Sviluppo demografico italiano. La cura familiare che soffoca le donne

08.12.2025 – 09.48 – Le donne, oggi il 51 per cento della popolazione italiana, presentano un tasso di inattività pari al 42,4 per cento nella fascia d’età 15-64 anni e un tasso di disoccupazione pari a 7,5 per cento per la stessa fascia d’età, più alto rispetto a quello maschile di 1,5 punti. Poco più del 40 per cento delle donne italiane non lavora e non è in cerca di un’occupazione. Il dato è allarmante. La drastica situazione demografica che sta vivendo il nostro paese ci spinge a dover coinvolgere nel mondo del lavoro sempre più persone. La combinazione di questi pessimi dati con l’urgenza che deriva dalle conseguenze economiche del calo demografico richiede che lo sguardo venga rivolto verso il panorama femminile con l’obiettivo di includere il maggior numero possibile di donne nel mondo del lavoro.
Un buon punto di partenza per iniziare a esplorare questo tema è comprendere quali sono le motivazioni che si trovano dietro questa scelta. In linea generale le cause si possono distinguere in: cause personali, cause economiche (lavorare è meno conveniente rispetto a sostenere le spese di asilo nido, baby-sitter, …) e cause sociali (pensiero generale della società, ma in particolare del proprio partner, della propria famiglia e del contesto regionale in cui si cresce).

In Italia, 3,5 milioni di donne di un’età compresa tra 15 e 74 anni sono inattive per motivi familiari, mentre 589mila hanno preso la stessa decisione ma a causa dello scoraggiamento, cioè si sono arrese nella ricerca di un posto di lavoro. A confronto, gli uomini inattivi per motivi familiari sono 142mila, mentre per scoraggiamento 411mila. Ciò che emerge è che le donne si prendono cura dei familiari in misura maggiore rispetto agli uomini, a tal punto da diventare un impedimento alla possibilità di lavorare. Sia nel contesto nazionale che nel contesto della regione friulana-giuliana esistono diversi bonus che hanno l’obiettivo di sostenere economicamente le famiglie con un reddito contenuto che hanno figli. Questi però non hanno avuto effetti concretamente visibili sul tasso di fecondità o sull’inattività delle donne. Guardando l’area europea, i dati sembrano ancora peggiori: dal 2022 al 2024 l’Italia si è collocata sempre all’ultima posizione tra i Paesi dell’Unione per occupazione femminile, con il 57,4% nel 2024 di donne occupate sul totale della popolazione femminile. Ma le brutte notizie non finiscono qui. Secondo una ricerca pubblicata su Euronews che classifica i migliori paesi europei in cui vivere e lavorare per le donne, l’Italia si trova ultima. Tra gli indicatori considerati ci sono “il divario salariale tra i sessi, il possesso di un conto corrente bancario e la percentuale di donne imprenditrici”.

Puntare alla testa della classifica è un obiettivo decisamente troppo ambizioso: la Danimarca con il suo congedo di maternità pari a 18 mesi sembra veramente irraggiungibile rispetto ai 5 mesi italiani. Paradossalmente, più del congedo di maternità, ciò che potrebbe coinvolgere più donne nel mondo del lavoro potrebbe essere il congedo di paternità: in Italia è pari a 10 giorni, in Spagna, paese non irraggiungibile come i paesi nordici, il congedo parentale è di 16 settimane per ciascuno dei genitori. Concedere la possibilità ai padri di essere maggiormente presenti nell’accudimento dei figli è sicuramente il primo passo necessario da compiere per raggiungere migliori livelli di occupazione femminile. Inoltre, andrebbe a incidere anche sull’effettiva uguaglianza dei due genitori.
Insomma, più dati si considerano e più ci si rende conto di quanto l’occupazione femminile italiana sia a un livello critico. Soprattutto se confrontati con i dati provenienti dagli altri paesi dell’area economica di cui anche il nostro Paese fa parte. Non solo i figli, ma sempre di più, con l’allungamento della speranza di vita, le donne si trovano a occuparsi anche dei propri genitori che hanno bisogno di cure assistenziali, anche in questo ambito è necessario che lo stato intervenga per sostenere le donne e più in generale tutti coloro che si trovano in questa situazione. Una spinta che naturalmente aiuta questo processo è la cultura, infatti, oggi la concezione della donna è cambiata, non è più solamente la figura che si occupa della casa e della famiglia e progressivamente si sta affrontando un cambiamento che la porta a essere considerata al pari dell’uomo. Siamo ancora lontani da un’uguaglianza totale, risultato che richiederà diverso tempo perché è una trasformazione che avviene prima di tutto nella visione comune del paese e che richiede di scardinare uno dei punti centrali della nostra società: il cosidetto, con un termine però spesso abusato, patriarcato. Per affrontare davvero la sfida di rendere le donne più presenti nel mondo del lavoro è importante capire le ragioni che le spingono a essere assenti da esso per poter poi mettere in campo dei veri aiuti che portino ad un reale miglioramento. Questo è un processo già in atto: i cambiamenti culturali stanno conducendo ad un’emancipazione della figura della donna considerata e soddisfatta solo in quanto madre e casalinga. La donna si sta affermando come individuo che trova gratificazione nella propria carriera lavorativa. Il punto centrale, quindi, diventa l’individuazione di sostegni e meccanismi che possano permettere alla donna di non dover sacrificare carriera, sogni e ideali per i figli, ma che al contrario permettano alle donne di realizzarsi come singoli individui e come madri.

[m.z.]

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