Guerra energetica globale: Hormuz si chiude, Orbán cade, il Medio Oriente tratta la tregua

13 aprile 2026 – ore 16:30 – Premessa – In questo ultimo fine settimana, i seguenti tre avvenimenti stanno catalizzando la politica internazionale:

  • l’esito negativo degli incontri negoziali tra Iran e Stati Uniti;
  • la sconfitta di Orban nelle elezioni in Ungheria;
  • l’avvio di una possibile de-escalation nella crisi tra Gerusalemme e Beirut.

In merito alla crisi iraniana, l’Institute for the Study of War (ISW) e il Critical Threats Project (CTP) dell’American Enterprise Institute affermano che:
la Marina statunitense sta cercando di impedire alle navi iraniane e a quelle autorizzate dall’Iran di entrare e uscire dallo Stretto, mentre l’Iran impedisce a tutte le altre navi di entrare e uscire dallo Stretto. Al momento, le uniche navi che transitano nello Stretto sono quelle iraniane e quelle autorizzate dall’Iran. Pochissime navi, a parte quelle che attraversano le acque territoriali iraniane, lo stanno attraversando.

Gli Stati Uniti e l’Iran non hanno raggiunto un accordo durante i colloqui tenutisi a Islamabad, in Pakistan, l’11 e il 12 aprile. Il presidente statunitense Donald Trump ha sottolineato, il 12 aprile, che la delegazione iraniana non aveva fatto compromessi sul proprio programma nucleare, ma si è detto convinto che l’Iran sarebbe tornato al tavolo dei negoziati.

L’Iran auspicava un accordo globale che avrebbe trasformato radicalmente le relazioni tra Stati Uniti e Iran, mentre gli Stati Uniti sembravano concentrati su questioni specifiche relative alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e al programma nucleare iraniano. La presenza di molteplici fazioni iraniane, con priorità e obiettivi divergenti all’interno della delegazione, ha probabilmente reso estremamente difficile il raggiungimento di un accordo.

L’Iran non ha lanciato alcun missile o drone contro gli Stati del Golfo dall’ultimo rilevamento dell’ISW-CTP, avvenuto l’11 aprile. Il ritmo di lancio di missili e droni contro gli Stati del Golfo è diminuito dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, l’8 aprile.

In tale quadro d’insieme cercheremo di approfondire i retroscena politico-diplomatici e militari, ascoltando diverse voci, tutte essenziali per una corretta comprensione degli eventi.

In particolare, si propongono alcuni spunti di riflessione inerenti:
la crisi statunitense-iraniana, attraverso due brevi riflessioni: la prima di Fabrizio Poggi, giornalista per l’Antidiplomatico; la seconda ad opera di Giuseppe Masala, esperto di economia e studioso della finanza etica. Inoltre, si propone la lettura integrale del comunicato emesso dal Comando militare centrale degli Stati Uniti, nel quale si annuncia formalmente l’avvio del blocco navale all’Iran;
l’esito delle elezioni ungheresi, mediante tre diverse valutazioni: la prima del senatore russo Konstantin Kosachev; la seconda della redazione di Kiev Independent; la terza di Alexander Burns, direttore editoriale senior di Politico;
un breve aggiornamento sulla crisi libanese, mediante due comunicati ufficiali emessi rispettivamente dal Ministro degli Esteri libanese e dalle Forze armate israeliane.

Conoscere per comprendere.
Dare spazio e voce a tutti, nessuno escluso.

USA-IRAN: tra minacce e retromarce: la crisi che espone i limiti della strategia USA

Il fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad segna un nuovo punto di svolta in una crisi già esplosiva, con il rischio concreto di un’escalation militare nello strategico Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump ha annunciato misure drastiche, tra cui un blocco navale, accusando Teheran di “estorsione globale”.

Il nodo centrale resta il programma nucleare iraniano: Washington ha ribadito la linea dura sull’arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il proprio diritto sovrano a sviluppare energia nucleare civile. Nonostante alcuni progressi su questioni secondarie, i colloqui si sono arenati proprio su questo punto cruciale.

