18 maggio 2026 – ore 11:00 – Il turismo italiano entra nel 2026 con numeri che confermano la solidità del comparto. Le stime di Demoskopika diffuse da ANSA indicano 141,2 milioni di arrivi e 478,6 milioni di presenze, rispettivamente in crescita del 2,1% e dello 0,4% sul 2025: una progressione contenuta, ma significativa se inserita in un contesto economico segnato da inflazione e incertezza geopolitica. Uno degli elementi più rilevanti è la ripartenza della componente domestica, con quasi 64,8 milioni di italiani in viaggio, capaci di generare oltre 213 milioni di pernottamenti. Accanto a loro resta decisivo il turismo straniero, con oltre 76 milioni di visitatori attesi e un peso superiore al 55% delle presenze complessive previste. In altre parole, l’Italia continua a vendere mondo al mondo, ma torna anche a essere scelta dagli italiani: una doppia trazione che, se governata, può rendere il comparto meno dipendente da una sola stagione, da un solo mercato, da una sola idea di vacanza.
Sul piano economico, la previsione di una spesa turistica complessiva pari a 132,7 miliardi €, in aumento del 4% sul 2025, racconta una crescita che non coincide automaticamente con un maggiore benessere per imprese e viaggiatori. Parte di quel valore, infatti, rischia di essere assorbita dall’aumento dei costi. ANSA, citando le stime Demoskopika, collega questa dinamica alla pressione dei prezzi energetici non regolamentati; e il quadro Istat di aprile 2026 conferma quanto il tema sia sensibile, con l’inflazione al 2,7% su base annua e gli energetici non regolamentati in forte risalita, dal -2,0% al +9,6%. Ma il 2026 sembra indicare anche un cambiamento più profondo nel modo di viaggiare: la quota di presenze concentrate nei mesi estivi potrebbe scendere al 56,9%, mentre il peso delle “code stagionali”, cioè marzo-maggio e ottobre-novembre, salirebbe al 29,4%. L’estate resta centrale, ma non basta più; la competitività si giocherà sempre di più sulla capacità di trasformare aprile, maggio, ottobre e novembre in mesi pieni di contenuti, non in semplici anticamere o residui della stagione forte.
In questo scenario il Friuli Venezia Giulia appare come uno dei laboratori più interessanti, perché non vive soltanto una crescita quantitativa, ma prova a riscrivere la propria immagine turistica. Il 2025 si è chiuso con 11 milioni di presenze, in aumento del 6,5% sul 2024; nello stesso bilancio regionale crescono sia gli italiani, +7,6%, sia gli stranieri, +5,8%, mentre le città avanzano dell’11,5%, il mare del 4,5% e la montagna dell’8,4%. I primi dati disponibili del 2026, pubblicati da PromoTurismoFVG nell’ambito della rilevazione Istat, confermano che la regione non sta semplicemente difendendo il risultato: tra gennaio e febbraio le presenze regionali sono state 817.184, contro le 786.754 dello stesso periodo del 2025, con una crescita del 3,9%. Gennaio è salito del 5,6% e febbraio del 2,2%.
Il caso di Lignano Sabbiadoro, da sempre polo fondamentale del turismo (estivo) regionale, rende concreta questa transizione: la località ha chiuso il 2025 con 3.876.759 presenze turistiche, in crescita del 2,8%, con i visitatori stranieri pari a circa due terzi del totale. Nei primi tre mesi del 2026 ha già registrato circa 100 mila pernottamenti, +3,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: un segnale che mostra come la destagionalizzazione, se sostenuta da eventi, promozione, accessibilità e investimenti, può diventare un prodotto turistico reale. Non a caso il Piano strategico del turismo FVG 2026-2028 indica quattro direttrici precise: efficientamento dei flussi, qualità e sostenibilità del prodotto, integrazione dei canali e orientamento del viaggiatore. La Regione lega queste scelte anche all’obiettivo di aumentare i giorni medi di permanenza e migliorare la qualità del sistema ricettivo. Il Friuli Venezia Giulia, dunque, non sembra voler inseguire il turismo di massa a ogni costo: la sua scommessa è più sottile, e forse più contemporanea, cioè diventare una destinazione riconoscibile senza congestionarsi, internazionale senza perdere prossimità, competitiva non perché moltiplica i flussi ovunque, ma perché li distribuisce meglio nello spazio e nel tempo.
Articolo di Agata Cragnolin


