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lunedì, 3 Ottobre 2022

Ferragosto con Giorgia Meloni. I pericoli che non tengono la destra

15.08.2022 – 11.25 – “Sono pericolosi, abbiamo il dovere morale di vincere”. È la guerra contro i “pericolosi”, che “vanno fermati”; ‘a tutti i costi’ non lo si scrive, ma lo si fa capire. Quando si arriva alla morale, però, piuttosto che al confronto sui programmi e sulle idee, si può dire di esser quasi sul fondo, e nelle dichiarazioni di Enrico Letta e di Roberto Speranza c’è, in questo agosto 2022 che è la prefazione ai futuri cinque anni di governo di Giorgia Meloni (le urne non hanno ancora parlato, ma chissà perché ci sentiamo di scommetterlo, andando contro le previsioni a sei mesi di Carlo Calenda), l’essenza di quello che il centrosinistra (sinistra è diverso), orfano dell’antiberlusconismo, non è più, da vent’anni, in grado di esprimere. Si potrebbe parlare, infatti, d’altro: la BCE, la Banca Centrale Europea ovvero la più potente, nei fatti, organizzazione dell’Unione, sta iniettando, già da mesi e in silenzio, miliardi di euro nei mercati obbligazionari delle nazioni UE più indebitate: è la prima linea di difesa di fronte ai rischi sul debito sovrano. Parliamo di 18 miliardi di obbligazioni tedesche e olandesi, ad esempio (due nazioni “ricche”), utilizzati fra giugno e luglio 2022 per acquistare debito periferico, come quello italiano (e quello greco e quello spagnolo). L’effetto c’è, dato che lo spread fra Italia e Germania, che più che un indicatore economico fondamentale (così come Moody’s che declassa l’Italia), è un termometro sulla speculazione e una leva politica – eppure così è se vi pare – è tornato indietro di 20 punti, nonostante le dimissioni di Mario Draghi e alla faccia dei malpensanti.

Se la BCE si muove, lo fa per un buon motivo, e in Italia, di quanto al freddo staremo – ma più di questo, viste le molte risorse di una cittadinanza che nella storia recente o meno è già stata abituata a tirar molto la cinghia ed è in grado di farlo ancora – di quanto si assottiglieranno i nostri risparmi e di quante serrande andranno abbassate a fine 2022, si parla ancora troppo poco. La Germania invece, che è il paese più esposto, energeticamente, verso la Russia (se Putin dovesse chiudere tutto il gas del Nord Stream 1, la Germania si ritroverebbe per davvero alla canna), ha già varato un programma di razionamento sia per le famiglie che per le aziende, che ha lasciato i tedeschi attoniti (e fa scricchiolare il sostegno all’Ucraina); il nostro, il razionamento italiano intendiamo, arriverà dopo le elezioni, considerata la decisione dell’FMI di chiedere urgentemente all’UE di affrontare di petto il tema del costo dell’energia, con un prezzo del gas aumentato di sette volte in pochi mesi e un raddoppio di quello del petrolio rispetto al 2021. Si chiede ai consumatori europei di smettere di consumare, cosa che appare difficile in un’economia già in crisi: se il PIL dell’eurozona dovesse scendere di un 5 per cento, numero che è tutto meno che puramente ipotetico, i rischi, anche per la pace, diventerebbero enormi (le sanzioni economiche non bastano, e Putin non sembra scoraggiato di fronte alla resistenza ucraina). La recessione prima della fine del 2022 è inevitabile: la crescita mondiale è già più lenta del previsto a causa di molti fattori (non c’è solo l’Ucraina: Taiwan, Nancy Pelosi e gli inviati del Congresso non aiutano), le politiche monetarie non sono espansive (l’eurozona rialza i tassi di interesse per la prima volta in più di dieci anni), l’inflazione è straordinariamente alta. L’Italia è a rischio e ricordare che lo è da tempo il rischio non lo fa scomparire: è un’economia stagnante. Da decenni non ha un programma politico (e quindi economico) preciso, il suo debito è al 150 per cento del PIL, e dopo la Germania è il secondo paese che senza gas russo è alla canna e quella dell’indipendenza energetica dalla Russia è una guerra che l’Italia, oggi, non può vincere, nonostante le dichiarazioni di fantasia.

