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domenica, 25 Settembre 2022

Salario minimo. Il rischio che finisca per voler dire guadagnare di meno

20.09.2022 – 15.06 – La battaglia per l’istituzione del salario minimo anche in Italia è al centro della campagna elettorale per le prossime elezioni del 25 settembre e dell’azione del centrosinistra (in particolare, il Movimento 5 Stelle); su questo tema, dopo le delibere dell’Unione Europea, si combatte una battaglia molto accesa, e quindi parliamone un attimo. All’estero il salario minimo c’è (non in molti paesi), e negli Stati Uniti se ne parla frequentemente (non c’è in tutti gli stati della federazione, ma ci sono state molte richieste di portare l’argomento a livello federale e proprio in quel contesto è stato fissato a 7,25 dollari l’ora). L’impatto che l’istituzione di un salario minimo può avere sull’economia di uno Stato, nel medio e lungo termine, è incerto; sul benessere e sul reale potere d’acquisto dei lavoratori probabilmente, secondo numerosi economisti, potrebbe essere più o meno negativo a seconda dei contesti nazionali o neutro, ma raramente positivo in modo significativo, mentre c’è consenso sul fatto che esso non porti effetti negativi sul tasso d’occupazione. È quantificare il minimo, il punto più difficile: una decisione estremamente complessa che si riflette sui datori di lavoro in una varietà di modi, con effetti che non si vedono subito e che sono spesso strettamente, ma indirettamente, correlati. Se cambio il salario, ad esempio, potrei come azienda voler cambiare non tanto il numero complessivo di ore di lavoro che lo determinano ma la distribuzione delle stesse (in maniera da soddisfare le esigenze nei confronti dei clienti senza aumentare il numero di addetti e senza diminuirlo); potrei voler o dover rivedere i miei prezzi alla vendita, o le mie politiche di go-to-market (quell’insieme di strategie che un’azienda mette assieme, coinvolgendo la sua intera catena del valore, per arrivare sul mercato offrendo il valore aggiunto in più che la rende competitiva rispetto agli altri – o in meno parole, un prodotto migliore). Sono spesso centinaia i pezzi del puzzle da considerare, ed elaborare dei modelli che permettano di simulare perlomeno con una certa approssimazione l’effetto che l’euro in più sul salario dell’ora di lavoro avrà sul risultato finale (più facile è capire che molto spesso quell’euro, per il lavoratore, non farà la differenza).

Ad esempio nella distribuzione, negli Stati Uniti, per la precisione in California e in Texas fra il 2015 e il 2018, sono stati condotti studi piuttosto approfonditi su circa 5mila dipendenti di una catena di 45 grandi punti vendita per i quali il salario minimo era stato portato, per la durata dello studio, da circa 7 dollari a circa 9 dollari: ipotizzando un pari potere d’acquisto con l’Italia (non è proprio così, e parliamo di qualche anno fa), proprio la cifra ipotizzata attualmente dal Movimento 5 Stelle, unito al PD nella battaglia. Il risultato dello studio è stato interessante: da una parte, ha confermato di non aver impattato negativamente il datore di lavoro dal punto di vista del numero di ore di lavoro complessive annuali (sono state mantenute inalterate e l’azienda non si è trovata costretta a ridurle). La distribuzione delle ore stesse nell’arco dell’anno è stata però ritoccata: per poter far fronte all’apertura dei negozi, la catena ha privilegiato contratti di lavoro più flessibili e brevi, e personale meno qualificato con un numero maggiore di addetti impegnati ogni settimana, fino al 27 per cento, ma meno ore settimanali per ciascun addetto, fino al 21 per cento in meno. Il risultato finale di questo complesso sistema di redistribuzione e di diversificazione dei contratti ha portato a un calo del salario annuo di quasi il 14 per cento. Il calo del numero di ore settimanali contrattuali di ciascun lavoratore si è tradotto, con il sistema statunitense (certo da noi è diverso, ma attenzione) anche in una riduzione del welfare e dei benefit, compreso il diritto alla pensione. Le aziende, in pratica, hanno recuperato il maggior costo derivante dal salario minimo riducendo i benefit (e quindi appunto i costi) attraverso il metodo di portare i lavoratori sotto il numero di ore minimo per accedere al benefit stesso. Imprenditore cattivo? No, non esistono imprenditori buoni e imprenditori cattivi: l’imprenditore lavora per il proprio guadagno. Tuttalpiù ci possono essere imprenditori etici e meno etici, ma l’etica, di fronte ai costi in aumento, spesso vacilla, e riassumendolo il risultato americano si può descrivere con un: per le aziende stesso costo (più salari, meno welfare), per i lavoratori più ore, e alla fine complessivamente meno soldi (anche l’equivalente di 1000 euro in meno) e meno benefit. Con un disagio in più, quello di vedersi proporre solo contratti a termine di breve durata e turni serrati, che costringono ad accettare più di un contratto con datori di lavoro magari diversi per arrivare a fine mese, e, nell’instabilità economica e impossibilità di pianificare il futuro, rendono più difficile conciliare il lavoro e la vita privata. Certo calano anche le motivazioni e quello spirito di gruppo che permettono alle aziende di far squadra e raggiungere un miglior risultato e maggior produttività, eppure è uno scotto che le più grandi sembrano ben disposte a pagare.

La strada per arrivare a un salario minimo che migliori per davvero la vita dei lavoratori, senza finire per diventare irrilevante per chi lavora come aumento lordo spingendo nel contempo le aziende a privilegiare i soli contratti part time con meno ore (attenzione: per l’azienda, avere più part time con meno ore è conveniente anche in termini di ridondanza, per far fronte a picchi di lavoro, turnover e assenze, in particolare nelle società di servizi), sembra quindi molto più lunga e accidentata di una campagna elettorale di due mesi; anche se, comunque, da qualche parte bisogna pur iniziare, magari tenendo d’occhio proprio l’esperienza americana che ci racconta di un quasi 3 per cento di forza lavoro nazionale impiegata, nel 2019, in un part time, e di un 17 per cento di settimane di lavoro con calendari di presenza costruiti a incastro.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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