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lunedì, 15 Agosto 2022

Repubblica a responsabilità limitata. Se Mario Draghi diventa folklore

22.07.2022 – 08.44 – L’Italia appare, oggi, una repubblica a responsabilità limitata. Si dice in Germania (da tempo) che un cambio di governo da noi sia parte del folklore: come facciano poi gli italiani a rimanere sempre uguali e sempre quelli, al loro equatore e al polo nord – i tedeschi, e molti altri in Europa, non lo capiscono. Una crisi di governo in Italia quindi non fa scomporre più di tanto né lo spread (quando su Mario Monti, parlando di tecnici, calò il sipario, lo spread non fece inabissare l’Italia) né gli altri politici dei molti paesi che ci guardano e sorridono. Che sul governo di Mario Draghi fosse calato lo stesso sipario sceso a suo tempo su Monti lo si era capito già molte ore prima della seconda salita di Super Mario al Colle, e precisamente quando la stampa statunitense aveva iniziato a sottolineare che, finisse come finisse il secondo voto di fiducia, gli USA (bontà loro) avrebbero rispettato (grazie), senza interferire, il normale corso istituzionale italiano, nonostante la caduta di Draghi a pochi giorni da quella di Boris Johnson sia un colpo di maglio sullo scenario economico e militare dell’Ucraina (poi c’è Putin che riapre il gas Nordstream, atto strategico magistrale nei modi, che mette in difficoltà una Unione Europea già impegnata ad annunciare ai suoi cittadini i razionamenti dell’autunno causati dalla probabile chiusura totale). Mario Draghi è durato poco ma non pochissimo; 18 mesi di governo, anche grazie alla pandemia (e quindi a un rallentamento nei moti sismici parlamentari), lo posizionano per longevità nella media degli altri governi italiani dal 1946 a oggi. In Francia si dice che guardare gli italiani che tentano di governare il proprio paese è divertente; gli italiani, invece, alla politica e ai governi guardano sempre più con un misto di identificazione in qualcuno dei personaggi che dominano la scena del Parlamento (Silvio Berlusconi; Enrico Letta, Giuseppe Conte, Matteo Salvini) e rigetto e allontanamento crescente, tanto da aver fatto diventare quello dell’astensionismo il vero partito al potere. In aggiunta, nel guardare le riunioni ad Arcore presente l’ultima fidanzata, si prova una strana sensazione, come se oltre che a responsabilità limitata l’Italia fosse anche una repubblica fondata sull’età, con l’aggiunta di una fastidiosa declinazione al maschile, dove la donna non può non esserci perché se non c’è, non è corretto (quote rosa d’obbligo), ma a meno di non chiamarsi Giorgia Meloni finisce per far parte dell’arredamento. Un peccato.

