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giovedì, 6 Ottobre 2022

Strani diritti umani. Se chi scappa ha la porta chiusa

23.09.2022 – 18.54 – Denunciare una guerra d’aggressione, da quando questa coppia di parole è entrata finalmente nei libri di storia (dal 1974, anno della risoluzione ONU 3314 e della definizione dei crimini contro la pace internazionale), è la prima e più importante cosa che uno Stato etico deve fare, e allo stesso tempo è la più complessa. Una guerra d’aggressione può essere (non necessariamente è) una guerra che non sia combattuta per legittima difesa; il ‘può essere’ deriva dal fatto che determinate condizioni di pressione politica e provocazione, secondo l’ONU, potrebbero giustificare l’attacco di una nazione contro un’altra senza che la guerra diventi d’aggressione; queste condizioni non sono ben definite. C’è poi la distinzione fra guerra d’aggressione e atto d’aggressione: secondo l’ONU, l’aggressione non è solo l’uso dell’invasione armata (che diventa guerra d’aggressione, e quindi un crimine, a meno che non sia considerata – da chi? – reazione giustificata), ma anche ad esempio un blocco navale o economico, o l’impiego di forze armate irregolari, o la concessione all’uso del proprio territorio per condurre azioni armate su un altro territorio. Un atto d’aggressione se non sfocia in una guerra però non è di per sé un crimine contro la pace, e non è sufficiente a costituire una guerra d’aggressione, che invece un crimine contro la pace è: a meno che questo atto d’aggressione non sia composto da una serie di atti continui e sostenuti (quanti? Quali?). Degli atti d’aggressione gli Stati membri dell’ONU sono tenuti a rispondere, ma non automaticamente come crimine di guerra; la “guerra d’aggressione” non è di per sé stessa presente come definizione in nessuna legge internazionale, infatti, e la dottrina giuridica la riconosce o ci prova – ci ha provato anche l’Italia recependola – però non è precisa. È ambigua. Negli anni si è provato a fare via via meglio, ma non ci siamo ancora; pesa poi sempre quel ‘nulla poena sine lege‘ sempre presente da Norimberga in poi. Nessuna pena se non c’è una legge.

Bene fin qui, e fra le definizioni e contraddizioni ci è venuto il mal di testa, che si aggiunge all’angoscia provata per una situazione, quella che brucia l’Europa in questi giorni, mai così complicata e pericolosa. La risoluzione dell’ONU, negli anni Settanta, andava bene alle grandi potenze soprattutto se ambigua (USA e URSS di quel tempo), e quindi passò così; è vaga, però, e non ha mai fatto d’ostacolo alle guerre in Africa o in Medio Oriente, né si sono mai visti dei responsabili a processo prima del dramma del Kosovo e della questione Milosevic in cui assieme a Slobodan Milosevic pareva essersi persa in sé stessa anche la NATO. Oggi più che mai alcune ambiguità di ONU e NATO sono stridenti: che cos’è una “forza armata irregolare”? Che livello di “coinvolgimento” deve avere, uno stato, nelle questioni di un altro stato per poter essere definito corresponsabile in una guerra d’aggressione? Che cosa sono, nel quadro delle risoluzioni ONU, le organizzazioni sovranazionali come la NATO stessa, che non è uno Stato – può la NATO essere chiamata a rispondere di crimini di guerra, ad esempio per alcuni episodi della guerra nell’ex Jugoslavia, o ci si limita a indagare o processare solo organi nazionali? Nel caso della guerra fra Russia e Ucraina, a rispettare le risoluzioni ONU sono chiamate solo le due nazioni sovrane che ora si combattono, oppure sono chiamati anche la NATO stessa e gli Stati Uniti? Infine, l’ambiguità più pesante: non essendo il Consiglio di sicurezza dell’ONU chiamato a rispettare la risoluzione 3314 che definisce la guerra d’aggressione, questo stesso Consiglio, dove chi veramente conta sono 5 nazioni solamente (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti), può decidere che cosa sia e che cosa non sia una guerra d’aggressione a proprio piacimento, e ciascuna delle 5 nazioni può mettere il veto a una decisione con la quale non è d’accordo. Paradossalmente la guerra in Ucraina non potrà mai essere considerata una guerra d’aggressione a tutti gli effetti perché, a meno che la Russia non sia d’accordo, non ci sarà mai una risoluzione in questo senso; allo stesso modo, la NATO non potrà mai essere considerata responsabile di un atto d’aggressione nei confronti di un paese non membro in quanto non è uno Stato.

