L’intelligence di Ursula von der Leyen, una notizia sensazionalistica? Secondo il Financial Times la Commissione europea sta lavorando a una nuova unità d’intelligence che risponda direttamente alla presidente. Se si concretizzasse, rappresenterebbe una svolta nella natura dell’Unione europea. Ma proprio per questo si può dubitare che, in base agli attuali presupposti, tale prospettiva possa effettivamente tradursi in pratica. Ne parliamo con il generale Stefano Silvio Dragani. Il quotidiano economico londinese cita quattro persone informate dei fatti, come fonti della notizia poi ripresa dai media italiani e internazionali. Spiega che il nuovo organismo è pensato per trovare spazio all’interno del Segretariato generale della Commissione europea. Il Segretariato generale rappresenta una delle oltre 50 aree tematiche, suddivise tra Dipartimenti e Agenzie, in cui si articola la macchina amministrativa di Bruxelles. Spesso Dipartimenti e Agenzie sono associati a un commissario di riferimento (esempio pratico, la struttura organizzativa del Dipartimento dell’Agricoltura è posta sotto la leadership del commissario all’Agricoltura). Il Segretariato generale ha la peculiarità di essere sottoposto all’autorità del presidente della Commissione europea senza la mediazione di un commissario. Dunque la nuova unità di intelligence risponderebbe direttamente a Ursula von der Leyen.
Sempre secondo il Financial Times, nelle intenzioni di Bruxelles la novità è concepita per implementare in futuro l’uso delle informazioni raccolte dalle agenzie di spionaggio nazionali dei singoli Stati membri. La nuova unità assumerebbe alti ufficiali, prelevati dalla comunità complessivamente costituita dagli agenti dei servizi segreti dei Paesi Ue, per metterli al servizio dei propositi comunitari. “I servizi dei 27 sanno molto, la Commissione sa molto”, ha detto una delle fonti anonime al Financial Times: “Abbiamo bisogno di un modo migliore per mettere insieme tutte queste informazioni ed essere efficaci e utili ai nostri partner. Nel campo dell’intelligence, per ottenere qualcosa bisogna dare qualcosa in cambio”. Se il principio del do ut des tra servizi segreti si può intuire anche in base a una mera comprensione hollywoodiana del settore, è altrettanto normale chiedersi quali conseguenze avrebbe solidificare tale condivisione, creando un organismo istituzionale ad hoc, posto sotto l’egida di Bruxelles. Secondo il generale Dragani, vari fattori portano a ritenere che una simile prospettiva sia di difficile attuazione.
Partiamo da considerazioni di carattere storico-giuridico. Una struttura intelligence di alto livello, che rispondesse direttamente a Ursula von der Leyen, significherebbe attribuire alla presidente della Commissione europea prerogative analoghe a quelle di un capo di Stato o di governo. Ciò non è previsto dalle premesse normative dell’attuale assetto comunitario, così come l’Alto rappresentante di Esteri e Sicurezza Ue non è assolutamente sovrapponibile a un ministro degli Esteri. Ad esempio, in base al Tue (Trattato sull’Unione europea), su qualsiasi questione di politica estera, gli Stati membri devono consultarsi in sede di Consiglio europeo (capi di Stato e di governo) o Consiglio dell’Unione europea (ministri dei singoli Stati membri). Non sussiste al momento alcuna delega di sovranità alla Commissione in questo senso. Ancora, le politiche Ue condurranno a “una difesa comune quando il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità, avrà così deciso”, afferma il Tue.
“Se finora gli Stati membri hanno scelto di non cedere la propria sovranità in politica estera a Bruxelles, allora su simili basi non appare al momento possibile definire una concreta difesa comune europea né un’intelligence operativa europea”, commenta il generale Dragani: “Parafrasando la teoria del generale prussiano Carl von Clausewitz, secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, se al momento manca il presupposto della politica estera comune, appare estremamente fragile definire un progetto concreto di difesa e intelligence comuni”. Ulteriori considerazioni. “Nel campo dell’intelligence esistono in estrema sintesi dinamiche, consuetudini, accordi bilaterali e regole assolutamente rigide che vanno a determinare l’affidabilità e la sicurezza dei dati informativi nonché delle singole agenzie informative”, continua il generale Dragani: “Inoltre i singoli organismi d’intelligence si muovono e operano ovviamente anche in contesti extra-europei, in relazione ad alleanze multilaterali diverse dalla Ue. Merita poi rilevare che nei singoli Paesi europei sussistono normative diverse, sulla tutela del segreto e sulla diffusione delle informazioni. Appaiono altresì differenti le sensibilità sui principi che definiscono la sicurezza nazionale. Ovviamente le Agenzie d’intelligence esprimono da sempre il concetto di sicurezza e perseguono gli obiettivi forniti dai singoli governi e dai singoli Parlamenti”.
“Tuttavia, invece che un’agenzia autonoma europea, potrebbe essere implementata una comunità d’intelligence europea”, prosegue il generale Dragani: “Il riferimento è all’attuale Centro di situazione e di intelligence dell’Unione europea (Intcen), che già opera a supporto dell’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Ue. Lo fa attraverso un continuo e, soprattutto, convinto supporto da parte dei diversi organismi informativi dei singoli Paesi europei. Il compito di un Intcen implementato dovrebbe tuttavia limitarsi unicamente alla stesura di rapporti di analisi (situation e risk assesment) su tematiche di interesse comune ai 27 Stati”. L’Intcen opera all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna istituito nel 2010. Proprio alcuni maturi diplomatici di questo organismo, secondo il Financial Times, sarebbero ostili al nuovo piano, percepito come un eventuale doppione nonché una potenziale minaccia. Al sentimento di ostilità, parteciperebbero anche molti governi degli Stati membri Ue, evidentemente per le questioni sopra descritte, legate al concetto di sovranità nazionale.
Infine il Financial Times collega il piano della Commissione europea all’apparente progressivo disimpegno degli Stati Uniti di Donald Trump nel conflitto russo-ucraino, e in particolare alla (quantomeno parziale) interruzione, confermata in precedenza in modo riportato sui media anche dalla Cia, dello scambio di informazioni d’intelligence statunitensi con Kiev. Ma considerare il ruolo degli Stati Uniti richiama gli interrogativi parzialmente già esposti: Trump considera Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come i suoi principali interlocutori? E di conseguenza come sarebbe considerato l’eventuale nuovo servizio segreto della Commissione Ue? “Nel campo dell’intelligence, per ottenere qualcosa, bisogna dare qualcosa in cambio”, ha detto una delle fonti citate dal Financial Times. Si può immaginare che tale fonte sia una persona vicina al settore. Se si prende sul serio la sua massima, allora è lecito chiedersi perché sia finita sul Financial Times la notizia della costituenda unità d’intelligence Ue. A chi giova divulgare una simile indiscrezione, ancor prima che (a detta del Financial Times) gli esecutivi nazionali ne siano ufficialmente informati? Arduo rispondere con certezza.
Quanto a Stefano Silvio Dragani, è già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione europea.
Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri fino ai congressi Onu sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia sia delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: Frammenti di vita (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; La Cavalleria: uno stile di vita (2023), un affresco storico-militare; Conflitti e parole (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e Un altro mondo (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto per sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[l.g.]


