05.03.2026 – 15.00 – Premessa – L’attacco americano–israeliano contro l’Iran continua incessantemente: siamo al quinto giorno di combattimenti.
L’Iran risponde, oggettivamente, con sempre meno capacità ed efficacia.
Non emergono, al momento, evidenze che possano far prevedere una fine imminente del conflitto. Nell’articolo di oggi, allo scopo di comprendere meglio le dinamiche politiche e militari in atto, poniamo la lente d’ingrandimento su alcune posizioni americane, israeliane, russe e cinesi, alcune delle quali spesso poco rappresentate dai media. Dare la parola a tutti, senza pregiudizi né manipolazioni. Conferenza stampa del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth – 4 marzo 2026 Desidero proporvi la lettura di alcuni stralci di questa conferenza stampa, perché ci fornisce elementi operativi dell’operazione militare complessa “Epic Fury” in atto, utili alla comprensione della situazione generale. Dal sito statunitense del Dipartimento della Guerra, infatti, si legge: Nel corso della seconda conferenza stampa del Dipartimento della Guerra dopo il lancio dell’operazione Epic Fury da parte di Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano il 28 febbraio, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth e il generale dell’Aeronautica Dan Caine, presidente dello Stato Maggiore Congiunto, hanno affermato oggi che l’America sta compiendo decisivi progressi offensivi nel conflitto. “Sono qui oggi davanti a voi con un messaggio inequivocabile sull’operazione Epic Fury: l’America sta vincendo in modo decisivo, devastante e senza pietà”, ha dichiarato Hegseth ai media dalla sala stampa del Pentagono. “Siamo solo al quarto giorno di questa operazione e i risultati sono stati incredibili, storici, davvero. Solo gli Stati Uniti potevano guidare questa missione. Ma se si aggiungono le Forze di Difesa Israeliane, una forza dalle capacità devastanti, la combinazione è pura distruzione per i nostri avversari iraniani islamici radicali”, ha detto Hegseth.
Nel suo intervento, Caine ha ribadito che la missione congiunta su tre fronti di Stati Uniti e Israele nella regione è quella di colpire ed eliminare i sistemi missilistici balistici dell’Iran, distruggere la marina iraniana e garantire che l’Iran non possa ricostruire o ricostituire la propria capacità o potenza di combattimento, incluso assicurare che il Paese non ottenga mai armi nucleari. Caine ha precisato che c’è stato un calo complessivo dell’86% nei lanci di missili balistici iraniani dal primo giorno dei combattimenti e un calo del 23% solo nelle ultime 24 ore. Inoltre, ha aggiunto che si registra una diminuzione del 73% nei colpi di droni d’attacco iraniani unidirezionali sparati dall’inizio del conflitto. Per quanto riguarda la potenza aerea, Hegseth ha affermato che le forze statunitensi e israeliane sono pronte ad assumere il controllo completo dello spazio aereo iraniano entro i prossimi giorni. “Spero che tutti coloro che guardano capiscano cosa significano spazio aereo incontrastato e controllo completo: significa che voleremo tutto il giorno e tutta la notte, trovando, colpendo e distruggendo i missili e la base industriale di difesa dell’esercito iraniano; trovando e colpendo i loro leader e i loro comandanti militari; sorvolando Teheran, con i leader iraniani che guardano in alto e vedono solo la potenza aerea statunitense e israeliana ogni minuto di ogni giorno, finché non decideremo che è finita e che l’Iran non potrà farci nulla”, ha detto Hegseth.