La risposta iraniana non si è fatta attendere. Ebrahim Azizi ha liquidato le dichiarazioni di Trump come “retorica vuota”. Secondo Teheran, gli Stati Uniti starebbero tentando di compensare con mosse dimostrative sul piano militare.

In questo contesto si inserisce un episodio ad alta tensione: il tentativo di due cacciatorpediniere statunitensi, tra cui la USS Michael Murphy (DDG-112), di attraversare lo stretto. Secondo fonti iraniane, l’operazione si sarebbe trasformata in un fallimento, con le navi costrette a ritirarsi dopo essere state intercettate e puntate da missili e droni della Guardia rivoluzionaria.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, si conferma così il vero epicentro della crisi. Il suo controllo rappresenta una leva geopolitica enorme, capace di influenzare i mercati energetici globali.

Mentre gli Stati Uniti parlano di libertà di navigazione, l’Iran ribadisce la propria autorità sulla gestione della rotta e avverte che qualsiasi incursione militare sarà affrontata con fermezza. Il fragile cessate il fuoco rischia quindi di trasformarsi in una pausa temporanea prima di un nuovo confronto.

In un mondo sempre più multipolare, la crisi dello Stretto di Hormuz non è solo uno scontro regionale, ma un banco di prova per i nuovi equilibri globali.

USA-IRAN: l’endpoint di Hormuz e la Grande Guerra energetica

Come molti osservatori avevano previsto, il vertice tra Iran e Stati Uniti di Islamabad è naufragato in meno di 24 ore. All’annuncio del fallimento, Trump ha a sua volta annunciato l’inizio di una nuova fase del conflitto, definita estremamente pericolosa.

La necessità di un cambio di marcia era evidente, dato che i bombardamenti non hanno portato a risultati concreti né in relazione alla volontà di disarticolare il regime degli Ayatollah né a quella di distruggere la sua macchina bellica.

Lo Stato iraniano ha continuato a funzionare, nonostante gli omicidi mirati contro la classe dirigente; inoltre, la sua macchina bellica ha continuato a lanciare missili fino al cessate il fuoco.

Nonostante le dichiarazioni del Pentagono, il punto di forza dell’Iran non risiede nella marina o nell’aeronautica, bensì nelle forze missilistiche e nelle città missilistiche sotterranee, rivelatesi difficilmente colpibili.

Al contrario, i danni alle forze armate americane in Medio Oriente e a Israele sarebbero evidenti, nonostante la censura. Le basi statunitensi sarebbero state colpite da decine di missili, mentre le flotte sarebbero state tenute a distanza grazie a missili antinave a lunga gittata.

È probabile che non vi sarà mai una conferma ufficiale dei danni subiti, tuttavia gli ammiragli statunitensi avrebbero compreso la necessità di mantenere distanza dalle coste iraniane.

Ma l’arma fondamentale utilizzata dall’Iran è stata il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha impedito a migliaia di navi presenti nel Golfo Persico di uscire verso l’Oceano Indiano. Come è facile intuire, ciò ha innescato un enorme aumento dei prezzi dell’energia, sia del petrolio sia del gas e, soprattutto – a detta degli esperti – rischiava di imporre alle economie consumatrici nette di energia (Europa, India ed Estremo Oriente) un razionamento paragonabile ai lockdown pandemici. È chiaro che una simile situazione imponeva agli Stati Uniti la necessità di elaborare una nuova strategia e, per fare questo, occorreva prendere tempo: cosa prontamente fatta con le trattative di Islamabad, rivelatesi (almeno finora) un fiasco.

Appena rientrata a Washington la delegazione statunitense incaricata delle trattative con gli iraniani, Donald Trump ha annunciato la clamorosa svolta nell’economia del conflitto. Gli USA avrebbero imposto un blocco navale ai porti iraniani, sia quelli che si affacciano sul Golfo Persico – di fatto aggiungendo al blocco iraniano il proprio “lucchetto” allo Stretto di Hormuz – sia a quelli che si affacciano direttamente sull’Oceano Indiano.

Non sappiamo ancora nulla delle modalità operative attraverso le quali verrà imposto questo blocco. Personalmente, ci si può aspettare che gli statunitensi adottino la strategia già utilizzata nel Mar dei Caraibi contro le petroliere in uscita dal Venezuela chavista: l’abbordaggio delle navi e il loro dirottamento verso porti controllati dagli Stati Uniti. Ovviamente, questa volta le operazioni dovrebbero avvenire nell’Oceano Indiano, a distanza di sicurezza dalla gittata dei missili antinave e dei droni iraniani.

Una strategia, quella statunitense, che ha generato ilarità soprattutto sul web, dove molti ironizzavano sul “blocco del blocco”. Ma, a ben guardare, quello statunitense è un esercizio di pensiero laterale, spiazzante, che agisce sia sul piano tattico sia su quello strategico.

Sul piano tattico si vuole sottrarre direttamente all’Iran una rilevante entrata economica, che dovrebbe fiaccarne la volontà di combattere. Va detto che, a mio avviso, questa mossa sarà poco efficace, avendo gli iraniani dimostrato una notevole coesione sociale e una resilienza significativa. Molto più interessante è valutare un effetto indiretto del contro-blocco americano su Hormuz: con questa mossa, gli strateghi di Trump mostrano al mondo che gli iraniani non hanno il controllo assoluto dello Stretto; se possono vietare ai loro nemici di attraversarlo, non possono però imporre il passaggio di chi vogliono, perché questi verrebbero a loro volta fermati dalla US Navy. Si tratta di una sorta di strategia “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Ma è sul piano strategico che la mossa del contro-blocco di Hormuz rivela tutta la sua rilevanza:

  1. Le petromonarchie del Golfo, formalmente alleate degli Stati Uniti, subirebbero perdite economiche drammatiche dalla chiusura dello Stretto. Da anni, infatti, tentano di sganciarsi dagli USA, sviluppando piattaforme finanziarie (come Dubai) e progetti tecnologici (come NEOM), oltre a rafforzare i rapporti con la Cina, fino ad accettare pagamenti in yuan: una minaccia per l’egemonia del petrodollaro. In questo contesto si inserisce anche la volontà di “dare una lezione” agli alleati, evocata dallo stesso Trump.
  2. Viene impartita una lezione anche agli alleati dell’Estremo Oriente. Gli Stati Uniti denunciano da tempo una concorrenza sleale da parte di Giappone, Corea e Taiwan, senza riuscire a riequilibrare i rapporti economici. La chiusura di Hormuz rappresenterebbe per questi Paesi un danno enorme, potenzialmente in grado di provocare il blocco della produzione industriale, considerando la forte dipendenza energetica.
  3. Infine, la Cina, principale importatore di energia attraverso Hormuz, subirebbe un colpo diretto alla propria sicurezza energetica. Il blocco dello Stretto rischia di compromettere in modo significativo gli equilibri economici di Pechino.

Ciò che appare sempre più evidente è che, dietro la strategia apparentemente “folle” di Trump, vi sia una logica già vista nel conflitto russo-ucraino: sanzioni, chiusura dei mercati e blocco delle forniture energetiche. Analogamente, nel caso del Venezuela, gli Stati Uniti hanno utilizzato il blocco delle esportazioni per ridefinire gli equilibri geopolitici.

Nel caso venezuelano si è parlato di “strategia del pitone”, volta a sottrarre risorse energetiche alla Cina. Oggi, con il doppio blocco di Hormuz, si configura una pressione simultanea su Cina, Giappone, Corea e Taiwan: quella che può essere letta come la strategia dell’“apparente pazzoDonald Trump.

Un’ulteriore considerazione riguarda il carattere bipartisan di questa linea: colpire le vie di approvvigionamento energetico dei concorrenti attraverso conflitti locali sembra essere una costante della politica statunitense. Da qui la tesi, sostenuta anche da Vladimir Putin, secondo cui le dinamiche dello “Stato profondo” americano resterebbero immutate.

