Presentati alcuni studi sull’Olocausto durante il seminario ospitato dal Discam – Lo storico Bensoussan: «La Giornata della memoria ha schiacciato tutti gli altri eventi della storia ebraica»

17.1.2012 | 16.27 – A cosa serve la giornata della memoria? «Bisogna evitare di trasformare l’Olocausto in una sorta di religiosità civile». Con queste parole Bensoussan, uno dei maggiori storici contemporanei della Shoah, ha aperto ieri il seminario di studio organizzato dal Discam-Dipartimento di Storie e Culture dall’Antichità al Mondo Contemporaneo del locale Ateneo e dal Mémorial de la Shoah di Parigi, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Trieste, l’Istituto Regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia e l’Istituto “Livio Saranz”.
Il seminario, nato da una riflessione condivisa tra Tullia Catalan (ricercatrice dell’Università di Trieste) e Laura Fontana (ricercatrice presso il Mémorial de la Shoah) – si sono interrogate su cosa rimanga, a più di dieci anni dalla istituzione della Giornata della memoria, del suo spirito iniziale – è stato aperto da un intervento di Georges Bensoussan dal titolo “Un buon uso della memoria?”. Partendo da una domanda che potrebbe sembrare provocatoria – A cosa serve la Giornata della memoria? – Bensoussan ha cercato di dare una interpretazione generale della Shoah, evitando di incorrere nell’errore di trasformarla in una sorta di religiosità civile e facendo notare come essa abbia «schiacciato tutti gli altri eventi della storia ebraica».
Di seguito sono intervenute Daniela Padoan (scrittrice e saggista di Milano) – con una relazione dal titolo “La solitudine del testimone il consumismo della Shoah”, in cui si è focalizzata sul ruolo del testimone ed ha indicato il rischio di fare di tale figura un utilizzo sbagliato, conducendola in una sorta di «processione, come in una ostensione dei santi» – e Anna Foa (docente di Storia Moderna presso l’Università di Roma “La Sapienza”) – nel suo contributo, “Tra ritualizzazione e negazionismo: insegnare la Shoah oggi in Italia”, ha messo in evidenza come negli ultimi anni nel nostro paese siano in aumento l’antisemitismo ed il negazionismo della Shoah, favoriti in ciò dalla diffusione della rete internet. Per contrastare tale deriva Anna Foa ha proposto quali strumenti potenzialmente più efficaci, secondo lei, l’insegnamento e il ricondurre la Shoah in un ambito di «maggiore contestualizzazione», non limitando il discorso alle sole celebrazioni che solitamente si susseguono in più o meno dieci giorni.
Chiusa la parte del seminario dedicata all’esposizione di alcune tematiche generali riguardanti la Shoah, si è passati a dare voce al mondo della scuola, partendo dalla presentazione dei risultati qualitativi di una ricerca – “Voci dalle scuole: sintesi dei risultati dell’indagine sul viaggio ad Auschwitz della Provincia di Milano” – condotta da Betti Guetta e Francesca Costantini, rispettivamente ricercatrice in ambito sociologico, da cinque anni occupata in un progetto sull’antisemitismo realizzato dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, e professoressa in pensione, collaboratrice volontaria presso lo stesso Istituto milanese. L’elemento, forse, più preoccupante, emerso dalle parole di Betti Guetta, è «i giovani dichiarano ormai di essere contaminati dall’insensibilità al dolore».
L’incontro si è poi concluso con gli interventi di Tristano Matta (Presidente dell’Istituto “Livio Saranz”), il quale ha evidenziato la necessità, vista ormai una caratterizzante multietnicità delle scuole triestine, di ripensare la Giornata della memoria e inserirla in un percorso didattico costruito ad hoc, Dunja Nanut (Presidente dell’ANED Trieste e collaboratrice dell’Istituto “Livio Saranz”), che ritiene una violenza l’imposizione dell’emotività – «non si conosce attraverso l’emozione» –, e Gaetano Dato (dottorando dell’Università di Trieste), secondo cui «oggi è più difficile far pensare i ragazzi in merito alla Shoah, nonostante l’istituzione della Giornata della memoria» e, al contrario di Dunja Nanut, punta sull’emotività quale «unico canale attraverso cui fare breccia nell’interesse dei giovani».
Marco Bencich