In mare, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato ieri che più di 20 navi della marina iraniana sono state distrutte, tra cui l’affondamento di una nave da combattimento iraniana nell’Oceano Indiano da parte di un sottomarino d’attacco veloce della marina statunitense. È la prima volta dal 1945 che un sottomarino statunitense utilizza un siluro Mark 48 per affondare una nave nemica, ha osservato Caine. “Voglio ricordare a tutti che questa è una dimostrazione incredibile della portata globale dell’America. Stanare, trovare e uccidere un agente fuori area è qualcosa che solo gli Stati Uniti possono fare su questa scala”, ha affermato. Ha aggiunto che, poiché molti dei leader iraniani di alto rango sono stati uccisi nel primo giorno dell’operazione Epic Fury, l’esercito non è in grado di comunicare in modo efficace né, tantomeno, di organizzare un’offensiva coordinata e sostenuta. “…Epic Fury ha già scatenato una potenza aerea doppia rispetto alla fase iniziale ‘shock and awe’ dell’Operazione Iraqi Freedom nel 2003. Guardando al futuro, Caine ha affermato che il Centcom continuerà a colpire le infrastrutture del regime, tra cui la caccia e l’eliminazione dei lanciatori di missili balistici e delle capacità di attacco unidirezionale, oltre a continuare ad attaccare le capacità navali dell’Iran.
“Siamo solo all’inizio”, ha affermato Hegseth.
Conferenza completa nel link in descrizione:
https://www.war.gov/News/News-Stories/Article/Article/4420831/four-days-in-hegseth-caine-say-us-making-decisive-progress-in-iran/
La percezione del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs dell’attuale complesso mondo persiano, con particolare riferimento al famigerato Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran, stimati in oltre 200mila unità)
L’analisi che segue è stata redatta da Oded Ailam, esperto analista ed ex responsabile della Divisione controterrorismo del Mossad, come noto l’intelligence estera israeliana. Desidero proporvela integralmente perché non solo ci offre uno spaccato decisamente diverso da quello che solitamente ascoltiamo, ma anche perché ci permette di comprendere meglio la percezione israeliana dell’attuale Repubblica Islamica dell’Iran, che, come noto, viene da sempre considerata da Gerusalemme una “minaccia esistenziale”. “Da quando ha preso il controllo dell’Iran quasi cinquant’anni fa, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha costruito qualcosa di raro nella storia: un progetto politico-religioso che è riuscito a rimodellare il Medio Oriente. La rivoluzione del 1979 non è stata semplicemente un cambio di regime. È stato un terremoto culturale. Per secoli gli sciiti erano stati una minoranza perseguitata, dispersi come polvere tra montagne e città, non più di un quinto della popolazione nel mare sunnita che li circondava. Improvvisamente è sorto uno Stato che ha dato loro un nome, un volto e una voce. Da Teheran è arrivato il messaggio: lo sciismo non è più una setta vittima che nuota sotto i colpi. È una fonte di potere, il cuore pulsante di una rivoluzione globale. Per anni è sembrato che il motore della rivoluzione non facesse altro che rafforzarsi. La rivoluzione ha esteso le sue braccia in tutto il mondo: Sud America, Libano, Iraq, Yemen, Sudan. Anche quando alcune parti scricchiolavano, anche quando il fumo saliva dal suo interno, continuava a muoversi. Ma i motori che ignorano le spie luminose non funzionano per sempre.” Ora le cose stanno iniziando a incepparsi. Una serie di errori colossali, una cattiva interpretazione dell’amministrazione americana, una sottovalutazione della comunità internazionale e la dipendenza da mecenati infidi, Russia e Cina, hanno condotto la leadership iraniana sull’orlo dell’abisso. Ciò che è stato costruito nel corso di decenni come un palazzo di fiducia rivoluzionaria ora inizia ad apparire come un magnifico edificio le cui fondamenta stanno lentamente sprofondando nella sabbia.
Ed è proprio in momenti come questi, quando un giocatore si rende conto che la partita è finita, che emerge il vero carattere. La condotta dell’Iran e dei suoi alleati, che sparano contro gli Stati vicini e allargano i fronti di guerra, non è un’espressione di forza. Assomiglia piuttosto a un giocatore di scacchi che, in preda alla rabbia, fa cadere i pezzi dalla scacchiera mentre si avvicina lo scacco matto: rumore, caos e inutilità. In queste crepe si insinua la questione della successione. Il nome che ricorre più volte è Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema. Eppure Mojtaba non è un leader cresciuto nella tradizione religiosa: non ha spina dorsale nella legge religiosa, non possiede l’aura di un ecclesiastico erudito e non ha una vera esperienza militare al suo attivo. Se nominato, sarà una sedia senza gambe, una figura che detiene il titolo ma è detenuta dalle Guardie Rivoluzionarie. Non un leader che guida il sistema, ma un burattino che il sistema pone su un piedistallo. Accanto a lui aleggia anche l’ombra di un’altra possibile nomina, Ahmad Vahidi, ex ministro della Difesa, comandante di alto rango delle Guardie, e ricercato a livello internazionale per il suo coinvolgimento nell’attentato del 1994 al centro della comunità ebraica di Buenos Aires. Il suo nome è un silenzioso promemoria del carattere dell’élite della sicurezza che crede di poter governare lo Stato: persone cresciute in una cultura in cui la violenza non è un fallimento della politica, ma uno strumento operativo.
