No xe storie | Meno chiacchiere, più rugby: Trieste riempia l’Ervatti

15 maggio 2026 – ore 06:30 – Trieste è una città capace di riempire i bar per discutere di schemi, arbitri, presidenti, cordate, americani, fondi lussemburghesi e salvataggi dell’ultima ora, ma poi spesso incapace di accorgersi di chi, in silenzio, costruisce davvero qualcosa. Adesso che il calcio cittadino vive l’ennesima stagione da romanzo sudamericano scritto male — tra tribunali, debiti, penalizzazioni e società evaporate — e mentre il basket triestino scopre improvvisamente tutta la fragilità del proprio castello americano. Perché fino a poche settimane fa Pallacanestro Trieste veniva raccontata come il modello perfetto: proprietà internazionale, NBA nel curriculum dei dirigenti, ambizioni europee, marketing scintillante, sold out, storytelling da franchigia moderna. Trieste finalmente “nel basket che conta”. Trieste finalmente “diversa dal solito provincialismo”. Poi, improvvisamente, le crepe. E allora forse, almeno per una domenica, la città dovrebbe guardare altrove: non per tradire, ma per respirare. Per esempio verso un campo di rugby. Per esempio verso il Venjulia Rugby Trieste.

Domenica 17 maggio, alle 15.30, al campo Ervatti di Prosecco, in via Borgo Grotta Gigante, non si gioca soltanto una partita. Si gioca una promozione in Serie B conquistata dopo una stagione straordinaria, chiusa al primo posto del girone interregionale e costruita senza conferenze stampa visionarie, senza storytelling americano, senza render futuristici e senza l’ossessione di sembrare una metropoli sportiva che Trieste, banalmente, non è. Il Venjulia arriva a questa sfida dopo mesi dominati con continuità, culminati nel clamoroso 81-12 rifilato al Patavium nell’ultima giornata della regular season, vittoria che ha consegnato ai triestini il primo posto e l’accesso ai playoff promozione. Il club nasce dalla fusione tra RFC Venjulia e Rugby Trieste 2004 e raccoglie una tradizione rugbistica che in questa città esiste da decenni, spesso lontano dai riflettori ma molto più solida di tante operazioni costruite sull’entusiasmo del momento. Un rugby di frontiera, duro, sobrio, senza sceneggiate.

E allora forse vale la pena dirlo chiaramente: domenica Trieste dovrebbe andare a vedere il rugby. Non perché il rugby sia moralmente superiore. Questa retorica è insopportabile. Ogni sport ha i suoi fanatici, i suoi miserabili e le sue ipocrisie. Però il rugby conserva ancora una cosa rarissima nello sport moderno: il senso della comunità. Niente proclami hollywoodiani. Nessuna fuga verso Roma. Nessun piano industriale raccontato come una serie Netflix. Solo lavoro, trasferte, fango, allenamenti e gente che ancora pensa che una maglia rappresenti qualcosa. Naturalmente il sostegno deve andare a tutto lo sport cittadino: alla Pallamano Trieste, capace perfino di rinascere dopo fallimenti e tornare competitiva, alla pallanuoto, alla vela, all’atletica e alle società di quartiere che tengono in piedi generazioni intere senza finire nei talk sportivi. Ma il rugby, oggi, ha qualcosa di simbolico. Perché mentre il calcio cittadino continua la sua tragicommedia infinita e il basket triestino scopre improvvisamente quanto siano fragili i sogni comprati all’estero, forse la cosa più seria costruita negli ultimi anni a Trieste si trova attorno a un pallone ovale. E sarebbe il caso che la città se ne accorgesse prima che arrivi qualcuno a spiegare che pure quello, in fondo, conviene portarlo altrove.

L’editoriale è di Francesco Viviani

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