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lunedì, 15 Agosto 2022

Internazionalizzazione, Minon (Finest): “Con Covid e guerra si accorciano catene globali del valore”

30.06.2022 – 08.15 – Con il conflitto tra Russia e Ucraina nel cuore dell’Europa, scoppiato proprio mentre si chiudeva lo stato di emergenza Covid, il panorama internazionale è di nuovo cambiato, rendendo reali scenari che pochissimi avevano previsto e lasciando il futuro appeso ancora una volta al filo dell’incertezza, lì dove è rimasto per oltre due anni di pandemia. Chi conosce un po’ la geopolitica sa bene che essa non può prescindere dal tema economico; anzi, in un mondo globalizzato e iper connesso spostare una pedina sullo scacchiere può avere un effetto domino che a cascata investe tutti gli altri pezzi rimasti in gioco. Il quadro economico muta, i mercati si trasformano e il tessuto imprenditoriale, per forza di cose, si adatta.
Per comprendere meglio una realtà complessa come quella odierna può essere utile in questo contesto parlare delle catene globali del valore e di internazionalizzazione, fenomeni che subiscono direttamente l’influenza dei grandi eventi e che possono quindi rivelarsi un valido strumento di analisi. Ne abbiamo parlato con Alessandro Minon, ora al suo secondo mandato alla presidenza di Finest, società finanziaria per l’internazionalizzazione del Triveneto.

Con il conflitto Russia-Ucraina, che succede sul fronte dell’internazionalizzazione?

“Per le aziende occidentali che continuano a lavorare in Russia non ci sono, in realtà, grandi problemi, laddove le loro attività sono però slegate da quelle della società che le controlla. Per essere più chiari: se un’azienda italiana produce in Russia, attinge alle materie prime russe e rivende in Russia, in questo caso nonostante la guerra non è cambiato assolutamente nulla. Se invece un’azienda, per produrre in Russia, ha bisogno di importare materiali da paesi occidentali o vuole esportare in paesi occidentali, c’è una compromissione della capacità di farlo, parziale o totale, e questo influisce direttamente sui suoi affari. In linea generale, non c’è un atteggiamento negativo da parte della Russia nei confronti delle aziende straniere che operano sul suo territorio, anche se i rapporti, nel caso di aziende che sono bandiere di alcuni paesi, sono peggiorati – è l’esempio di McDonald’s. Nel nostro caso, le imprese italiane che operano in Russia per il mercato russo continuano a farlo tranquillamente; le difficoltà sono legate più all’operatività e al quadro normativo, che vale per tutti”.

Ovvero?

“Tra i problemi principali vi è quello sull’obbligo di cambio per gli esportatori. L’azienda che opera in Russia e che per essere costituita o per fare delle attività ha ricevuto, per esempio, dei finanziamenti dalla controllante europea, può trovarsi in difficoltà nel restituire le rate del debito, perché dovrebbe effettuare i pagamenti in moneta russa – in rubli. Questo è un problema tecnico. In più le aziende esportatrici operative in Russia, anche ove facciano profitti in valuta estera, devono cambiare almeno il 50% della valuta in rubli; questo paradossalmente ha generato, insieme ad altri fattori, anche l’incremento del valore del rublo stesso. La conseguenza per un’azienda è quindi quella di esporsi a un rischio di cambio; ovvero che il tasso di cambio al momento del pagamento sia peggiorativo rispetto a quello al momento della contrazione del debito.”

E sul fronte degli investimenti?

“Il principale e più immediato cambiamento è un blocco pressoché totale dei nuovi investimenti nei paesi coinvolti dal conflitto. Russia e Bielorussia vedono azzerarsi i nuovi investimenti provenienti dall’Italia, e si osserva una dismissione delle aziende esistenti, talvolta realizzata con delle formule che permettono poi delle opzioni più o meno convenienti di acquisto; questo perché i mercati lo richiedono. Per capirci, non esiste un’azienda italiana che in questo momento stia pensando di costituire una consociata, una partecipata o una controllata in Russia; circa il 60% del preesistente però rimane, e l’Italia come percentuale si colloca nella fascia medio-alta del mantenimento delle proprie partecipazioni russe rispetto ad altri paesi”.