In pratica è chiaro da tempo chi governa il Paese. Le Guardie Rivoluzionarie non sono semplicemente un esercito: sono un impero. Economicamente e ideologicamente, a loro avviso, l’attuale campagna è un’unica battaglia, la battaglia di Karbala che si ripete di generazione in generazione. La storica battaglia in cui fu versato il sangue di Husayn ibn Ali è diventata la lente attraverso cui leggono la realtà. Ogni scontro è un nuovo capitolo nell’eterno dramma di una minoranza fedele contro un mondo ostile e, quindi, ogni compromesso sembra un tradimento. Questa logica spiega anche la pressione esercitata su Hezbollah. Le Guardie Rivoluzionarie hanno chiarito all’organizzazione in Libano: se non si aderisce ora, il rapporto finisce. Hezbollah si è trovato tra l’incudine e il martello. Un rifiuto l’avrebbe separata dal suo protettore a Teheran, dal denaro, dalle armi e dall’ideologia, e il suo destino di organizzazione religiosa rivoluzionaria sarebbe stato segnato. Eppure entrare nello scontro avrebbe potuto accendere un fuoco in Libano, anche tra gli sciiti che non ardono più per la rivoluzione. La scelta di Hezbollah ne ha di fatto segnato il destino. Qual è esattamente la strategia delle Guardie Rivoluzionarie? Credono in uno scenario di redenzione differita: è sufficiente infliggere perdite agli americani, chiudere gli stretti e attaccare gli Stati petroliferi. I prezzi del petrolio saliranno alle stelle e l’opinione pubblica statunitense costringerà Trump a porre fine al conflitto. Eppure, anche in questo caso, potrebbero leggere una vecchia mappa. Invece di un ritiro americano, la pressione potrebbe convergere verso l’interno e trasformarsi in un anello sempre più stretto attorno al collo del regime stesso. Un’altra settimana di scontri potrebbe iniziare a disgregare le maglie della situazione. Le diserzioni nell’esercito regolare e l’erosione all’interno delle Guardie Rivoluzionarie non sono più scenari teorici. Parti dell’esercito potrebbero diventare “lampeggianti”: non ribellione, ma semplicemente una presenza che svanisce. In quel vuoto probabilmente entreranno le minoranze: i curdi nel nord-ovest, i beluci nel sud-est, gli ahwazi e altri. Quando il cuore smette di mandare sangue, gli arti iniziano a muoversi secondo le proprie leggi. E se le masse scenderanno in piazza, come hanno già fatto ripetutamente, in ondate di protesta che crescevano ogni volta, l’Iran sarà travolto da una tempesta senza sovranità. Così la rivoluzione del 1979 potrebbe giungere alla sua ora finale. Quella che era stata costruita come una fortezza si rivelerà un palazzo di vetro, imponente dall’esterno ma fragile al tatto. E poi un antico proverbio persiano, che i persiani conoscevano molto prima che l’Islam si stabilisse nella loro terra, si rivelerà di nuovo vero:
“La candela che si presenta come il sole si spegne per prima.”
