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lunedì, 3 Ottobre 2022

Quel negozio in via Cereria. Gemma Gradara, 50 anni di commercio triestino

15.08.2022 – 08.04 – È il 1972. Sfogliando le foto sparpagliate sul bancone del negozio la Trieste di quegli anni sembra una cartolina sbiadita di un mondo lontano. Da dietro le lenti degli occhiali lo sguardo della titolare, Gemma Gradara, scava nel passato e torna indietro nel tempo fissando i ricordi nel presente. Era il 21 luglio e assieme al marito Vittorio apriva i battenti del Centro del materasso in via Cereria 8 dove rimarrà per oltre quarant’anni, fino al 2013; oggi l’attività continua a San Giacomo con il figlio Paolo. “Fu in quella data che ottenemmo la licenza per poter aprire il negozio. Uno dei giorni più belli della mia vita”. A quei tempi non tutti potevano fare i commercianti, “bisognava saperlo fare. Dovevi avere delle referenze, saper fare il mestiere”, racconta. Il commercio allora era fatto di rapporti umani più che di schermi e vetrine virtuali: i ritmi “lenti” di allora erano molto diversi da quelli di oggi, dove con un clic sul telefono si compra ciò che si vuole mentre si aspetta in fila alla posta.

Da quell’angolo di città Gemma ha visto Trieste cambiare anno dopo anno: “eravamo in tanti all’epoca in via Cereria. C’era la latteria, il negozio di merceria, il negozio di alimentari…” dice tratteggiando nell’aria con le mani gli spazi, “e ovviamente c’erano le persone, tantissime: tutto il rione veniva a comprare. C’era un rapporto con il vicinato, di amicizia, quasi famigliare. Le mamme venivano con i bambini a trovarci in negozio, anche solo per un saluto.” In via San Michele, dove Gemma si è spostata per tre anni dopo il 2013, quel rapporto con i vicini non l’ha però trovato: “ho conosciuto forse due, tre condomini del palazzo, nessun altro”. Ma a San Giacomo, in via dell’Istria 13, dove il negozio si è trasferito nel 2019, in una Trieste profondamente mutata, incredibilmente qualcosa di quel mondo è rimasto: “Ci sono rioni e rioni, ma San Giacomo è San Giacomo…ed è bellissimo” dice sorridendo. “Qui ho ritrovato quel rapporto di vicinato. Mi ricorda un po’ il clima che c’era in via Cereria: su cinquanta clienti la metà dice che non compra in città ma nel proprio rione, esattamente com’era un tempo”.

Abbandonare via Cereria non è stata una scelta facile, né voluta. “Oggi via Cereria è morta. Con il tempo il mercato ha iniziato ad andare male, hanno aumentato gli affitti, sia dei negozi che delle case, molte delle attività che c’erano hanno chiuso e molte persone se ne sono andate. Anche noi ci siamo spostati per questo motivo: spopolando il rione sono spariti i clienti e siamo dovuti andare via”.
Un’onda, quella della crisi, che ha investito soprattutto i piccoli commercianti come Gemma: “Gli anni migliori erano gli ’80, era un periodo di grande benessere economico – ricorda, -: lavorare era più facile. Oggi tra la crisi, tra le persone sempre più impazienti e la tanta, troppa, burocrazia che ha colpito soprattutto noi piccoli il lavoro è diventato più complesso. Oggi nessuno ti dà più una mano, quella volta ti aiutavano tutti di più. Però il mondo cambia ovviamente, non poteva continuare così per cinquant’anni”. A questo si aggiunge l’avvento dell’e-commerce e dei colossi della grande distribuzione che hanno stravolto il concetto di commercio e di vendita. “Le persone non hanno soldi, vogliono pagare di meno e allora comprano online”. Una sfida a cui Gemma e il figlio Paolo hanno risposto con ciò che questi colossi non possono, per ora, sostituire, la cortesia e la qualità, concetti che sono diventati nel tempo il motto dell’attività stessa. “Noi lavoriamo lo stesso; è una questione di qualità. La qualità è la cosa principale, non si possono tirare bidoni ai clienti, il prodotto deve essere buono, deve essere contento chi compra. Oltre che la cortesia: nei grandi negozi il rapporto con il cliente è spesso freddo, in uno piccolo è vero il contrario. Da noi chi compra poi passa davanti al negozio, torna a salutarci, si crea un legame e questo è bellissimo.”

Se nonostante la crisi e in un mercato sempre più competitivo un’attività storica come quella di Gemma è riuscita a sopravvivere, il durissimo contraccolpo del Covid si è però fatto sentire e chi oggi continua a lavorare lo fa con grande difficoltà, senza mai riuscire davvero ad andare in pari con le perdite subite in questi anni. “Noi abbiamo chiuso il 10 di marzo, quando è arrivato il covid, e abbiamo riaperto al 18 di maggio. Abbiamo perso tantissimo a livello di vendite; il governo ha aiutato quel che ha aiutato, ma è stato quasi irrisorio. Poi a dicembre Paolo è stato male, abbiamo chiuso tutto il mese, sotto Natale. Questo è un problema dei piccoli commercianti come noi: se uno chiude, lo fa e basta, e non vende.”

Tirando le somme di oltre cinquant’anni di attività, non senza ammettere grandi soddisfazioni e pur ricordando momenti felici, dopo anni di crisi e di incertezza, difficoltà e paura di non farcela, la storia di di Gemma si conclude però con una comprensibile nota amara di chi ha visto il mondo cambiare e sa che nulla tornerà più come prima. “Se rinascessi non penso farei lo stesso lavoro. Ci sono troppe cose, troppe incognite; con tutti i problemi che ci sono oggi conviene piuttosto non aprire. Se vado avanti con il negozio è merito di mio figlio Paolo, altrimenti io avrei già chiuso”.

[n.p]

 

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Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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