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lunedì, 15 Agosto 2022

La febbre delle trivelle. Se oggi si accetta che l’ambiente muoia

02.08.2022 – 08.14 – Sulla scorta della necessità di evitare l’apertura di troppi fronti contemporanei (quello ucraino, quello cinese con Taiwan e non si sa ancora come andrà a finire, e quello fra Belgrado e Pristina), c’è stata una telefonata (noi, in particolare nel periodo Draghi, ne abbiamo ricevute un bel po’), e il conflitto armato nel Kosovo è stato rimandato di un mese. È un’iperbole, naturalmente, disegnata su uno sfondo d’inquietudine, mentre l’Unione Europea versa il suo primo miliardo di euro per l’Ucraina e l’Italia si avvia, lentamente, verso la fine dell’estate sicuramente per ora senza un governo visto lo sbriciolarsi dei tecnocrati, e con poco gas e i carburanti a peso d’oro; Omar Monestier, su questo, non sarebbe stato d’accordo, e certamente i suoi editoriali, stimolanti e orientati al dibattito, mancheranno. Nel frattempo, l’Europa sta arrivando al fondo e ha iniziato a scavare; lo sta facendo, freneticamente, l’Olanda, ed è solo l’inizio. Il progetto sviluppato da Olanda e Germania nel Mare del Nord, annunciato a giugno, è uno dei tanti che dopo l’invasione dell’Ucraina hanno ricevuto l’approvazione dei governi nazionali affamati d’energia, in particolare di quelli che non hanno – o hanno rinunciato – all’energia nucleare, e che oggi, senza gas russo, letteralmente non sanno più che fare. Le rinnovabili ci sono, e possono venir fortemente potenziate (a caro prezzo e posto che si trovi una soluzione al rischio di carenza litio, che in natura non manca ma che non si trova dappertutto ed è difficile e lento da estrarre); non sono in grado però di sopperire da sole al fabbisogno dappertutto crescente, nonostante l’incitamento a ridurre, volontariamente, i consumi del 15 per cento fino a marzo 2023 che arriva proprio dall’UE in vista dell’inverno. E se si arriva all’inverno, e il gas non c’è o va razionato? I prezzi schizzerebbero ancora più in alto, e a tinte fosche non è difficile immaginare i fine settimana con i blackout imposti (senza corrente, se ne va anche Internet: niente film in streaming), la necessità di dire addio ai monopattini elettrici dopo aver speso il bonus dedicato, e una crescita enorme della povertà, soprattutto di quella delle famiglie più deboli.

L’addio al monopattino elettrico è uno dei risvolti della crisi energetica che può preoccupare meno (il “bonus batteria” ancora non c’è, quindi a batteria esausta dopo mille, millecinquecento cicli di ricarica, visto il costo del ricambio, i monopattini comperati rischiano di finire nel cassonetto – differenziato, raccomandiamo – già di per sé); la minaccia all’ambiente rappresentata dalle nuove trivellazioni per estrarre gas naturale, ovvero l’ “indietro tutta” sulla sostenibilità, sul contenimento del riscaldamento globale e sulla de-carbonizzazione, è invece qualcosa di molto più serio e concreto. L’Europa ha fretta: teme che Vladimir Putin, dopo aver ridotto al 20 per cento il flusso che attraversa il gasdotto Nord Stream 1, chiuda per davvero completamente il rubinetto; cosa che finora, nonostante lo stillicidio di sanzioni e rappresaglie, non ha ancora fatto. Se Roberto Cingolani rassicura dicendo: “Bene le riserve strategiche, sono al 70 per cento”, dovrebbe completare l’informazione dicendo agli italiani che anche se si arrivasse al 90 per cento Putin bontà sua, la nostra nazione, fortemente dipendente dal gas (non è la sola), secondo IEA Agenzia internazionale per l’energia sarebbe a rischio razionamento già dai primi mesi del 2023 (pieno inverno quindi) se la Russia dovesse decidere di tagliare le forniture da ottobre 2022. La consapevolezza, arrivata tardi, dell’enorme errore strategico compiuto in tema d’energia affidandosi solo al gas, e forse qualche promessa di troppo giunta da oltre Atlantico, fanno ora correre i governi alle trivelle e alle piattaforme, dall’Ungheria al Regno Unito. Fanno rimuovere tutti i tetti di sfruttamento e produzione imposti a salvaguardia degli obiettivi ecologici per il 2030: impensabile, al tempo di Greta Thunberg, e non era poi così tanto fa.

L’Italia a dire il vero, di corsa non sta andando: ha il gas (nell’Adriatico, davanti a Ferrara e davanti alle Marche: almeno 3 miliardi di metri cubi di gas l’anno, si stima – poco, rispetto a quello che serve, eppure aiuterebbe e c’è dell’altro, numerosi impianti), ma non lo estrae, per effetto del piano “no trivelle” del Movimento 5 Stelle postosi nel 2019 come obiettivo quello di “fermare definitivamente tutto su tutto il territorio nazionale, mare incluso” – il “popolo dei No”. Ora qualcosa si sta riattivando, però pian piano: più si aspetta e più si va lenti, più tutti questi progetti potrebbero poi non essere necessari. Da un lato la guerra in Ucraina non durerà per sempre, dall’altro le rinnovabili, nucleare incluso, prima o poi inizieranno a essere per davvero un’opportunità. C’è un certo impulso anche verso l’aumento della capacità a ricevere gas liquefatto – si diceva – via nave, contando non poco sulle forniture che gli Stati Uniti hanno promesso: il nuovo rigassificatore galleggiante Snam di fronte a Ravenna dovrebbe iniziare a essere operativo nella seconda metà del 2024. Come si è detto, questi progetti hanno sull’ambiente un impatto ancora più forte di quello delle trivelle, però fermi non si può stare, e le bollette non sono care solo in Italia – in Inghilterra potrebbero raggiungere le 500 sterline al mese in media, una cifra impressionante di fronte alla quale essere realistici anche per quanto riguarda noi e i nostri figli è d’obbligo. Preferiremmo il nucleare, almeno vederlo prendere di nuovo in considerazione; la posizione è nota.

La tentazione di personalizzare il tutto e concentrare sul feticcio Vladimir Putin tutte le colpe di ciò che sta accadendo, senza affatto assolverlo da quelle che ha, è pericolosa, fuorviante: se anche, magicamente, non ci fosse più Putin, infatti, nulla cambierebbe e forse sarebbe peggio vista la certezza d’instabilità che un nuovo governo a Mosca porterebbe. Anni e anni di mancata pianificazione in Europa (e soprattutto in Italia), di illusioni e di Cassandre gettate dalle mura non verrebbero cancellati. La nostra dipendenza dai combustibili fossili era già eccessiva prima, e lo era nonostante Putin e grazie a interessi a molti zeri e alleanze che stanno più fra Washington e Riyadh (con un passaggio per Parigi, attraverso Tripoli e anche per Roma) che fra Pechino e Mosca. Anche se già da tempo c’erano le tecnologie per risolverlo almeno in parte, questo eccesso di dipendenza energetica, Cassandra non finisce mai bene in nessuna storia; proviamo a cambiarle nome, e a ripartire da oggi.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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