Analisi completa nel link in descrizione:
https://jcfa.org/the-irgc-faces-defeat/
Dichiarazioni alla stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova
Nella serata del 4 marzo u.s. i media russi hanno pubblicato una lunga e articolata conferenza stampa della portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Desidero proporvela in alcuni passaggi, sia perché emerge chiaramente la “forte irritazione russa” per la deriva medio-orientale, sia perché appare evidente come il focus centrale per Mosca rimanga l’Ucraina, unitamente all’atteggiamento ritenuto “ostile” dell’Europa, con particolare riferimento a Francia e Gran Bretagna. Nella conferenza, inoltre, vengono spesso utilizzati toni aspri, non certo diplomatici, con esplicito riferimento al presidente ucraino. Dai media russi e dal portale del Ministero degli Esteri di Mosca leggiamo:
Crisi in Medio Oriente
“Stiamo osservando con grande preoccupazione ciò di cui abbiamo ripetutamente parlato in precedenza e di cui il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha parlato dettagliatamente. Vediamo — e ora tutti hanno le idee chiare — che stiamo assistendo a un’escalation di tensione senza precedenti nella regione, derivante da un attacco immotivato all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele. Attraverso le loro azioni irresponsabili e sconsiderate, Washington e Tel Aviv stanno — permettetemi di usare un’espressione che forse non è ampiamente utilizzata nel diritto internazionale ma che descrive accuratamente ciò che sta accadendo sul campo — scatenando il caos, violando palesemente norme e principi del diritto internazionale e umanitario e facendo sprofondare la regione sempre più nel caos. La comunità internazionale deve fornire una valutazione oggettiva e intransigente di questi atti di illegalità.” “In realtà Washington non lo nasconde più e dichiara apertamente di volere un cambio di regime in Iran. Il fallimento dello scenario della rivoluzione colorata ha innescato i drammatici eventi. A gennaio gli oppositori della Repubblica Islamica hanno tentato senza successo di imporlo alla società iraniana e al popolo iraniano, che ha vissuto per lunghi anni sotto il peso delle sanzioni. Questo peso non è nato dal nulla. Ha i suoi artefici e i suoi esecutori: tutti coloro che in realtà volevano cambiare il regime in Iran. In precedenza si sono affidati a sanzioni illegali e illegittime, alla morsa del blocco economico e a ogni altro metodo possibile. Quando anche questo è fallito sono passati allo scenario successivo. Gli attuali appelli dei Paesi occidentali agli iraniani affinché «prendano il potere nelle proprie mani» non sono una coincidenza. Ripeto ancora una volta ciò che tutti sanno: si tratta di un’ingerenza vergognosa negli affari interni di uno Stato sovrano. È ancora più cinico e disumano ascoltare appelli agli iraniani affinché prendano, come dice l’Occidente, il potere nelle proprie mani in un momento in cui lo stesso Occidente sta letteralmente strappando le mani agli iraniani.”
Francia e Gran Bretagna
L’annuncio del presidente francese Emmanuel Macron circa l’intenzione di Parigi di avviare un’espansione opaca del suo arsenale nucleare — uno sviluppo intrinsecamente destabilizzante — deve essere considerato in un contesto più ampio. Questa mossa, accompagnata da una retorica ostile nei confronti del nostro Paese (non è chiaro perché abbia scelto questo momento storico per ricordarcelo), è pienamente in linea con le tendenze fortemente negative che si stanno cristallizzando, sotto gli slogan anti-russi della NATO, nella sfera militare-nucleare. Come leader di una potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il presidente Macron avrebbe potuto ritenere opportuno riflettere — forse persino lanciare un appello — sulla situazione in Medio Oriente. Ad esempio, assistendo ad attacchi vicino a impianti nucleari, avrebbe potuto lanciare avvertimenti, esortare alla moderazione e sottolineare i rischi associati. Avrebbe potuto istruire i rappresentanti francesi presso l’AIEA ad adottare la posizione evidentemente necessaria e l’unica corretta: richiamare l’attenzione su come il programma nucleare iraniano sia stato manipolato non per migliorare la sicurezza globale, ma per perseguire obiettivi a breve termine, cambi di regime e così via. Avrebbe potuto usare la sua eloquenza sulle piattaforme internazionali per mettere in luce il ricatto nucleare, così di moda oggigiorno. Ma no. Abbiamo invece notato l’attenzione di Macron su altre questioni, indirizzando inspiegabilmente altrove la sua abilità retorica.
