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domenica, 25 Settembre 2022

Liliana Resinovich, il momento del silenzio. Se il troppo rumore fa male.

02.09.2022 – 08.51 – Il 14 dicembre 2021, le letture medie di giornata, sul web, non sono un gran che: fra le 180mila del quotidiano che è più grande e anche si stampa, e le 40-50mila di chi è indipendente, non viene da far festa (del resto, tempo di far festa, anche se è quasi Natale, quella fine 2021 non è). L’era del primo lockdown, durante la quale gli ascolti erano schizzati alle stelle, a dicembre 2021 è passata; è passata, o sta passando, anche la necessità di informare attraverso la televisione chi è chiuso in casa. La normalità, a fine 2021, è una cosa ancora lontana, però è ciò che conta per tutti – uscirne, finire, muoversi di nuovo – e di parlare di vaccini e mascherine, e di legger sempre le stesse cose, non se ne può più. A Trieste, scompare una donna: Liliana Resinovich. Attorno a lei, uscita di casa e inghiottita dal niente, ruotano gli archetipi – le matrici, i modelli perfetti – di una puntata di “Chi l’ha visto” (che infatti se ne occuperà), e la macchina dei media si mette in moto: “L’hanno ammazzata. È stato lui”. “Si comportava più da padrone che da marito”. “Lui era l’amante”. La fede nuziale; i segni sul volto. Il marito, il fratello, l’altro: partono gli appostamenti, gli aggiornamenti ora per ora, i lanci sui Social network. A nulla valgono le raccomandazioni di chi indaga: “Aspettate. Lasciateci lavorare”. Niente da fare: è ancora una volta il germe di Vermicino, la morte di un bambino nelle diciotto ore della diretta tivù del dolore – l’ultimo grido, “Muoio… muoio…”, che fece poi vergognare i giornalisti e dire, nel suo quarantesimo anniversario (era il 1981), a Emilio Fede: “Oggi manca la voglia e il dovere di tenersi al di fuori, non diventare protagonista”. Il germe di Vermicino, che vale per le storie piccole e per quelle grandi: si dimentica, e poi ritorna, e poi si dimentica di nuovo.

Il 24 dicembre, tutta Trieste cerca Liliana: nelle periferie, nelle zone boschive, ma niente. Passano il Natale e il primo dell’anno 2022 e a inizio gennaio Claudio Sterpin dice: “Temo sia successo qualcosa di brutto”; dirà poi: “Da ottobre mi sono ritenuto il suo amante”, e “Liliana non si è suicidata, ci scommetto la mia vita”, ma gli ingranaggi dei media sono già ripartiti, per una nuova puntata del caso è tutto perfetto. Liliana, il 5 di gennaio, è al parco di San Giovanni: è morta, chissà da quanto, lo dovrà decidere il medico legale. “E se si fosse suicidata?”; “Impossibile”. Il suo corpo è avvolto in sacchi neri: macabro particolare che fa trionfare, temporaneamente, quel: “Te l’avevo detto”. La diretta tivù è già partita, però la stampa è tenuta lontana: i giornalisti di cronaca riescono solo a fermare l’auto che porta via uno dei protagonisti, Sebastiano Visintin, il marito di Liliana, e a strappargli delle dichiarazioni – ed è il protagonista stesso a lasciarli fare, a dire ai poliziotti di non allontanarli: “I giornalisti fanno il loro lavoro”. A San Giovanni, Liliana Resinovich è arrivata a piedi, camminando, così ipotizzano gli inquirenti e così dice la perizia d’aprile; e aprile è anche il mese dello stop ai commenti: “Basta giornalisti”. Si è fatta molta confusione: a chi indaga questo non va più bene. Il 9 agosto 2022, gli incaricati dalla Procura, Fabio Cavalli e Fulvio Costantinides, scrivono nella loro perizia che Liliana Resinovich si è suicidata. Il perché abbia scelto il vuoto, se così è stato, rimarrà qualcosa che solo lei sapeva e nessun altro potrà mai capirlo, né va capito. Un cordino, il sacchetto in testa: forse Liliana ha scelto di soffocarsi. Se n’è andata stando da sola, forse il due gennaio, in ogni caso qualche tempo prima del ritrovamento del corpo – la certezza del momento esatto della morte, in casi così, e d’inverno, non c’è. Per Sergio Resinovich, fratello di Liliana, questo non va, “è una verità di plastica” ed è un’ipotesi che non accetta: “Liliana è stata percossa e uccisa da più persone”, dicono i legali, che forse conosceva e che l’avrebbero poi rivestita, mettendole l’orologio nel verso sbagliato. Queste persone avrebbero poi nascosto il cadavere per qualche tempo, forse in Carso, prima di portarlo a San Giovanni.

Ad oggi, a nove mesi di distanza, niente fa ritenere gli inquirenti che Liliana Resinovich sia stata uccisa: nessuno è indagato. Ad oggi, Liliana resta una donna che ha lasciato la vita, su cui far scendere il silenzio del rispetto, e questo, per ora, basta. E d’indagini ce ne saranno certamente ancora in presenza di eventuali motivazioni e si andrà avanti con professionalità, secondo i canoni della giustizia. Se, ed è solo un se, nuove verità verranno alla luce, verrà anche il momento di parlarne. La macchina del sesto potere, però – quella della modernità liquida, quella che ha bisogno di notizie ogni minuto, di cose da scrivere per forza, di report in cui non c’è niente di nuovo ma che servono a contenere parole da dare in pasto agli algoritmi delle pubblicità programmatiche – a una scelta consapevole di Liliana Resinovich, al suicidio, o a qualsiasi altra ipotesi che non preveda il torbido e la violenza, non si rassegna; e che siano i familiari a non rassegnarsi è comprensibile, ma altro no. Il silenzio è, per questa macchina, impossibile da concepire: è incompatibile con la sua esistenza. Resta da chiedersi se, nel suo muoversi inarrestabile e sotto la spinta di chi non sente il dovere e la voglia di tenersi al di fuori, questa macchina che vuole assomigliare a una brutta fiction vista via streaming non finisca per trascinare nel vortice anche troppi altri.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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