14.1 C
Trieste
giovedì, 6 Ottobre 2022

Delocalizzazioni e Wärtsilä Italia, buongiorno. Viva la nuova Legge (che arriva troppo tardi)

17.09.2022 – 12.16 – È soddisfatto, il ministro Giancarlo Giorgetti, per la modifica della norma che regolamenta le delocalizzazioni selvagge delle attività produttive italiane, rafforzata in questi giorni e particolarmente importante, a Trieste, nella vicenda Wärtsilä. Su come contrastare le crisi aziendali e il fuggi-fuggi dall’Italia, che ha raggiunto proporzioni drammatiche, proprio Giorgetti (Lega) e Alessandra Todde (Movimento 5 Stelle) si erano pesantemente confrontati nell’estate 2021, al tempo dei licenziamenti Whirpool e GKN: Todde, vice di Giorgetti, aveva infatti presentato in concerto con il ministro del Lavoro Andrea Orlando una versione del decreto anti-delocalizzazioni ritenuta troppo punitiva nei confronti delle aziende (che non andava bene a Confindustria), e c’era stata polemica. Con la nuova norma, alle aziende che non rispetteranno quanto deciso dal governo e licenzieranno più del 40 per cento dei dipendenti verranno revocati tutti i benefici statali ricevuti negli ultimi anni d’attività: “la modifica della norma, in accordo con il ministro Orlando e rifinita in Consiglio dei ministri con il presidente del Consiglio è un passo avanti importante”. E meno male: dopo più di vent’anni di dialettica, ci arriviamo – attenzione però, perché c’è quella postilla del “valido piano di reindustrializzazione”, che un’azienda può presentare e che vuol dire tutto e niente: se un’azienda che delocalizza la produzione presenta un “valido piano”, allora va bene, e siamo al “chi controlla il controllore”. Stiamo a vedere che succede fino all’attuazione.

Per quanto riguarda Wärtsilä Italia e le sue prospettive future, il paragone fatto con Turku, dove all’inizio dei tempi ci furono degli esuberi, non sta per niente in piedi, e dopo esser stati proprio a Turku, e a Trieste, il confronto fa sorridere: a inizio 2000 in Trieste, Wärtsilä aveva un interesse preciso proprio perché a Turku per così com’era certe cose non le poteva fare. Così come non ci fu nessuna eredità raccolta da Wärtsilä per quanto riguarda la storia di Iri, Fiat e Grandi Motori: da Wärtsilä questa storia oggi citata non fu preservata, ma annullata, nel nome di un prodotto nuovo del quale era la sola proprietaria e ciò non stupisce né fa inorridire, sono le logiche di un’azienda (alla quale nel 2000 non ci si affiancò, da un punto di vista istituzionale, per cercare qualche soluzione diversa) – quella stessa azienda che non è più però quella del 2000 e che oggi alza la voce in un modo poco finlandese pretendendo che a Trieste, anche se chiude, non arrivi nessun concorrente. Le delocalizzazioni italiane stesse, e storie simili a Wärtsilä, non sono una cosa dell’oggi: del modo in cui l’industria italiana stava venendo gestita, in nord Europa, vent’anni fa si rideva (e con un po’ di amarezza, si ascoltava quel riso in silenzio). Per un quarto di secolo queste delocalizzazioni selvagge sono andate, e vanno ancora, verso l’est dell’Europa, il nord Africa, la Cina e il Sudamerica, dove il lavoro (anche quello di cittadini UE) costa molto meno (fino al 75 per cento rispetto alla paga di un nostro operaio) e non c’è regolamentazione chiara nei rapporti fra imprese, Stato e mondo sindacale. Una mancanza di regole che si traduce in meno sicurezza, salari più bassi, condizioni a volte inumane – dal Call center, alla fabbrica, ai tappi di sughero per centinaia di migliaia di posti di lavoro persi. Per dire di alcuni eccellenti parliamo di Fiat (con stabilimenti aperti in Argentina, Brasile, Serbia e Russia fra le altre nazioni, e decine di migliaia di lavoratori in meno); di Geox (Brasile, Cina e Vietnam), di Ducati Energia (chiuse le fabbriche in Italia per spostare la produzione in India e Croazia), di Calzedonia. E di Wärtsilä. La delocalizzazione, se si parla dello stabilimento triestino di Bagnoli della Rosandra e di Wärtsilä Italia, non era ignota alla politica stessa: nel 2005 Wärtsilä aveva infatti lanciato a Wuxi, in Cina, la produzione dei propulsori di manovra un tempo fiore all’occhiello della società Lips e dello stabilimento olandese di Drunen, e via via di molti altri componenti cruciali per il suo business, inaugurando poi nel gennaio 2017, in joint venture con CSCC (la società cinese a controllo statale che supervisiona la produzione di motori marini e la costruzione di navi, con la quale Wärtsilä aveva stretto alleanza già nel 2014 per i motori a due tempi), uno stabilimento d’avanguardia di 20 chilometri quadrati – il primo capace di produrre sul suolo cinese proprio quei motori Medium speed e Dual fuel di grandi dimensioni fatti a Trieste – i Wärtsilä 26, i Wärtsilä 32 e i Wärtsilä 46 – per una capacità di 180 motori l’anno, destinati a navi container e a tutti quei mercati mondiali nei quali la Wärtsilä di Trieste era stata fino a quel momento una dei protagonisti. Intenzione della multinazionale finlandese a controllo svedese quella di rivolgersi con i motori fatti in Cina a qualsiasi cliente, compreso quello italiano per antonomasia, Fincantieri.

Tornando a Trieste è una fortuna forse, piuttosto che malasorte come si era invece detto all’inizio, da un certo punto di vista, che la crisi Wärtsilä sia capitata in periodo d’elezioni: la politica italiana pare pronta ad affrontarla in maniera bipartisan. Quella del 2017 e le delocalizzazioni fatte da Wärtsilä dal 2005 a oggi (agevolate anche da denaro italiano e dell’Unione Europea, in forma di contributi allo sviluppo locale), ora nemiche della politica e dei grandi clienti nostrani, della politica, beneficiando di normative non adeguate, avevano evitato per un soffio il naso; prima delocalizzare andava bene, oggi non va bene più. Che Wärtsilä se ne sarebbe andata da Trieste si sapeva, in fabbrica ma anche a Palazzo dice il corridoio, con una certa presunzione di certezza già dal 2020; ora, anche per conquistare una fetta in più di elettori (nulla di male in questo), si corre a mettere una pezza. Ci si augura che l’adesivo sia forte e sia preludio ad altre azioni ben più significative che vadano nella direzione di un vero rilancio industriale, a tutela della professionalità e di quel Made in Italy che non significa solo prosciutto crudo e prosecco ma che è sempre stato anche meccanica (sia pesante che di precisione) e tecnologia. Nel frattempo, però, mentre nei nostri cantieri si montano cose che vengono dalla Cina pur sottolineando che la Cina e la Russia da noi non sono gradite, gli stabilimenti strategici italiani sono rimasti un guscio quasi vuoto, da riempire di nuovo e presto.

[r.s.]

spot_img
Avatar
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore