09.11.2024 – 07.01 – Oggigiorno le tribune dell’Ippodromo di Montebello si presentano un po’ invecchiate, un po’ desuete. Il rivestimento è speso scheggiato, le fotografie nelle bacheche polverose all’ingresso fanno tossire. Rimane il circuito e, in lontananza, il nitrire dei cavalli. Il declino dell’Ippodromo di Montebello è d’altronde un processo in corso da tempo; ancora negli anni Ottanta il Meridiano di Trieste aveva lanciato una dura campagna contro lo sfruttamento (all’epoca) dei cavalli per le corse. E già all’epoca le tribune venivano descritte come poco frequentate. Eppure, mentre l’Ippodromo prova a rilanciarsi con eventi di solito a tema musicale (concerti rock, feste private, il Tatoo Expo e così via), andrebbe ricordato come architettonicamente sia una realizzazione di pregio, frutto del genio di Romano Boico.
L’architetto oggigiorno ricordato soprattutto per l’impianto brutalista del Museo della Risiera di San Sabba progettò tra il 1951 e il 58, in parte durante l’amministrazione alleata, il ‘nuovo’ Ippodromo. Si può solo rimpiangere con amarezza la scomparsa dell’antico Ippodromo di legno ottocentesco: secondo le descrizioni e scorrendo le foto degli eventi sportivi fino agli anni Quaranta (paradigmatico in tal senso nel 1922, anno della Marcia su Roma, l’XI Concorso Ginnastico Nazionale con tremila atleti e settantasette società sportive coordinate dalla SGT) erano squisite strutture liberty, ricche di intarsi e decorazioni, con motivi stellati e corone di fiori scolpite. La Seconda Guerra Mondiale infierì in particolar modo sulla struttura, da tempo abbandonata alle intemperie; e infine la Bora scoperchiò completamente quanto vi sopravviveva. Nel 1951 la Società Triestina per le corse al trotto chiese, in via formale, di poter ristrutturare l’impianto dopo aver ricevuto il rinnovo della concessione. Boico vinse fin da subito il concorso proponendo due varianti: la prima prevedeva le tribune lungo il viale dell’Ippodromo con uno schema avvolgente nei confronti della pista; la seconda invece si sviluppava lungo la collina, inserendo una gigantesca struttura in cemento armato incassata nel terrapieno. Come osservava lo studioso Massimo Mucci Boico sperimentava così, per la prima volta “strutture a vista fortemente espressive, ricche di inflessioni e dinamismi”. Si optò per la seconda variante, costruendo una struttura che, nonostante le dimensioni notevoli e l’utilizzo del cemento armato a vista, si mantiene molto ‘leggera’ quasi ricordando una vela o una tenda colpita dal vento. La pensilina che protegge i posti a sedere presenta vistose nervature che si agganciano, scendendo in basso, ai grandi pilastri centrali. Lo sviluppo della pensilina consentì inoltre al piano terra di liberare un notevole spazio utilizzato per gli sportelli, il totalizzatore e il bar, mentre il primo piano presenta l’ampio salone utilizzato oggigiorno per le feste private. Il terzo piano infine conduce alle gradinate nella sezione superiore. Il vicino ristorante, anch’esso progettato da Boico, asseconda a sua volta l’andamento curvo della pista.
Questo genere di costruzione, organica nel senso che asseconda l’andamento naturale del terreno, quasi sostituendovi un’evoluzione moderna di cemento e vetro, verrà più volte ripresa e ampliata da Boico. L’esempio maggiormente citato era la vecchia stazione di servizio Aquila in piazza Duca degli Abruzzi che presentava simili nervature sostenute dai piloni centrali.
[z.s.]


