23 maggio 2026 – ore 07:00 – Il monte San Calogero, detto anche monte Kronio, era un tempo ritenuto dai greci la casa di Crono, il padre di Zeus. In realtà la montagna calcarea, presente a Sciacca (Agrigento, Sicilia), nasconde nelle sue viscere un dedalo labirintico di grotte e corridoi con temperature estremamente elevate; si scrive di ‘vulcanesimo secondario‘, nonostante non vi siano mai state eruzioni con ceneri e lapilli. L’ambiente tuttavia è certamente vulcanico. Se i primi ambienti sotterranei furono utilizzati, già nell’antichità, onde fornire sollievo a chi soffriva di artrite, reumatismi, sciatiche e così via, le profondità di Kronio combinano un calore molto elevato con un’umidità che rende impossibile disperdere il sudore. in altre parole un ambiente insopportabile.
Gli speleologi triestini hanno, a più riprese, esplorato le profondità del monte: c’è pertanto un legame che scorre underground tra Trieste e Sciacca. Uno dei punti più alti fu, da parte della Commissione Grotte Eugenio Boegan, il raggiungimento del fondo del pozzo Trieste nel 1986, in precedenza ritenuto impossibile.
Ma quali furono le prime esplorazioni triestine nell’ambito? Nel 1942, in piena seconda guerra mondiale, la Commissione Grotte della sezione triestina del CAI, la storica Alpina delle Giulie, discese per la prima volta nel Monte Kronio. L’impresa destò all’epoca scalpore, considerando come gli speleologi non disponessero all’epoca di attrezzature specifiche o di ausili tecnologici di nessun genere. Il Ministero della Cultura popolare aveva infatti ordinato di mappare nella sua interezza il “Monte Crono” e, alla Commissione accademica, si erano aggregati lo speleologo triestino e vicepresidente della Commissione Saverio Medeot e il segretario Bruno Boegan. Il 21 settembre, dopo i necessari preparativi, Boegan e Medeot superarono il cunicolo rovente che aveva tenuto lontano gli esploratori nel passato e iniziarono a mappare le caverne laterali. In particolare, dopo aver attraversato la Grotta degli Animali e alcuni cunicoli molto stretti, descritti come saturi di vapore caldo, si giunse in una sezione finora inesplorata.
Il 24 e il 25 settembre, con la partecipazione del principe di Belmont, presidente dell’Ente Primavera Siciliana, gli speleologi triestini approntarono le scale e prepararono quanto i giornalisti definivano ‘l’assalto finale‘, la discesa nell’abisso sulfureo.
Il 26 iniziò la discesa con le scalette: due volte, incalzato dal caldo soffio, Medeot risalì grondante di sudore onde respirare una boccata d’aria. Al terzo tentativo, giunto sul fondo dell’abisso, scoprì di essere “in una grandiosa caverna donde si dipartivano paurosi meandri”.
Medeot raccontò a Il Piccolo (8 ottobre 1942) che “il caldo era soffocante, penoso il respiro, tutto il mio corpo era come sotto una doccia di sudore, e avevo il polso a 132”. Intanto Boegan, sulla cima dell’abisso, accusava a sua volta le prime avvisaglie di uno svenimento; e anche l’indefesso Medeot, sprofondato in questo panorama dantesco, non si sentiva molto bene. “Ogni ulteriore esitazione avrebbe potuto essere fatale”, raccontarono i cronisti; e i due triestini ritornarono in superficie, a riveder le stelle.
Articolo di Zeno Saracino