Le dimissioni di Mario Draghi, che potrebbero aprire la via per il governo proprio a Giorgia Meloni e a Fratelli d’Italia, vincenti nei sondaggi (senza dimenticare che i sondaggi pre-crisi sono una cosa e quelli post-dimissione un’altra), sembrano una sorta di ripicca in grande stile: o tutti con me, e senza discussioni, o sbatto la porta e vi saluto. Ora Giorgia Meloni potrebbe diventare, a tutti gli effetti, il nuovo premier; tutto starà nella capacità della destra italiana di formare una coalizione, e se si dovesse presentare unita alle elezioni, alle quali già da oggi manca pochissimo – si voterà il 25 settembre, non c’è neppure il tempo per una campagna elettorale – la maggioranza sarebbe netta e altrettanto marcato il consenso popolare. Una divisione fra Meloni, Salvini e Berlusconi sancirebbe invece un nuovo governo del Partito Democratico, a Cinque Stelle probabilmente rientrati nei ranghi e con l’assist di Matteo Renzi (di Luigi Di Maio non vogliamo parlare). Mario Draghi non faceva parte di nessun partito (anche se non è proprio così) ed è stato chiamato al governo (un errore, nella sua carriera finora senza macchia, l’aver accettato) come tecnocrate capace di raddrizzare la rotta e portare l’Italia fuori dal disastro economico dei lockdown. C’è chi dice, in Europa, che Mario Draghi abbia guidato il nostro paese fuori dalla pandemia, ma non è così (è stata la pandemia a “scomparire misteriosamente” a fine emergenza, pur lasciandoci tutti in mezzo ai contagi nonostante i 37 gradi all’ombra) e di Draghi rimane il ricordo del generale Figliuolo, volatilizzatosi assieme al virus, e dell’obbligo vaccinale: nel metodo, se non nel merito, per molti italiani inaccettabile visto che il Covid se lo sono presi lo stesso. C’è chi dice in Europa, e questo come discorso è più accettabile anche se andrebbe estremamente approfondito analizzando il domani e non solo il “qui e ora”, che Draghi sia riuscito a negoziare vantaggi senza precedenti all’Italia in termini di prestiti per il nostro paese pesantemente indebitato. E da qui il timore del PD: “Niente Draghi niente PNRR!” (ma il sospetto è che questa paura vada letta come un: “Niente Draghi niente spartizioni già concordate, ci tocca ripensare tutto!”, anche se la pensione dei parlamentari di questa legislatura è comunque, a quanto sembra, assicurata). C’è chi dice in Europa che Mario Draghi, che politico non è ed ecco perché i tecnici al governo non vanno bene, abbia sbagliato e fornito ai suoi avversari un assist troppo facile per un tiro in rete – che disastro, non avrebbe dovuto. E che tutto sommato, neppure quand’era alla BCE ne capisse così tanto di economia come gli italiani invece pensano. Ma non siamo alla BCE, né in Goldman Sachs, e ci sono cose che contano più dell’orgoglio o del voler soddisfare una possibile strategia dell’andarsene prima che gli italiani si rendano effettivamente conto, in autunno, della situazione economica reale: un dramma tutto ancora da affrontare. Meglio lasciare prima con una scusa, forse; Giuseppe Conte, tutt’altro che perfetto in politica e politico che bene non ha fatto né oggi né ieri, perfetto però lo è, come capro espiatorio e casus belli, e parlare di “draghicidio”, con un Di Maio post scisma che ha cercato di restare incollato al seggio degli Esteri col biadesivo, pare eccessivo. Per Draghi lasciare il “problema Italia” a chi verrà dopo, anche perché, appunto, si ha una certa età, potrebbe essere un’uscita di sicurezza comprensibile: in fondo in fondo, Berlusconi così pensa, e qualcosa di Draghi ne sa.

La limitazione di responsabilità italiana in merito alla gestione della politica nazionale riguarda la capacità di formare un governo rappresentativo del paese senza stare ad ascoltare qualcuno, ed è perfettamente rappresentata proprio dalle telefonate arrivate dagli Stati Uniti, da Bruxelles, da Parigi, in un incessante ritornello di “Draghi non andare via”. In altre situazioni, azioni come la pressante manifestazione esterna di preferenza per una figura politica e per un primo ministro piuttosto che per un altro si definirebbero come intollerabili ingerenze nella sovranità nazionale di un paese, con rischio di rottura di relazioni diplomatiche o persino di guerra. Qui da noi si fa un’eccezione: al di là delle rassicurazioni di facciata, nelle opinioni degli altri sembra che l’Italia, da sola, proprio non possa fare, e la stampa (non solo quella internazionale) con pochissime eccezioni è un tazebao di sostegno a un primo ministro che piaceva a tutti: fuori dal nostro paese, però, perché a una larga parte di italiani proprio non andava giù (tentazione da scacciare: dire che il popolo “è ignorante, non capisce”. Cose così meglio non dirle). Si è tentato di far amare Draghi agli italiani, ma proprio non ci si è riusciti; ci ha provato anche lui, e dopo la battuta sui condizionatori e la mano di Joe Biden sulla spalla è andata peggio. “Il capo del governo ascolti il nostro whatever it takes”, scrisse Alessandro De Angelis sulla Stampa; nostro, di chi, se metà del paese Draghi non lo vuole più, e in secondo luogo, se è stanco e non gradisce più, perché mai avrebbe dovuto ascoltarlo, Draghi, il ‘whatever it takes’ (frase che è una significante del mito, e che Super Mario ha effettivamente pronunciato, ma che è stata poi interpretata e utilizzata spessissimo fuori contesto).