Lasciamo stare le contraddizioni (la forma, però, è anche sostanza) dell’ONU, dell’UE, della Russia e della NATO per arrivare agli strani diritti umani. Questa guerra fra Russia e Ucraina è strana rispetto a tutte le altre guerre viste finora anche per un altro motivo: i paesi che, con grande correttezza, denunciano le violazioni alla libertà e ai diritti umani perpetrate dai russi sono gli stessi che, atto inusitato, bloccano uomini e donne sulla base della loro etnia e nazionalità (i russi) impedendo loro di varcare i confini in cerca di asilo. Lituana, Lettonia, Estonia, Polonia: i russi, solo perché sono russi, non possono passare. La motivazione addotta è un certo desiderio di “giustizia”: questi cittadini russi non avrebbero il diritto di poter godere della “democrazia” e della “libertà” europea nel momento in cui il loro governo attacca quegli stessi valori aggredendo l’Ucraina. I precedenti storici in caso di conflitto esistono: il giorno dopo l’attacco a Pearl Harbor, Roosevelt sospese tutte le procedure di naturalizzazione per italiani, tedeschi e giapponesi, limitando i loro spostamenti (iniziò, per molti giapponesi nati negli Stati Uniti, l’epoca dei campi di concentramento) e proibendo loro di possedere qualsiasi cosa potesse venir usata per sabotaggio o spionaggio – cose come macchine fotografiche e radio. L’epoca era un’altra, i mezzi tecnologici a disposizione diversi, le limitazioni alla libertà nei confronti degli immigranti italiani (fra già residenti e immigrati, nel 1940 vivevano negli Stati Uniti 600mila italiani) vennero tolte poco meno di un anno dopo, nel 1942 e nell’anniversario della scoperta dell’America da parte di Colombo.

Così come per gli italiani che stavano in America e non erano fascisti (ma anzi con la politica stessa di Benito Mussolini non avevano nulla a che fare) è strano ora per i dissidenti russi che si sono sempre opposti a Vladimir Putin, e continuano a farlo, venir discriminati solo in base alla loro nazionalità e non alle loro idee. E sentirsi dire che non hanno il diritto di godere della democrazia nel momento in cui il “loro” (ma non è il loro) governo non la rispetta. Avrebbero dovuto, questi dissidenti, tornare in Russia, secondo i nuovi filosofi della democrazia, e scendere in piazza sacrificando lavoro, vita e famiglia per fermare la guerra di Putin, mentre da questa parte si rimane comodamente seduti su una poltrona: “Il nostro compito non è salvare i russi che scappano”, dice la Lituania (che valuterà caso per caso individualmente, così dice). Uno strano modo di parlare di diritti umani; così facendo, si fa in modo, dimenticando la storia, che quegli stessi attivisti russi che combattevano Vladimir Putin dall’estero strenuamente, ma pacificamente, perdano la speranza, e inizino a pensare che forse sì, forse l’unica soluzione è che la NATO attacchi la Russia. Oppure, offesi da nazioni che ora vogliono cancellare persino la loro cultura, passino dall’altra parte per tornare con Putin, in nome di un orgoglio nazionale e di radici alle quali non è giusto chiedere di gelare. Strani diritti, questi che chiedono a un popolo di star lontano e di dimenticare le sue origini, che impongono di definire quella fra Russia e Ucraina “una guerra della democrazia contro l’autocrazia” ma è la stessa in cui si tiene chi non si riconosce in un governo autocratico fuori dalla porta. Strano modo, questo della nostra Europa che fu, di lavorare per la pace. Forse l’Europa, per salvare l’Ucraina dalla guerra e soprattutto per salvare sé stessa, ha bisogno di qualcosa di diverso.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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