ebbe luogo nelle vicinanze dell’Ucciardone (il carcere di Palermo), in un bunker progettato e costruito appositamente per il processo. Alcuni imputati si comportarono in maniera distruttiva e abbastanza pericolosa: uno si chiuse la bocca con delle graffette per segnalare il suo rifiuto di parlare, un altro mostrava segni di pazzia, urlava di continuo e ingaggiava lotte con le guardie anche quando indossava la camicia di forza.
Ma alla fine, le prove e le deposizioni, la maggior parte arrivate dal pentito Tommaso Buschetta, portarono alle conclusioni volute dopo circa due anni.
360 vennero condannati, 2665 anni di condanne al carcere vennero divisi fra i colpevoli, esclusi gli ergastoli comminati ai diciannove boss di punta della Mafia e ai killer.
L’attore spiega, sempre nelle vesti di Pietro Grasso, che durante il processo e successivamente il giudice non aveva avuto una bella vita. Lo sapeva, infatti quando gli fu proposto l’incarico ne volle prima discutere con sua moglie. La loro vita sarebbe cambiata totalmente: scortati da agenti armati per tutta la vita. Ma il senso del dovere e della giustizia gli davano la forza per superare le minacce personali, ma anche quelle indirizzate alla sua famiglia e in particolare di suo figlio.
Due brutti colpi furono gli omicidi di Falcone e Borsellino, diventati ormai amici, tanto che Falcone gli diede il suo accendino: «è un prestito, ora ho smesso di fumare…ma in futuro, se ricomincio, me lo devi tornare», ma Lo Monaco si è appena acceso una sigaretta con quell’accendino.
Da qui l’attore parte con una riflessione sui tempi moderni, recitando sempre le parole del Procuratore nazionale antimafia parla delle infiltrazioni mafiose. Nella continua ricerca di approvazione da parte della popolazione, la Mafia si è addentrata nella politica e, parole di Lo Monaco, «anche il mondo dello spettacolo non è stato risparmiato».
«Finché la mafia esiste bisogna parlarne, discuterne, reagire. Il silenzio è l’ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza. I silenzi di oggi siamo destinati a pagarli duramente domani, con una mafia sempre più forte, con cittadini sempre meno liberi». E mentre recita queste parole, Lo Monaco ruota la lavagna, che diventa uno specchio che mostra coloro che possono e devono aiutare i giudici: il pubblico – molto numeroso – del Rossetti, cioè tutti noi.
Standing ovation e molti minuti di applausi per l’attore, che però ha sempre in mano la toga a simboleggiare Pietro Grasso. Poi vengono mostrate le foto di Falcone e Borsellino per un applauso che va anche a loro.
Lo Monaco, che si auto definisce vanitoso, è stato invece molto umile, ha portato in scena la vita di un uomo che ha rinunciato alla sua vita per lottare contro la Mafia, che ha vinto molte battaglie, ha subito gravi perdite. La guerra continua e, come ci ha fato capire lo specchio, hanno bisogno dell’aiuto di tutti noi.
Emanuele Esposito


