28.01.2026 – 17.00 – Premessa – le cronache provenienti dall’Iran, ovviamente, stanno determinando in Israele un forte fermento di “speranza” per un possibile crollo del regime teocratico degli ayatollah. Dopo aver tracciato recentemente, in grandi linee, un quadro d’insieme sulla crisi iraniana, oggi cercheremo di comprendere la posizione di Gerusalemme, perché cruciale nei futuri equilibri del Medio Oriente. Percezione israeliana – Yoni Ben Menachem, noto analista senior per il Medio Oriente del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, ha recentemente pubblicato diversi articoli, successivamente ripresi dalle principali testate israeliane e da numerose riviste mediorientali, nei quali traccia alcune direttrici politico-diplomatiche inerenti al quadrante regionale, delineando inoltre possibili scenari futuri di interesse geostrategico globale. In particolare, Menachem afferma che anche la maggioranza degli analisti arabi ritiene che l’attuale regime iraniano non sarebbe in grado di sopravvivere a uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti e che, sebbene la recente ondata di proteste in Iran si sia temporaneamente placata a causa della dura repressione, appare molto probabile che il Paese possa essere interessato da una nuova fase di disordini, verosimilmente ancora più imponenti.
Tuttavia, al di là di queste previsioni ipotetiche, diversi analisti israeliani pongono l’accento su un aspetto decisamente significativo, poiché investe tematiche legate alla geostrategia globale. Si ritiene, infatti, che la caduta del regime di Bashar Assad in Siria e il “successo” dell’operazione statunitense in Venezuela abbiano dimostrato a Teheran di non poter più contare sulla reale protezione di Russia e Cina. Secondo Israele, quindi, l’Iran deve considerare il partenariato strategico con entrambe le potenze estremamente fragile, poiché guidato esclusivamente dai rispettivi interessi nazionali, piuttosto che da autentici vincoli di alleanza. Ne consegue, pertanto, che le dichiarazioni pubbliche di sostegno all’Iran da parte di Mosca e Pechino debbano essere interpretate in larga misura come segnali simbolici, rappresentando di fatto un appoggio diplomatico di facciata. La Russia, si afferma in diversi ambienti politici israeliani, un tempo tra i principali sostenitori di Assad, Chávez e Maduro, sembra aver scelto di dare priorità alle proprie esigenze strategiche in Ucraina, mentre la Cina appare interessata unicamente a tutelare i propri interessi economici, evitando il rischio di uno scontro diretto con Washington.
La Cina, in particolare, sebbene continui a importare quantitativi significativi di petrolio iraniano, qualora fosse chiamata a scegliere tra i propri interessi economici globali e il rapporto con l’attuale regime di Teheran, probabilmente finirebbe per sacrificare l’Iran. Alla luce di tali considerazioni, Israele ritiene che l’Iran, allo stato attuale, possa contare unicamente su se stesso. Infine, diversi analisti israeliani affermano senza esitazioni che le reti di intelligence israeliane all’interno dell’Iran sarebbero attive e starebbero contribuendo agli sforzi di destabilizzazione del regime. Gli scenari possibili visti da Gerusalemme – In tale quadro d’insieme, decisamente “interessante”, abbiamo assistito nell’ultimo periodo a una continua e oggettiva erosione dell’influenza iraniana nel Medio Oriente, con particolare riferimento a Yemen, Siria, Iraq e Libano. Un processo che ha contribuito ad alimentare, anche negli ambienti arabi, la percezione di una ridotta capacità di deterrenza di Teheran. Davanti a un simile scenario e a una crisi economica e finanziaria disastrosa, secondo Israele potrebbe essere iniziata una resa dei conti interna all’élite politica iraniana, con riferimento specifico alle figure di spicco del campo riformista guidato dal presidente Masoud Pezeshkian. D’altra parte, il recente tentativo del regime iraniano di aprire un canale “segreto” con Washington per negoziare un nuovo accordo nucleare è visto da Gerusalemme come un palese segnale di debolezza strutturale.
Ricordiamo ai lettori che la risposta di Trump era stata decisamente tranchant, dal momento che il presidente americano non solo aveva denunciato pubblicamente l’esistenza del canale, ma aveva anche deciso di congelare i colloqui, citando la violenta repressione dei manifestanti e umiliando, in tal modo, anche sul piano politico e diplomatico, la leadership iraniana. Secondo diversi analisti israeliani, il vero potere militare in Iran resta tuttavia nelle mani delle famigerate Guardie Rivoluzionarie (pasdaran), stimate in oltre duecentomila unità, che rappresentano il pilastro centrale a protezione della leadership di Khamenei. Alla luce di quanto sopra, secondo diversi funzionari della sicurezza israeliana sembrano profilarsi due potenziali scenari in grado di destabilizzare il regime nel prossimo futuro. Il primo prevedrebbe una pressione militare americana prolungata, combinata con una rivolta popolare che il regime non sarebbe più in grado di reprimere. Il secondo implicherebbe, invece, una decisione dell’establishment militare iraniano contro la leadership di Khamenei, ritenuta un fattore di blocco e bisognosa di essere sostituita per evitare il collasso del sistema. Infine, appare diffusa in Israele la percezione che gli Stati Uniti non siano intenzionati a rovesciare il regime iraniano attraverso un’azione militare diretta, temendo che un crollo incontrollato possa innescare caos interno, instabilità regionale o persino la frammentazione dell’Iran. Al contrario, l’amministrazione statunitense sembrerebbe orientata a perseguire una strategia di pressione graduata, volta ad accelerare il cambio di regime attraverso una combinazione di leva militare e mobilitazione popolare, evitando al contempo il collasso totale dello Stato.
Chi potrebbe essere il prossimo leader dell’Iran? – In questi ultimi giorni, merita evidenziare come i media internazionali abbiano dato ampio spazio alla figura di Reza Pahlavi, figlio dello scià dell’Iran rovesciato nel 1979. Reza Pahlavi, tuttavia, il 24 gennaio scorso ha dichiarato che, pur avendo l’intenzione di contribuire al futuro dell’Iran, non aspira a ricoprire un ruolo di governo definito. Secondo Israele e diversi ambienti politici occidentali, si ritiene che Trump consideri il figlio dello scià una figura prevalentemente simbolica, più che un governante de facto. Gli Stati Uniti starebbero inoltre valutando diverse opzioni per un futuro governo di transizione, al fine di mantenere la necessaria flessibilità politica ed evitare accuse a Washington di interferenza diretta nella formazione di un nuovo esecutivo iraniano. Per Israele, invece, la figura di Reza Pahlavi sarebbe gradita, sebbene permanga un forte scetticismo sulla sua reale capacità politica di guidare l’Iran nella transizione post-regime. In altre parole, per Gerusalemme, Pahlavi rappresenta una risorsa simbolica e identitaria, ma non necessariamente una soluzione di governo. In tale contesto, appare altresì diffuso in Israele il timore di un crollo del regime iraniano in assenza di una leadership consolidata, poiché ciò potrebbe determinare caos nel comparto della sicurezza persiana, l’esplosione di conflitti interetnici, una proliferazione incontrollata di armi e gravi criticità nella gestione degli impianti nucleari. Israele, pertanto, sembra maggiormente orientato a perseguire una linea pragmatica, auspicando che l’eventuale fase di transizione post-regime possa essere guidata da ex esponenti del sistema, alti ufficiali o tecnocrati, mentre Pahlavi potrebbe fungere unicamente da simbolo unificante di un nuovo Iran.
Conclusione – Desidero proporvi uno stralcio di una breve analisi pubblicata da Avvenire sulla tematica, poiché particolarmente lucida e meritevole di attenzione. Si afferma che, in generale nel Medio Oriente, ma in particolare in Arabia Saudita e in Turchia, se da un lato fa paura un Iran instabile e disgregato, dall’altro non piace nemmeno l’idea che in quel Paese possa nascere un sistema liberale capace di garantire pari dignità a tutte le componenti politiche, etniche e religiose. Un Iran democratico, che rispetti e offra autonomia ai curdi o agli arabi sunniti, metterebbe infatti in difficoltà tanto Ankara — che non ha mai risolto realmente la questione curda — quanto Riad, al cui interno vive una consistente minoranza sciita, spesso marginalizzata e discriminata. Infine, oltre a porre il tema della libertà politica in questi Paesi, un “nuovo Iran” rappresenterebbe un enorme catalizzatore di investimenti internazionali, a scapito della scommessa saudita di attrarre risorse per sostenere il costoso piano di modernizzazione “Vision 2030”. Timori legati a un possibile cambio dei flussi finanziari si avvertono anche negli Emirati Arabi Uniti: se per Abu Dhabi — centro politico della federazione — la questione non appare particolarmente rilevante, per Dubai lo è eccome. L’emirato prospera infatti anche grazie ai miliardi di dollari iraniani trasferiti sul suo territorio e spesso operanti in modo opaco. La caduta del sistema di potere teocratico renderebbe inutili le triangolazioni finanziarie sulla piazza di Dubai, con un danno economico rilevante. Ecco quindi che una Repubblica islamica indebolita, azzoppata, incapace di minacciare i vicini come in passato e, allo stesso tempo, isolata sul piano politico e finanziario, appare preferibile sia a un nuovo buco nero geopolitico — produttore di caos e instabilità — sia, ancor di più, a un Iran fiorente come sistema liberale, guidato da una società civile matura, capace di attrarre investimenti e di rappresentare un esempio “pericoloso” per gli altri Paesi della regione, storicamente in difficoltà nel rapporto con le libertà politiche e il rispetto delle minoranze.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]