Guardando al domani. Un’Italia forte in Europa sarebbe un bene per tutti; Draghi, esausto, ha preso una decisione, e all’Europa viene a mancare la mano capace di indirizzare il nostro paese verso una politica economica gradita a Bruxelles e di continuare lo sforzo militare in Ucraina. La parola torna invece alle urne, e a chi vincerà le elezioni, e in Europa ora si dice che l’Italia sia di nuovo instabile e impegnata a risolvere le sue beghe interne “di poco conto”, mentre il suo sistema elettorale frammentato e complesso “indebolisce l’intera Unione Europea” e porta il Bel Paese verso il “disastro e la sua società verso la dissoluzione”: un nuovo governo italiano, specialmente se guidato da una “destra italiana populista e amica di Putin” (Fratelli d’Italia è però un partito atlantico anche se nella sua anima non si è mai smorzato del tutto il dibattito su questo, nato già nell’MSI), “potrebbe significare bancarotta”, e “l’Italia è troppo grande e troppo importante per fallire”. Questo è quello che gli altri pensano di noi; e da noi cosa si pensa, chi è che ci andrà, alle urne, al netto di chi preferirà restare a casa?

Le analisi politiche per ceto, scolarità e professione ci dicono (certo bisognerebbe andare molto più a fondo: è un indicatore, un modo per iniziare a parlarne) che il Partito Democratico affonda le sue attuali radici (i votanti) non certo in una base proletaria – gli anni Sessanta e Settanta sono ben lontani dalla sinistra di oggi volendo definire il PD di sinistra – ma fra laureati, imprenditori, impiegati statali e pensionati di età più alta che media, con un quasi 30 per cento di ultrasessantacinquenni. Una base di votanti, quella del PD, che ha una condizione economica per un 31 per cento elevata e per un 26 per cento medio-alta. Oltre il cinquanta per cento del PD sta quindi piuttosto bene economicamente, ed è già in pensione o quasi. Le donne non sono mica tante: ci sono, ma sono un 20 per cento ed è praticamente quasi la stessa rappresentanza femminile che c’è in Fratelli d’Italia. Silvio Berlusconi, ottantacinquenne, lotta ancora per mantenere la posizione di ago della bilancia italiana e grazie alle relazioni costruite in una lunghissima carriera politica spesso ce la fa; invecchiare non è sbagliato, è anzi purtroppo doveroso – doveroso dovrebbe essere l’acquisire consapevolezza di quando diventa eticamente corretto farsi da parte consegnando ciò che si è costruito ad altri piuttosto che guardarlo mentre si sfalda e se ne va persino Mara Carfagna. Con un PD che sembra comunicare, guardando alla vicenda Draghi, in modo populista, se a parlare di salari e stipendi, di lavoro, del welfare di una classe media sempre più impoverita e di ciò che resta della classe operaia restano Lega e Fratelli d’Italia – verso i quali si stanno rivolgendo maggiormente le fasce d’età più giovani, le donne, chi cerca lavoro e ha una scolarità più bassa, chi desidera una sicurezza che sente diminuita, e persino gli immigrati naturalizzati italiani o i figli di immigrati che cercano conferme – vale la pena di fare una riflessione. Matteo Renzi e Luigi Di Maio rivestono in apparenza l’importanza di pedoni su una scacchiera ingarbugliata, però anche il pedone, giocando assieme ad altri, può dare scacco matto al re, e di carte da giocare in termini di lobby dalle quali verranno supportati ne hanno e un bel po’ (il reddito di cittadinanza è la punta dell’iceberg). Con le dimissioni di Mario Draghi, atto politico, e senza un’ipotesi Draghi-bis quindi con un secondo forte atto politico, è sempre un atto politico, e molto importante, prendere atto di quanto pandemia e guerra abbiano cambiato il sentire comune e il contesto in mezzo al quale il nostro paese si trova. E, anche se in Italia non è il popolo a eleggere il presidente del Consiglio (fin qui, lo si è dato per scontato, ma è giusto sottolinearlo: Sergio Mattarella non ha fatto nulla che la Costituzione, il suo mandato e i suoi poteri non consentano) oggi palesemente nella politica italiana esiste un vuoto, un disagio di molti, che va colmato il prima possibile. Non ammettendo la politica l’esistenza di un vuoto, il modo giusto per riempirlo, e ricominciare, è mettere a tacere quel disagio e chiedere al popolo di fare la conta e confermare i suoi rappresentanti o indicarne di nuovi, affidando a essi il compito di proseguire. Basta tecnici. Whatever it takes.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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