In precedenza la Gran Bretagna aveva annunciato un approccio sostanzialmente analogo a quello ora adottato dalla Francia, avendo recentemente avviato una significativa espansione del proprio arsenale nucleare nazionale e riducendone al contempo la trasparenza. Inoltre, in base agli accordi tra Stati Uniti e Regno Unito, Londra acquisirà — oltre alla sua attuale componente marittima — sistemi di lancio nucleare aviotrasportati e, con il consenso degli Stati Uniti, l’accesso alle bombe nucleari americane di recente dispiegamento sul suolo britannico. Ciò aumenterà ulteriormente il numero di testate che questo Paese potrebbe utilizzare in un potenziale conflitto. Oltre a rafforzare le proprie capacità militari nucleari nazionali, Gran Bretagna e Francia stanno collaborando con gli alleati per creare un cosiddetto “deterrente nucleare paneuropeo”, indipendente o autonomo. I primi tentativi ipocriti di presentarlo come un’alternativa all’ombrello nucleare americano hanno rapidamente ceduto il passo ad ammissioni evidenti: si tratta di un’espansione della componente nucleare europea della NATO, che si affianca alle attuali “missioni nucleari congiunte” dell’Alleanza, basate sulle armi nucleari statunitensi. In questo modo il potenziale nucleare complessivo della NATO viene significativamente rafforzato: una capacità che, in un conflitto militare diretto con la Russia, potrebbe essere coordinata non solo attraverso il suo segmento europeo, ma anche nella sua interezza, incluso l’arsenale statunitense.
Crisi ucraina
Il regime neonazista della “banderuola”, con il pretesto della cosiddetta convenienza militare, continua a violare il diritto internazionale umanitario, a perpetrare attacchi terroristici e a sfogare sui civili la propria frustrazione per i fallimenti sul campo di battaglia. Le Forze armate ucraine (AFU) hanno nuovamente deliberatamente preso di mira strutture puramente civili — edifici residenziali, istituti medici ed educativi, imprese civili e sociali estranee al complesso militare-industriale — utilizzando droni e lanciarazzi multipli. Nell’ultima settimana, devo ribadire, sono stati colpiti più di 150 civili, tra cui un bambino. Ventidue persone hanno perso la vita. Temendo tagli al sostegno militare e finanziario occidentale con l’aggravarsi della situazione in Medio Oriente, Vladimir Zelensky sta lottando per rimanere sotto i riflettori. Ora ne abbiamo sentite e viste parecchie. Sappiamo di quali sostanze si è fatto, ma mi sembra che sia passato a sniffare lucido da scarpe. Secondo Bloomberg, il 2 marzo ha annunciato che Kiev è pronta ad aiutare i Paesi mediorientali a combattere i droni iraniani. Manualmente, presumibilmente. Ha anche suggerito che i leader delle monarchie del Golfo potrebbero usare i loro “eccellenti” rapporti con la Russia per convincere Mosca a implementare un cessate il fuoco di un mese.
Un’altra citazione diretta di Zelensky: «Non appena sarà in vigore un cessate il fuoco, invieremo i nostri migliori operatori di intercettori di droni in Medio Oriente, in modo da poter aiutare i Paesi mediorientali a proteggere i civili». Viene da chiedersi: si tratta di una sconcertante incompetenza o solo di menzogne sataniche? Proteggere i civili? Quali civili Zelensky intende proteggere? Il suo curriculum è fatto di uccisioni. Il suo obiettivo principale sembra essere quello di versare più sangue possibile con questi attacchi terroristici. E questi “operatori” — ha intenzione di radunarli dalle strade delle città ucraine? Sapete, quelli trascinati fuori dai loro appartamenti e dalle loro case? Quelli che questi ladri di persone sparano quando si rifiutano di salire volontariamente sulle “automobili dei ladri”? Ha intenzione di inviare proprio questi specialisti in Medio Oriente o ne hanno un’altra scorta da qualche parte? Questo è particolarmente pertinente ora, quando persino i funzionari della Casa Bianca hanno ammesso pubblicamente di aver avviato colloqui con l’Iran solo come cortina fumogena per preparare la propria operazione. Zelensky sta ancora una volta usando la questione del cessate il fuoco come tattica manipolatoria, come se credesse davvero che qualcuno possa cascarci. La realtà è che Kiev, che insiste costantemente con i suoi sponsor per ottenere maggiori forniture di difesa aerea, non è assolutamente in grado di aiutare nessuno in alcun modo. È tutto un bluff, alimentato dall’esigenza personale di Zelensky di rubare un po’ di scena al conflitto in Medio Oriente. È tutto per finta, per far credere che siano i buoni.
