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mercoledì, 10 Agosto 2022

Quando i friulani costruirono la Trieste settecentesca

25.06.2022 – 07.01 – Le trattazioni in essere sui regnicoli di Trieste, ovvero sui cittadini italiani che sceglievano di trasferirsi per cercare casa e lavoro nella Trieste “asburgica”, si limitano solitamente al periodo dall’unificazione italiana alla prima guerra mondiale, incentrando il discorso sull’italianità e il ruolo di quest’immigrazione verso cui il Consolato italiano rivolgeva speciale attenzione. Tuttavia andrebbe osservato il ruolo dell’immigrazione italiana anche nei decenni precedenti alle guerre di indipendenza; la presenza di “italiani” o più correttamente di popolazioni parlanti un dialetto afferenti alla penisola italiana erano presenti dal XVIII secolo; a partire sostanzialmente dalla crescita di Trieste dall’essere città attraversata da una profonda decadenza, a vivissimo porto settecentesco. In quest’ambito uno dei flussi migratori di maggiori dimensioni che dalla terza guerra di indipendenza diverrà stanziale e non stagionale fu quello friulano. Già ai tempi del Friuli Austriaco, delle province illiriche napoleoniche e infine del dominio italiano i friulani affluivano a Trieste offrendo una forza lavoro bene accetta dai locali e con notevoli qualifiche artigianali (oggi le definiremmo “tecniche”). Basti considerare che nel 1867 quattro quinti di coloro che si iscrivevano nel registro del Regio Consolato italiano a Trieste provenivano dalla sola provincia di Udine, andando al più a includere i comuni della destra Tagliamento.

Il letterato Adolfo Leghissa, la cui opera “Trieste che passa: 1884-1914” è un formidabile ritratto del popolino della città, descrisse approfonditamente l’immigrazione friulana ottocentesca: “Il friulano ha radici fortemente abbarbicate di costumi e di linguaggio, nella tradizione triestina. Il nostro dialetto, veneto, non sarebbe – secondo gli esperti – se non un innesto su quelle radici. Lavoratori pazienti e indefessi, i friulani contavano un buon numero di artigiani esperti nel settore della piccola industria, oltre ad una rilevante quantità di persone occupate nei piccoli lavori ausiliari. Gran parte del Friuli, specie la zona montuosa, cioè la più arida, mandava qui le sue giovani forze a procurare il pane per sé e per la famiglia lontana“.

La Galleria del Tergesteo, incisione di Marco Moro (1854)

A seguito della concessione della patente di Porto franco di Carlo VI (1719) e all’azione continua e capillare di Maria Teresa e Giuseppe II nei confronti della città, una rilevante percentuale dell’immigrazione giunta a Trieste proveniva dal Friuli; e se dunque venne costruito il quartiere teresiano e giuseppino, lo dobbiamo in parte alle manovalanze e agli architetti friulani. Solitamente la narrazione cittadina predilige, qual è naturale, la presenza dei serbo e greco-ortodossi, oltre a evidenziare la presenza degli specialisti veneti, ma i friulani svolsero un ruolo di spicco nell’ambito dell’edilizia settecentesca.
L’architetto originario del Canton Ticino Giuseppe Righetti descrisse nel 1865, quando la memoria era viva e fresca, l’apporto dei friulani alla costruzione della città: “Conosciuti i bisogni e le mancanze di artieri, dal vicino Friuli, dalla Lombardia, Svizzera ed altri Stati, vi accorsero abili muratori, scalpellini, falegnami e fabbri, i quali avevano appreso i loro mestieri in Italia, Francia, Germania… divennero esperti… divennero capimaestri, che volgarmente chiamaronsi architetti e perfino ingegneri“.
Nel 1726, quando la città era ancora pervasa di spirito barocco, troviamo alla Direzione delle pubbliche costruzioni, quale Ispettore regio delle fabbriche l’udinese Giovanni Fusconi, “il quale portava il titolo di architetto e direttore delle fabbriche, la quale ultima cura non esigeva scienza ed arte di architetto”.
Impiegato alla direzione delle fabbriche pubbliche – non è chiaro il periodo, probabilmente a metà ottocento – era anche il friulano Antonio Vincheruti, “disegnatore di mappe, strade e ponti”.
L’ingegnere friulano Giuseppe Bernardi, quale ispettore civico edile, ebbe una mano nella progettazione della chiesa e del collegio armeno dei mechitaristi, delle chiese di Basovizza e di Roiano, del macello comunale, del Monte di Pietà e di una casa in via degli Armeni. Un uomo dai “modi burbieri e alteri, benché nel fondo sia benefico e moderato”.
Meglio noto era nell’ottocento Antonio Buttazzoni, oggigiorno ricordato per la prima progettazione del Tergesteo, successivamente ripresa e modificata dall’architetto Francesco Bruyn. Buttazzoni fu autore di un gran numero di case private e casini per i giardini delle ville, senza dimenticare la cappella del cimitero greco.
Merita una menzione fra i maestri muratori Valentino Valle, di mestiere scalpellino: “uomo avveduto, fino, circospetto, intraprendente e simulato, quando bene si fu infarinato di quest’arte muratoria, seppe anche attirare a sé le fila dell’organismo industriale, per dare lo scacco al di lui maestro e socio che per le infermità dell’udito gli sfuggivano”. Tra i cantieri gestiti dal friulano Valentino Valle la costruzione di S. Antonio Nuovo, della strada Commerciale, della Lanterna e dell’Obelisco di Opicina. Righetti menziona poi numerosi nomi di architetti e maestri muratori – all’epoca non vi era quella divisione accademica esistente oggigiorno – osservando come i più risultassero in difficoltà per le speculazioni edilizie.
Tra gli scalpellini troviamo ad esempio un Variola, un A. Butti, un Valle; tra i falegnami un Grisoni, un Castellani, un D’Antoni, un Pertoldo, un de Rosa; tra i pittori decoratori un Bisson, un Lorenzetti, un Borgo-Caratti, un Pascutti, uno Zucchi, un Canziani… e così via. Nomi friulani per costruzioni triestine, destinate a perdurare nel tempo.

Fonti: Chiara Battigelli, Professionisti e artigiani del Friuli a Trieste in Ce fastu?, a. 27-28 (1951-1952)
Marina Silvestri, Lassù nella Trieste asburgica: la questione dei regnicoli e l’identità rimossa, Gorizia, LEG, 2017

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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