Politica interna. Giorgia Meloni già da qualche tempo ha ufficializzato un’aspirazione, quella di voler essere la prima donna presidente del Consiglio della Repubblica Italiana. In 75 anni, la presenza al governo delle donne italiane è stata appena del 6,5 per cento; quattromilaottocentosessanta presidenti e funzionari hanno giurato, ma solo trecentoventi erano donne e, con poche eccezioni, non avevano ruoli di primo piano. Girano sui Social i meme che mettono a confronto i curriculum giovanili: secondo i post sul Network blu, Nicola Zingaretti non avrebbe mai lavorato ed è un odontotecnico fallito (lo specializzarsi in meme è attività bipartisan), Luigi Di Maio sarebbe stato incapace di terminare gli studi universitari ed ecco perché si è messo a vender bibite (come quasi uno su quattro dei ragazzi italiani che s’iscrivono), e Giorgia Meloni sarebbe una cameriera che non ha trovato di meglio da fare che buttarsi in politica (professione, quella del cameriere, piuttosto ricercata, tanto che in materia di lavoro ‘quanto guadagna un cameriere a Dubai’ è trendy fra i giovani come ricerca Google). Di Maio le sue capacità relazionali e comunicative, per nulla trascurabili, le ha però dimostrate nelle varie scalate, e per quanto riguarda Giorgia Meloni c’è un curriculum di tutto rispetto, se la politica è quella contemporanea, per una donna che della politica stessa ha fatto la sua vita: vicepresidente della Camera a 31 anni, nel 2008 era ministro per la gioventù (scusandoci, non scriveremo “ministra”). Giornalista (l’etichetta “professionista”, che le compete, la lasciamo da parte perché le attribuiamo, nel merito, poca importanza), si è diplomata al liceo linguistico con un ottimo voto; non è laureata (e neppure a questo, parlando di una persona che ha abbracciato l’attività di partito già dall’adolescenza, attribuiamo particolare importanza), ma eccellenti governi tecnici e figure messe a Palazzo Chigi senza nessuna esperienza politica e traboccanti lauree e master non hanno lasciato buon ricordo di sé – né di recente, né prima. Che la Meloni abbia fatto la babysitter o lavorato al “Piper” di Roma, reso famoso da un’altra donna straordinaria, veneta e di nome Nicoletta, non dovrebbe costituire oggetto di reato: è appunto Roma, e Mario Draghi andava in classe con Giancarlo Magalli, noto presentatore televisivo, e questo non gli ha impedito di diventare governatore della Banca d’Italia (Draghi studiava molto ma non troppo, e, così raccontano gli altri suoi compagni, passava spesso i compiti). Da qui a sentir dire: “Ecco la differenza!” – sottintendendo fra la babysitter e il governatore – il passo è breve, ma ci si dimentica che diverse sono le età, e diversi sono stati i binari sui quali per l’uno la passione per la finanza e per l’altra quella per la politica il treno della vita ha preso a scorrere.

Giorgia Meloni, nonostante qualche sondaggio più buono, sembra non piacere alle donne, soprattutto alle più giovani (che però, in Fratelli d’Italia, ci sono: rivaleggiano a pieno titolo con le donne del PD in numero, sorpassandole spesso in ruolo, e sono cresciute negli anni). Ci si aspetterebbe che non fosse così e che anzi la Meloni potesse essere un simbolo, di fronte alla realtà delle sue scelte personali – il compagno e non il matrimonio; la maternità tardi con figlia nata nel 2016, le difficoltà attraversate – e la coerenza e forza con le quali le difende. Eppure forse l’allontanano dalle ragazze, più che i continui richiami al fascismo (stantii se declinati come sono, non fosse altro perché per i giovani parlare di Mussolini in un certo modo è più o meno come parlare di Tutankhamon), una posizione non ferma sull’aborto (è vero che la Legge 194, per la Meloni, non va abolita, però c’è quel richiamo a una “scelta diversa”, che va spiegato) e gli scontri con la comunità LGBT (che pure, fantasticando, supponiamo più di facciata – e intendiamo politica – e d’alleanza che di sostanza, perché la Meloni ministro contro i gay non era). È possibile che ci sia di mezzo la lotta senza quartiere di Giorgia Meloni contro il ‘pensiero unico’, interpretata diversamente da chi l’ascolta, ed ecco che il problema con le donne sarebbe più di dialettica che di manifesto; può essere invece che a infastidire le ragazze sia Giorgia Meloni che grida, e il suo modo di comunicare in pubblico è, di recente, cambiato, maturato (far politica d’opposizione è una cosa, farne di governo un’altra). E infine c’è un tema (e se a parlarne ci prova un uomo diventa più difficile, ma proviamoci): Giorgia Meloni è oggi là dove molte donne avrebbero voluto essere, o dove molte donne avrebbero voluto vedere una donna diversa, ma di donne diverse non ce ne sono perché non si sono fatte avanti. Quindi piuttosto che lei, “impresentabile”, meglio nessuna: piuttosto che Giorgia, quasi meglio altri trent’anni di Berlusconi. Strano; singolare.