Nel contesto mediorientale resta da capire se Trump si limiterà al blocco navale o se riprenderà anche i bombardamenti, fino a ipotizzare un’invasione di terra con il supporto di alleati regionali.

Altro tema fondamentale sarà comprendere la reazione della Cina al blocco delle proprie navi petroliere e gasiere. Il blocco navale costituisce, a tutti gli effetti, un atto di guerra, e Pechino ne starebbe subendo uno, seppur indiretto.

Una prima risposta è arrivata dal portavoce del Cremlino, Peskov: la Russia si è detta pronta a fornire all’Europa l’energia necessaria, compatibilmente con gli altri clienti. Nella guerra globale dell’energia, Mosca sembra orientata a sostenere Pechino, lasciando l’Europa a gestire autonomamente le proprie difficoltà.

Un’ultima considerazione. Il New York Times ha parlato di una “nuova era di guerra mondiale”, sottolineando come i teatri ucraino e iraniano rappresentino due arene di competizione tra grandi potenze, sempre più interconnesse. Il nodo centrale resta il controllo dei corridoi energetici: quella che può essere definita una vera “Grande Guerra Energetica”.

USA-IRAN: gli Stati Uniti bloccheranno le navi – comunicato del CENTCOM

Le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) inizieranno ad attuare un blocco del traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani il 13 aprile, alle 10:00 ET, in conformità con il proclama del Presidente.

Il blocco sarà applicato in modo imparziale nei confronti delle navi di tutte le nazioni che entrano o escono dai porti e dalle zone costiere iraniane, compresi tutti i porti sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. Le forze del CENTCOM non ostacoleranno la libertà di navigazione delle navi che transitano nello Stretto di Hormuz da e verso porti non iraniani.

Ulteriori informazioni saranno fornite ai marittimi commerciali tramite un avviso formale prima dell’inizio del blocco. Si consiglia a tutti i marittimi di monitorare gli Avvisi ai Naviganti e di contattare le forze navali statunitensi sul canale 16 quando operano nel Golfo di Oman e nelle acque di avvicinamento allo Stretto di Hormuz.

UNGHERIA: “tempesta perfetta” per l’UE secondo Kosachev

Konstantin Kosachev, vicepresidente del Consiglio della Federazione russa, ha previsto una “tempesta perfetta” per l’Unione Europea dopo le elezioni in Ungheria.

Secondo il senatore, una politica economica “antieuropea” orientata a soddisfare le esigenze degli Stati Uniti aggraverà ulteriormente le difficoltà del blocco, già sotto pressione per le politiche anti-russe.

Il partito di opposizione Tisza ha ottenuto 138 seggi su 199, mentre il primo ministro Viktor Orbán ha ammesso la sconfitta del suo partito Fidesz.

Kosachev ha sottolineato tre fattori critici: la necessità di reperire 90 miliardi di euro per l’Ucraina, l’aumento dei prezzi energetici legati alla crisi mediorientale e la pressione per incrementare le spese militari richieste da Donald Trump.

Secondo il senatore, quella di Bruxelles sarebbe una vittoria tattica, destinata però a trasformarsi in una futura sconfitta strategica: “Orbán se ne va, ma i problemi resteranno”.

UNGHERIA: elezioni storiche segnano la fine dell’era Orbán

Il governo ungherese guidato da Viktor Orbán, durato 16 anni, si è concluso il 12 aprile con elezioni storiche caratterizzate da un’affluenza record.

Il leader dell’opposizione Peter Magyar, alla guida del partito Tisza, si avvia a ottenere una supermaggioranza con circa 137 seggi su 199, segnando una vittoria schiacciante.

Orbán ha definito i risultati “dolorosi ma chiari”, riconoscendo la sconfitta. L’affluenza ha raggiunto circa l’80%, interpretata come una “celebrazione della democrazia”.

I leader europei hanno accolto con favore il risultato:
Ursula von der Leyen ha dichiarato che “l’Ungheria ha scelto l’Europa”;
Emmanuel Macron ha parlato di “vittoria della partecipazione democratica”;
il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha auspicato una maggiore cooperazione europea.

