9 maggio 2026 – 06:30 – Piazza della Libertà dovrebbe essere il salotto d’ingresso di Trieste. È la prima immagine che vede chi arriva in città in treno. Il biglietto da visita davanti alla stazione centrale, il punto in cui una città si presenta, racconta sé stessa, mostra il proprio volto. E il paradosso è tutto nel nome: Libertà. Perché da anni, in quella piazza, sembra esistere soprattutto la libertà di bivaccare, sporcare, urlare, urinare dietro i monumenti, lasciare rifiuti ovunque, trasformare uno dei luoghi più simbolici della città in una terra sospesa tra degrado e paura. Ieri, venerdì 8 maggio, a questa lunga lista si è aggiunta anche la libertà di accoltellare. Nel tardo pomeriggio un ventenne straniero è stato ferito gravemente proprio nel cuore della piazza. Colpito più volte mentre tentava di fuggire, secondo le prime ricostruzioni. Tracce di sangue sparse ovunque, lungo buona parte dell’area davanti alla stazione. Ambulanza, automedica, codice rosso. Polizia scientifica, transenne, rilievi, caccia all’aggressore estesa fino ai magazzini abbandonati del Porto Vecchio.
La cronaca finisce qui. Il problema, invece, comincia molto prima. Perché piazza Libertà non è diventata improvvisamente ingestibile ieri sera. È da anni che quella zona vive in un equilibrio marcio fatto di sporcizia, bivacchi, risse, urla, bottiglie, degrado igienico, topi, residui di cibo lasciati ovunque. Nel 2023 il Comune era già dovuto intervenire con operazioni di bonifica e derattizzazione nell’area del monumento a Sissi, ridotta tra rifiuti ed escrementi. Nel 2025 si era arrivati perfino a completare una recinzione attorno al monumento stesso, quasi che per salvare un pezzo di città fosse necessario metterlo sotto vetro, come un reperto archeologico. Eppure nulla cambia davvero. Ad aprile, appena un mese fa, un’altra rissa con coltello davanti alla stazione aveva portato la Prefettura ad annunciare controlli rafforzati nell’area. Il sindaco Roberto Dipiazza aveva rilanciato la proposta di recintare il giardino della piazza e chiuderlo di notte. Discussione legittima. Ma viene spontaneo chiedersi se una città possa davvero pensare di risolvere il degrado semplicemente costruendo cancelli. Perché il punto non è il ferro delle recinzioni. Il punto è che Trieste sta lentamente rinunciando a vivere una delle sue piazze più importanti.
A perderla non sono soltanto i residenti della zona. La perdono gli studenti che ogni giorno attraversano la stazione. I pendolari. I lavoratori. I turisti che arrivano in città e trovano pattuglie, persone ubriache, urla e sangue sul pavé. La perdono perfino i triestini stessi, che ormai passano lì con lo stesso spirito con cui si attraversa un sottopassaggio malfamato: testa bassa e passo veloce. Ed è forse questo l’aspetto più grave: l’assuefazione. Perché ormai ogni episodio sembra soltanto “l’ennesimo”. Un altro accoltellamento. Un’altra rissa. Un’altra bonifica. Un altro intervento straordinario. Un’altra promessa. Un’altra transenna. Si lava il sangue, si raccolgono le bottiglie, si portano via i materassi, si pubblicano le foto dei controlli e il giorno dopo tutto ricomincia identico. Nel frattempo la città discute se mettere una recinzione. Come se il problema fosse il prato. La verità è che piazza Libertà oggi rappresenta una resa urbana, civile e politica. Una zona che dovrebbe essere vissuta ed è invece evitata. Un luogo monumentale trasformato in terra di nessuno. Un simbolo cittadino che ormai compare nelle cronache quasi esclusivamente per aggressioni, degrado e operazioni di polizia. E allora la domanda diventa inevitabile: quanto ancora si può chiedere ai cittadini di tollerare tutto questo? Quanto sangue deve ancora essere lavato dall’asfalto perché qualcuno ammetta che non basta più rincorrere le emergenze? Quanto degrado deve ancora accumularsi perché si capisca che non si tratta di episodi isolati ma di una condizione permanente? Piazza Libertà dovrebbe accogliere Trieste. Oggi, invece, sembra respingerla.
L’editoriale è di Francesco Viviani