Democrazia alla prova? I paladini del governo Draghi hanno accolto la sfiducia a ‘Super Mario’ come la fine del mondo: “una pagina nera per l’Italia”. Draghi icona della democrazia (pur non essendo né un politico, né un rappresentante eletto), Draghi era lo scudo che avrebbe protetto il paese (come?) di fronte all’estremismo e a Giorgia Meloni, “vampiro politico”, “filoputiniana” (pur essendo atlantista – “ma non lo dimostra”), orchestratrice di un “colpo di stato populista”. L’icona della democrazia con l’effige di Draghi, però, era stata esposta da Sergio Mattarella per sbloccare uno stallo politico e traghettare il paese fuori dal Coronavirus, non scelta dal popolo italiano; la sfiducia è stata un gioco politico, certo, ma anche una prova tangibile dell’esistenza di un sistema democratico in Italia, e non certo il suo fallimento. Allo stesso modo, che a Palazzo Chigi vada Giorgia Meloni, se il consenso oggi manifestatole dagli italiani la sosterrà fino al 25 settembre, è espressione di democrazia, e se così sarà, ancora una volta una vittoria per la democrazia stessa, che non è il mantenimento granitico di un governo di un certo colore costi quel che costi (cadere in questo errore sarebbe, per davvero, immorale). Il pericolo per l’Italia, piuttosto che la vittoria della destra se la destra è parlamentare, è quello di avere due padroni, come ha scritto il NYT: gli elettori e la finanza internazionale. E di essere, a causa di quel 150 per cento di debito e una moneta, l’Euro, che non può svalutare, appesa a fili maneggiati da mani che non controlla. Troppe volte, però, in questi ultimi anni, la libertà è stata sospesa dai governi tecnici e dai presidenti, per un motivo o per l’altro, e siamo oggi in un momento in cui la politica è troppo distante dalla realtà dei cittadini. Quindi ben venga Giorgia Meloni, se i cittadini votano Giorgia Meloni. Si può e a pieno titolo, a seconda delle proprie inclinazioni, non volere la destra, ma oggettivamente non si può negare che sia la destra a pensare oggi al sociale mentre il centrosinistra è sulle pagine degli editori che rappresentano gli industriali (quasi un’inversione di poli magnetici), e i populisti erano altri: usciamo per niente indenni da governi di compromesso gialloverdi e giallorossi entrambi ricchi di una componente gialla che, se di populismo vogliamo parlare (facendoci accompagnare dai discorsi di Grillo in sottofondo), ne hanno fatto impallidire persino la definizione e il passato ottocentesco (la novità, in Grillo, era solo Grillo, non le cose di cui parlava). Mario Draghi certamente aveva le connessioni personali e la conoscenza della finanza che facilitano lo spostamento dei pezzi su una scacchiera e anche l’arrivo di denaro in Italia, ma quei pezzi erano mossi in nome di una credibilità personale e non di fondamentali o regole politiche o consuetudini di uno Stato: erano le banche, con Draghi (e pretendendo che solo Draghi fosse il primo ministro a cui rivolgersi), a sostenere la democrazia italiana, o la democrazia italiana a chiedere aiuto alle banche attraverso la politica, come dovrebbe essere? “Potete essere liberi, ma vi diremo noi come”: è questo il rischio più grande, oggi, per la democrazia italiana, non Giorgia Meloni. Alla quale attribuire poteri taumaturgici, comunque – qua e là, al bar, ascoltando qualche chiacchiera lo si sente dire: “Con Giorgia tutto andrà meglio” – sarebbe altrettanto assurdo come pronosticare il ritorno delle strisce di cuoio attorno alla scure. Quest’inverno, non andrà tutto bene, e neppure il prossimo e quello dopo: c’è brutto tempo, in Europa, e il mare è molto mosso. Esserne consapevoli non basta per trovare una soluzione, ma può aiutare a portar la barca in porto.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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