Conferenza stampa completa nei link in descrizione:
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2084103/
https://tass.com/politics/2096327
Una posizione cinese diplomatica da comprendere
In questa ultima parte desidero porre alla vostra attenzione tre brevi resoconti relativi ai contatti intervenuti, in questi primi giorni di marzo, tra il ministro degli Esteri cinese e i suoi omologhi dell’Iran, dell’Arabia Saudita e di Israele. I toni sono tipici del linguaggio diplomatico e sembrano diretti a evidenziare una Cina “chiaramente irritata” ma, al tempo stesso, disponibile alla mediazione. Un approccio culturale diverso, non facilmente decifrabile con i nostri parametri occidentali.
Colloquio telefonico tra Wang Yi e il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi
Il 2 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, su richiesta di quest’ultimo. Il ministro Abbas Araghchi ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della situazione in Iran, sottolineando che gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iran per la seconda volta durante i negoziati in corso. Sebbene le due parti abbiano compiuto progressi positivi nell’ultimo round di negoziati, l’azione degli Stati Uniti viola tutte le leggi internazionali e calpesta, arrivando perfino a oltrepassare, la linea rossa dell’Iran. La parte iraniana non ha altra scelta che difendersi a tutti i costi. La Cina ha espresso pubblicamente la sua richiesta di equità e giustizia e l’Iran spera che continui a svolgere un ruolo proattivo nel prevenire l’escalation delle tensioni nella regione. Wang Yi ha ribadito la posizione di principio della Cina sulla situazione attuale in Iran. Ha osservato che la Cina apprezza la tradizionale amicizia tra Cina e Iran e sostiene l’Iran nel salvaguardare la propria sovranità, sicurezza, integrità territoriale e dignità nazionale, nonché nel difendere i propri diritti e interessi legittimi. Wang Yi ha inoltre affermato che la Cina ha esortato Stati Uniti e Israele a cessare immediatamente le azioni militari per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni e impedire che il conflitto si espanda all’intera regione del Medio Oriente. La Cina ritiene che, nell’attuale situazione grave e complessa, l’Iran manterrà la propria stabilità nazionale e sociale, prenderà sul serio le legittime preoccupazioni dei Paesi vicini e garantirà la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni cinesi presenti in Iran. Seyed Abbas Araghchi ha osservato che la parte iraniana farà tutto il possibile per garantire la sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi.
Colloquio telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar
Il 3 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, su richiesta. Dopo aver ascoltato il briefing di Gideon Sa’ar sulle posizioni di Israele rispetto alla situazione attuale, Wang Yi ha osservato che la Cina sostiene costantemente la risoluzione delle questioni internazionali e regionali più critiche attraverso il dialogo e la consultazione. Tutte le parti dovrebbero rispettare gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e astenersi dall’uso o dalla minaccia dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Ciò è anche nell’interesse fondamentale di tutte le parti coinvolte, incluso Israele. Nel corso degli anni la Cina si è impegnata a promuovere una soluzione politica della questione nucleare iraniana. I recenti negoziati tra Iran e Stati Uniti avevano registrato notevoli progressi, tenendo conto anche delle preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza. Purtroppo questo processo è stato interrotto dagli attacchi militari. La Cina si oppone a tali attacchi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran. L’uso della forza non può realmente risolvere i problemi. Al contrario, ne creerà di nuovi e lascerà gravi conseguenze. Il vero valore della potenza militare non risiede nel campo di battaglia, ma nella prevenzione della guerra. La Cina chiede quindi l’immediata cessazione delle azioni militari per impedire che il conflitto si inasprisca ulteriormente e diventi incontrollabile. Sulla questione mediorientale la Cina mantiene sempre una posizione equa e continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nel ridurre l’escalation della situazione. Wang Yi ha inoltre invitato Israele ad adottare misure concrete per garantire la sicurezza del personale e delle istituzioni cinesi. Sa’ar ha osservato che Israele attribuisce grande importanza a questo aspetto e che agirà di conseguenza.
