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lunedì, 15 Agosto 2022

Il cane che sognava di essere una lupa e altri misteri di Villa Bazzoni

02.07.2022 – 07.01 – Una viuzza isolata, un portale nascosto, un giardino adorno di misteriosi simboli. È il parco di Villa Bazzoni, dimenticata isola verde nel rione di San Vito, il cui accesso è collocato in Via dei Navali 9. La Villa e l’annesso Parco rientrano nel contesto della Restaurazione, quando il rione di San Vito si connotava per una funzione “suburbana”: un luogo di villeggiatura immerso nel verde, ancora lontano dal cuore degli affari cittadini. Qui tra settecento e ottocento la nascente comunità britannica aveva impiantato le proprie ville, dalla “Borahall” ancora presente in via Riccardo Bazzoni 15 dove nel 1800 soggiornò l’ammiraglio Horatio Nelson, alla vicina Chiesa anglicana.
La Villa Bazzoni venne invece realizzata dall’architetto cividalese Giovan Battista de Puppi tra il 1837-38, dietro richiesta di Gracco Bazzoni (1798-1871), commerciante originario di Lezzeno sul lago di Como. Dinastia dunque “regnicola”, dalle origini italiane rivendicate dalla famiglia nel corso dell’ottocento: Giunio Bazzoni partecipò ai moti irredentisti del 1848 a Milano e il podestà Riccardo Bazzoni (1878-1890) militava tra i ranghi del partito liberal nazionale. La genealogia famigliare rinvenne il proprio apice proprio nella figura di Riccardo, la cui elezione a sindaco fu vivacemente supportata dalla borghesia triestina: alla sua elezione una folla lo portò in trionfo in Piazza Grande, oggi dell’Unità; e nell’occasione Bazzoni lanciò ai triestini una rosa rossa che teneva appuntata sul petto, la cui specie connotata da un intenso rosso venne denominata da quel momento in poi “rosa Bazzoni“.
La Belle Époque vide infine tre generazioni femminili gestire la Villa: Aurelia Bazzoni vi costruì degli edifici ausiliari, tra i quali andrebbero annoverate le scuderie; gestì inoltre per alcuni anni un vivace circolo di artisti e letterati. La figlia Anna, a propria volta, ospitava un circolo di alpinisti. A questo proposito, durante l’esplorazione urbana di Adesso Trieste, uno dei visitatori ha osservato che un giovanissimo Emilio Comici esercitò proprio sulle mura del Giardino le proprie abilità di arrampicata. Un ricordo trasmesso da una fonte orale nell’ambito dell’alpinismo giudicata affidabile e sulla quale si può pertanto dare credito. Ultima figlia della dinasta fu infine Evelina Bazzoni: grande animo musicale e traduttrice di opere letterarie.

Foto di Zeno Saracino

La Villa in sé, sede allo stadio attuale del Dipartimento di Fisica dell’Università degli studi di Trieste e dell’Osservatorio Astronomico, dislocato anche nel vicino castello Basevi, si caratterizza per le forme semplici, depurate da ogni eccesso: lo stile neoclassico, nella variante “Impero”, si eleva per tre piani con una forma vagamente piramidale. Un edificio elegante, ma senza eccessi: gli spazi interni appaiono organizzati con un ampio atrio centrale e uno scalone a doppio ritorno, incastellato in una pianta quadrata. Il pavimento del primo piano presenta un interessante mosaico; salendo s’incontrano rispettivamente la sala ovale con motivi neoclassici e la sala pompeiana con lo stile floreale. L’edificio fu acquisito dall’Ufficio Territoriale di Governo nel 1998 con un apposito Fondo Trieste; nell’occasione la Villa fu restaurata mantenendo una filologica attenzione alle originarie intenzioni costruttive del ’37-’38. Vennero però svenduti all’asta gli arredi originali.

