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domenica, 4 Dicembre 2022

Carceri, in Italia sale il numero dei suicidi. 65 nel 2022

30.09.2022 – 13.00 – “Non si ferma la strage nelle carceri italiane”. Un inizio netto, senza mezzi termini, quello della nota, firmata da diverse organizzazioni e realtà, che fa il punto su un tema estremamente delicato, ovvero i suicidi all’interno delle carceri.
Dall’inizio del 2022, infatti, sono sessantacinque le persone che si sono uccise nelle proprie celle in Italia: sedici avevano tra i 20 e i 37 anni, otto avevano oltre cinquant’anni, tra loro si contano quattro donne. Una persona, ogni quattro giorni, ha infilato la testa attorno a un cappio o ha inalato il gas del fornellino; nel solo mese di agosto, una persona si è suicidata ogni due giorni.
Numeri non indifferenti che segnano la fine di molte vite, probabilmente a causa della solitudine, della paura, della disperazione, dell’angoscia. “Morti di galera”, come si legge nella nota. “Persone diventate vittime di un sistema carcere mantenuto in piedi, nonostante i suoi risultati spesso fallimentari, da chi non vuole vedere e da chi non sa gestire il disagio con i giusti strumenti di una società civile, che dovrebbero essere innanzitutto medici, educatori, insegnanti” prosegue serrata la nota, sottolineando come non tutte le carceri siano uguali, ma che, comunque, “il dolore è tanto ovunque, e anche la solitudine, e la scarsa attenzione per gli affetti delle persone detenute”.

Con questa nota congiunta – alla quale aderiscono Associazione (R) esistenza Anticamorra, Movimento madri doppiamente disperate, Associazione Loscarcere OdV, Happy Bridge Odv, Associazione Recidiva Zero, Associazione il Viandante, Associazione Il Coraggio, Gioco di squadra OdV, Cooperativa Sociale OVERLAND – le organizzazioni desiderano sia denunciare “la disumanità di un sistema che non riesce ad avere attenzione e cura degli esseri umani che gli sono affidati” sia “che la società non si volti dall’altra parte (non tutta ma tanta parte lo fa). Allo stesso tempo chiediamo che sia finalmente applicato l’articolo 27 della Costituzione al secondo e al terzo comma dove si afferma che ‘l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’”.

All’interno della nota viene richiesto che si combatta in tutti i modi l’isolamento del sistema carcere, favorendo sempre di più l’ingresso negli istituti della società civile; che le donne in carcere siano rispettate e non schiacciate in un sistema e una organizzazione prettamente maschili; che diventi realtà l’affermazione che nessuna mamma con bambino deve più stare in cella; che sia agevolata l’organizzazione di corsi e laboratori gestiti dalle associazioni di volontariato, e la vita delle carceri non finisca alle tre del pomeriggio, “come succede ancora in moltissimi istituti”; che “il sistema sanitario prenda in carico le persone e le curi come meritano” e che ci si ricordi sempre “che chi è malato gravemente non deve stare in carcere”; che vengano aumentate le ore di colloqui settimanali e liberalizzate le telefonate come accade in molti paesi d’Europa, con telefonini personali per ciascun detenuto abilitati a chiamare parenti e avvocati; che vengano assunti in misura adeguata operatori, come psicologi ed educatori, che oggi sono del tutto insufficienti; che venga “depenalizzato il consumo di sostanze stupefacenti, perché la legge attuale sulle droghe porta spesso in carcere persone che non ci dovrebbero stare”.

Che venga posto un limite all’uso della custodia cautelare, “un vero e proprio abuso visto che l’Italia è il quinto Paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare, il 31%, ovvero un detenuto ogni tre” si legge nella nota; che venga rispettato lo stesso Ordinamento penitenziario, “che a più di quarant’anni dalla sua emanazione è ancora in parte inapplicato, come ad esempio là dove parla di Consigli di aiuto sociale, che dovrebbero occuparsi del reinserimento delle persone detenute nella società e non sono mai stati istituiti”; che vengano sviluppati e rafforzati programmi per il reinserimento delle persone che escono dal carcere con le misure di comunità.
Diverse richieste per portare avanti il messaggio che, in questa nota, chiude e chiarifica la volontà delle organizzazioni: “la sicurezza si raggiunge facendo prevenzione, la prevenzione si fa migliorando la qualità di vita nelle carceri”.

“Al comunicato ha aderito anche la Conferenza Regionale Volontariato Giustizia del Friuli Venezia Giulia” dichiara Elisabetta Burla, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Trieste, “che evidenzia come nella medesima data è stata pubblicata la circolare del DAP (dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) sul tema colloqui, telefonate e videochiamate con la quale si afferma che lo strumento della videochiamata – introdotto in via sperimentale durante l’emergenza Covid – diventerà un modo ordinario, per assicurare il diritto costituzionale di tutti gli individui a mantenere relazioni socio familiari. Questo è sicuramente un primo passo verso un’esecuzione della pena più rispondente ai dettami costituzionali ma si confida che questa, come altre riforme, possano finalmente essere approvate in via definitiva per assicurare il miglior percorso trattamentale; in modo che il tempo della pena non sia più solo un tempo sospeso ma un percorso di crescita volto a garantire un effettivo inserimento socio lavorativo” termina la Garante.

[c.c]

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