Colloquio telefonico tra il ministro Wang Yi e il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud
Il 4 marzo 2026 il membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del PCC e ministro degli Esteri Wang Yi ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud. Faisal bin Farhan Al Saud ha informato Wang Yi sugli ultimi sviluppi della situazione in Medio Oriente, affermando che l’Arabia Saudita non desidera vedere la regione coinvolta in una guerra. Tuttavia è preoccupante che il conflitto continui a diffondersi e mostri segnali di ulteriore escalation. L’Arabia Saudita ha dato prova di moderazione, pur riservandosi il diritto all’autodifesa, ed esprime la speranza che la crisi possa essere evitata da un’ulteriore escalation e avviata verso una de-escalation. L’Arabia Saudita apprezza l’enfasi posta dalla Cina sulla sicurezza e sulla stabilità regionale, nonché il suo ruolo attivo in tal senso. La parte saudita è pronta a intensificare la comunicazione e il coordinamento con la Cina per promuovere la pace, porre fine alle ostilità e raggiungere rapidamente la stabilità in Medio Oriente. Wang Yi ha affermato che l’estensione del conflitto in Medio Oriente, che colpisce i Paesi del Golfo — tra cui l’Arabia Saudita — non è ciò che la Cina desidera vedere. Indipendentemente dalle giustificazioni addotte, l’uso indiscriminato della forza è inaccettabile e qualsiasi attacco contro civili innocenti e obiettivi non militari dovrebbe essere condannato. La Cina apprezza la moderazione dell’Arabia Saudita e il suo impegno a favore di mezzi pacifici per risolvere le divergenze. La riconciliazione tra i Paesi della regione è stata duramente conquistata e merita di essere apprezzata e promossa. La Cina è sempre stata una forza costante per la pace, è pronta a continuare a svolgere un ruolo costruttivo e invierà il suo inviato speciale sulla questione mediorientale nei Paesi della regione per favorire la mediazione. La parte cinese esorta fermamente tutte le parti a cessare le azioni militari, a riprendere al più presto il dialogo e i negoziati e a prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni.
Testi completi nel link in descrizione:
https://www.fmprc.gov.cn/eng/
Conclusione – Stiamo assistendo a una reale rivoluzione geopolitica globale, a una progressiva spartizione del mondo in “nuove” aree di influenza. In tale contesto merita grande attenzione la posizione netta del Vaticano, che invita a guardare profondamente dentro noi stessi con un senso etico autentico, privo di menzogne esistenziali. In particolare, recentemente Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, di fronte ai raid contro l’Iran ha voluto ribadire la posizione costante della Santa Sede: «La pace e la sicurezza devono essere coltivate e perseguite attraverso le possibilità offerte dalla diplomazia, soprattutto quella esercitata negli organismi multilaterali». Il porporato ha ricordato lo spirito che animò i fondatori dell’ONU dopo la Seconda guerra mondiale — evitare ai popoli l’orrore già sperimentato — e ha constatato come oggi quello sforzo multilaterale appaia indebolito. «Si va sostituendo una diplomazia della forza», ha affermato, con Stati o gruppi di alleati che ritengono di poter «perseguire la pace mediante le armi». Su questo sfondo si colloca il tema della cosiddetta “guerra preventiva”, invocata come motivazione dell’attacco. Parolin ha rimarcato con forza che il ricorso alla forza può essere considerato solo come «ultima e gravissima istanza», dopo aver esaurito ogni canale politico e diplomatico, e sempre all’interno di un quadro multilaterale. Riconoscere agli Stati il diritto a un’azione preventiva significa spalancare la porta a un mondo «in fiamme». «Alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza», ha avvertito il cardinale, «con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato».
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