Congratulazioni sono giunte da numerosi Paesi dell’UE, oltre che dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha sottolineato l’importanza di un approccio costruttivo nei rapporti bilaterali.

UNGHERIA: un segnale politico oltre i confini europei

La sconfitta di Viktor Orbán rappresenta un evento politico di rilievo internazionale, con possibili ripercussioni anche sulla politica interna degli Stati Uniti.

Considerato a lungo un punto di riferimento per ambienti conservatori americani, Orbán esce di scena segnando un passaggio che potrebbe influenzare il dibattito politico transatlantico, in particolare all’interno del Partito Repubblicano.

Non c’è dubbio che la caduta di Viktor Orbán rappresenti una perdita per la politica in stile MAGA e un monito sul fatto che persino un sistema di cosiddetta “democrazia illiberale” abbia dei limiti. Il presidente Donald Trump e il vicepresidente JD Vance hanno investito capitale politico e credibilità personale per sostenere l’orbánismo, arrivando a inviare Vance a fare campagna elettorale per il premier negli ultimi giorni prima del voto.

Il risultato rappresenta una battuta d’arresto per la Casa Bianca e un’umiliazione politica per il suo principale alleato in Europa. Ma il messaggio più rilevante che emerge da Budapest sembra rivolto ai Democratici, per quanto possa apparire paradossale.

La destituzione di Orbán rappresenta infatti un nuovo trionfo di una forma di politica dirompente, basata su candidati riformisti capaci di fondare nuovi partiti, scardinare quelli esistenti e conquistare il potere. L’ungherese Peter Magyar, leader del partito Tisza, è l’ultimo esempio di questo modello.

Non esiste oggi una figura analoga tra gli avversari americani di Trump. Non si tratta solo di una dinamica contingente legata all’Ungheria, ma di una tendenza più ampia che coinvolge leader “insorgenti” in diverse capitali globali: Parigi, Roma, Ottawa, Buenos Aires, Seul e Washington.

Si tratta di un panorama eterogeneo, privo di una chiara coerenza ideologica, che comprende figure molto diverse: tecnocrati, attivisti, leader populisti e outsider politici. Lo stesso Magyar, 45 anni, era un funzionario interno al sistema di Orbán prima di una clamorosa defezione politica, sostenuta da elementi di forte impatto mediatico.

Ciò che accomuna questi leader è una specifica via al potere, a cui i Democratici statunitensi si sono opposti per oltre un decennio, da quando Trump ha ridefinito il Partito Repubblicano.

Negli ultimi anni, i Democratici hanno privilegiato una logica di continuità interna, con la candidatura di Hillary Clinton nel 2016, il ritorno a una figura tradizionale come Joe Biden nel 2020 e la designazione di Kamala Harris nel 2024 senza un reale confronto competitivo. Una cultura politica orientata a stabilità, ordine, gruppi di interesse e rispetto delle norme, più che all’innovazione e alla rottura degli schemi.

Questa impostazione si è dimostrata poco efficace in un contesto di profonde trasformazioni. Il sistema politico statunitense, fortemente strutturato, rende difficile replicare esperienze come quelle di Emmanuel Macron in Francia o Javier Milei in Argentina, basate sulla creazione rapida di movimenti personali.

Esiste tuttavia un’altra strada, dimostrata dallo stesso Trump: trasformare un grande partito dall’interno, ridefinirne la leadership e conquistarne l’identità politica. Dinamiche simili si sono osservate anche in Canada con Mark Carney e in Corea del Sud con Lee Jae Myung.

Portare avanti un simile progetto richiede però figure non convenzionali, spesso percepite come divisive o fuori dagli schemi. Lo stesso Magyar viene descritto come un leader egocentrico e autoritario, ma al contempo come l’avversario più efficace mai affrontato da Orbán. Analogamente, Carney era inizialmente considerato inadatto alla competizione elettorale, prima di emergere come figura vincente.

Se i Democratici intendono cogliere questo segnale, dovrebbero guardare con maggiore attenzione ai leader capaci di rompere gli equilibri interni, piuttosto che affidarsi alle dinamiche consolidate. Allo stesso tempo, anche i Repubblicani dovranno interrogarsi sul futuro della propria leadership, evitando una semplice logica di successione.

Il successore più forte di Trump difficilmente sarà un candidato “in attesa”, ma piuttosto una figura capace di imporsi attraverso una rottura politica e un confronto diretto con il sistema.

LIBANO: negoziati diretti con Israele per il cessate il fuoco

Il ministro degli Esteri libanese Youssef Raji ha annunciato che il Libano punta a raggiungere un cessate il fuoco attraverso negoziati diretti con Israele, segnando una separazione tra il dossier libanese e quello iraniano.

Raji ha sottolineato come questa linea rientri nell’affermazione della sovranità nazionale, evidenziando che la gestione dei negoziati deve restare prerogativa esclusiva dello Stato libanese.

Il ministro ha inoltre riferito di un contatto con l’omologo tedesco Johannes Wadephul, che ha espresso il sostegno della Germania agli sforzi di stabilizzazione e ha annunciato aiuti umanitari per 45 milioni di euro.

LIBANO: le IDF prevedono la fine degli scontri principali

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato che, entro pochi giorni, non vi saranno più scontri rilevanti nel sud del Libano, una volta conclusa l’operazione contro Hezbollah a Bint Jbeil.

Le IDF continueranno tuttavia le operazioni di bonifica per neutralizzare gli armamenti delle milizie sciite, mantenendo alta l’attenzione su possibili scontri limitati con unità residue che non si sono ritirate a nord del fiume Litani.

Il quadro resta quindi fragile, ma segnato da segnali di possibile de-escalation militare.

Tuttavia, in linea generale, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) non avranno più obiettivi strategici nel Libano meridionale e, da diversi giorni, a partire dal cessate il fuoco con l’Iran, l’esercito si è astenuto da attacchi su Beirut e su altre aree strategiche per Hezbollah.

Anche gli attacchi aerei in corso risultano ora più focalizzati sulla prevenzione di minacce dirette al territorio israeliano, piuttosto che sull’eliminazione delle capacità militari profonde di Hezbollah, che costituivano uno degli obiettivi principali nella fase più intensa del conflitto.

Per quanto riguarda la battaglia di Bint Jbeil, in corso da diversi giorni, le IDF sono penetrate nel cuore del villaggio.

La Divisione 98 ha colto di sorpresa numerosi combattenti di Hezbollah, circondandoli e impedendo vie di fuga. Sono coinvolte nei combattimenti la Brigata Givati, la Brigata Paracadutisti e unità di forze speciali, tra cui Maglan.

Dall’ingresso della Divisione 98 nell’area, le IDF dichiarano di aver neutralizzato i lanci di razzi verso Israele provenienti da Bint Jbeil, contribuendo a ridurre in modo significativo la capacità di Hezbollah di colpire il nord di Israele.

Hezbollah mantiene tuttavia una capacità residua significativa, disponendo ancora di un numero consistente di razzi nelle aree più interne del Libano, oltre il fiume Litani.

Oltre alla Divisione 98, nel Libano meridionale operano anche le Divisioni 162, 146, 91 e 36. Complessivamente, le IDF dichiarano di aver ucciso circa 1.400 combattenti di Hezbollah, di cui circa 100 nella zona di Bint Jbeil.

Conclusione

Desidero chiudere questo articolo con una breve poesia di Wendell Berry, dal titolo:
“La pace delle cose selvagge”

Quando la disperazione per il mondo cresce dentro di me
e mi sveglio di notte al minimo rumore,
col timore di ciò che sarà della mia vita e di quella dei miei figli,
vado a stendermi dove l’anatra di bosco
riposa sull’acqua in tutto il suo splendore
e si nutre il grande airone.

Entro nella pace delle cose selvagge,
che non si complicano la vita per il dolore che verrà.
Giungo al cospetto delle acque calme
e sento su di me le stelle cieche del giorno
che attendono di mostrare il loro lume. Per un po’
riposo tra le grazie del mondo e sono libero.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

Articolo di Stefano Silvio Dragani

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