Considerando la planimetria complessiva vi sono 5200 metri quadri, dei quali 1100 occupati dalla Villa. All’interno di quest’ultima 170 metri quadri vengono riservati al settore astrofisico e cosmologico del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trieste.
Dopo aver individuato l’ingresso presso Via dei Navali, gli edifici a fianco corrispondono alle scuderie; mentre a sinistra sopravvive una bella fontana “a tulipano”. Procedendo all’interno del Parco s’incontra un edificio ausiliario; con ogni probabilità utilizzato per conservare le vivande al fresco o addirittura come una ghiacciaia. Vi sono tracce di affreschi e l’architrave manca dello stemma centrale, scalpellato. Secondo alcune leggende locali presentava il simbolo della massoneria, sebbene non vi siano conferme. Scendendo all’interno dell’edificio si accede a una parte sotterranea connessa alla rete idrica; secondo un’altra leggenda altrettanto improbabile vi era un passaggio segreto che consentiva di emergere dall’altro lato del colle di San Vito.
Oltrepassando l’edificio e discendendo delle scalette s’incontra una bella gloriette ottocentesca che incornicia la statua di un cane con due putti. Gli autori delle statue e dei vasi decorati nel giardino rimangono ignoti; ma è possibile osservare una comunanza di temi, trasmesso dall’utilizzo di un immaginario dionisiaco col dio Pan, ninfe e satiri. Il cane guarda verso l’alto, un’espressione vagamente malinconica sul muso: le forme strizzano l’occhio alla lupa romana, si avverte come lo scultore desiderasse raffigurare l’icona capitolina, tanto più considerando i due mostruosi infanti alla base. Eppure rimane un cane; con ogni probabilità per non turbare la polizia austriaca. Un cane che sognava di essere una lupa, pertanto: tragicomica conseguenza di certi irredentismi.

Foto di Zeno Saracino

Iniziando a salire, a metà strada, è possibile osservare alla propria destra il retro della casa del diavolo, dalle aguzze cancellate di ferro: oggetto di recente restauro.
Verso la metà dei terrazzamenti, attualmente coperto da un’improvvisata lamiera, è possibile osservare la statua di un satiro che rapisce una ninfa: un complesso scultoreo quanto di più lontano dalle forme composte del neoclassico, ma contorto di muscoli e brama di possesso.
Salendo ancora, verso la destra, si apre uno spiazzo aperto: posizionato su un muretto è possibile ammirare un vaso grottesco, con un viso nuovamente dionisiaco. Collocato alla sommità di uno dei pozzi principali, è invece possibile osservare un cippo austriaco.
Si tratta di uno degli elementi più nascosti del giardino, assente anche dalla descrizione offerta dal Comune; e in effetti viene da domandarsi come sia finito in quel luogo.
Sul retro reca la scritta K. K. dunque “imperial-regio” (kaiser und kunig); e al di sotto è possibile leggere una F che è lecito supporre stare per l’amministrazione forestale (forstverwaltung); e al di sotto ancora, ecco la data, il 1855.
Perchè avere un cippo del genere all’interno di una villa? Una possibile ipotesi è che costituisse un cippo di confinazione che segnalava l’inizio del bosco demaniale, sulla cui sommità si trovava il forte detto “Sanza”, demolito verso il 1890. Un elemento pertanto preesistente il giardino e successivamente inglobato dalla costruzione delle mura circostanti che risalgono infatti alla prima metà del ‘900.

Foto di Zeno Saracino

Oltrepassando il pozzo e l’annesso cippo si giunge infine all’ultimo terrazzamento, direttamente al di sopra del complesso del satiro e della ninfa; vi sono alcune rovine ulteriori, ma difficilmente discernibili.
All’angolo dell’ultimo terrazzamento, dopo aver percorso l’intera lunghezza del giardino, è presente il quarto e ultimo pozzo, a fianco di un boschetto di bambù. Discendendo le scalette – in fase di abbandono – si giunge nuovamente all’ingresso principale.

Fonti: il materiale in questione è una rielaborazione di un’esplorazione urbana realizzata dall’autore con Adesso Trieste, volto alla valorizzazione degli spazi verdi pubblici.
Il forum aTrieste.eu è stato il primo a segnalare la presenza del cippo.
Utili spunti sono presenti nelle slides di una presentazione del giardino precedente al suo restauro, ad opera di Franco Glera, pubblicata sul sito di Oats.

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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