Cosa accade, in questo contesto, alle cosiddette catene globali del valore?

“Si è parlato molto in questo periodo del loro accorciamento. Le aziende ottimizzano i propri interessi – questo è quello che ragionevolmente, nel rispetto delle leggi e di una certa etica, le imprese fanno da sempre: un imprenditore ha come scopo l’ottimizzazione del profitto e lo sviluppo di future opportunità, i cui esiti si riflettono sia sull’impresa che sul sistema socioeconomico in cui è immersa. Le scelte imprenditoriali si basano solitamente su due fattori principali: il fattore economico, ovvero quale mercato genera i migliori profitti, sia in termini di vantaggi produttivi che di occasioni di vendita, e il fattore di rischio: produrre in un determinato paese potrebbe essere vantaggioso e offrire opportunità di crescita in un particolare momento storico, ma quello stesso paese si caratterizza per elevata instabilità e presenta elevate potenzialità di turbative nel funzionamento della catena del valore. Questi due fattori vengono confrontati e danno risultati diversi a seconda della percezione complessiva: prima del Covid-19, ad esempio, il rischio di una compromissione del funzionamento delle catene del valore, piuttosto che della logistica o della possibilità di conflitti o blocchi commerciali e sanzioni nei paesi, veniva percepito come molto basso, per cui poteva bastare un differenziale di convenienza economica relativamente basso. Dopo il Covid-19 e post scoppio della guerra in Ucraina si è invece disposti ad accettare dei differenziali di convenienza spaventosi affinché sia conveniente, valutato anche il rischio, investire in un determinato paese anziché un altro.”

E così si arriva all’accorciamento delle catene del valore.

“Le aziende sono molto più disposte, rispetto a prima, ad accettare dei costi anche maggiori, entro certi limiti, accorciando le catene del valore – che non significa solo accorciarle dal punto di vista dei chilometri, ma anche in termini di distanza tra sistemi. Per un’azienda italiana avere una parte della produzione, o magari della ricerca, ad esempio in Spagna, non è solo più vicino geograficamente, ma è anche più vicino in termini di distanza tra sistemi politici ed economici. Allora c’è un fenomeno di accorciamento che tende a portare le attività verso l’Unione Europea, o i paesi vicini, con cui ci sono rapporti politici sufficientemente stretti che fanno percepire un rischio, anche relativo ai rapporti fra nazioni, molto basso. Questo fenomeno si è manifestato con la pandemia e a maggior ragione, oggi, con la guerra, a causa della disconnessione di interi sistemi economici. Oggi c’è una forte sensibilità della politica e una volontà di creare delle bolle di sistemi economici dove gli interscambi avvengano all’interno degli stessi”.

Il basso rischio “vince” quindi sulla convenienza economica?

“La percezione che possano diventare realtà dei rischi politici in determinate aree, con ripercussioni sulle aziende, è un fattore; è chiaro che l’azienda allora diventa disposta ad accettare magari una minore convenienza economica. Lo vediamo con il nearshoring e con il friendshoring, termini simili per indicare il disinvestimento da paesi lontani o “poco affini” e il reinvestimento in paesi più vicini geograficamente – nel caso del nearshoring – o culturalmente/socialmente/politicamente nel caso del friendshoring. Personalmente, in questo momento reputo che perdere un po’ di convenienza a fronte di una fortissima riduzione del rischio aumenti la resilienza e la capacità di mantenere operativa la propria azienda nel lungo periodo. Molte imprese sopravvivono proprio perché sono anche prudenti negli investimenti. ”

Il discorso è meramente privato ed economico? Che cosa ha davvero rilevanza?

“Al centro di tutto ci sono i singoli stati; questo vale soprattutto per l’Europa. Viviamo in un sistema economico – almeno, così è quello occidentale – fatto da grandi blocchi, all’interno del quale c’è l’interesse dei singoli paesi. In questo caso si dice che è importante il ‘sistema paese’ nel suo complesso: i paesi che sono riusciti a generare una grande crescita delle proprie multinazionali sono dei paesi che sono molto attivi nel supportare le proprie aziende; diventa fondamentale come metodologia. Nel momento in cui si deve fare una collaborazione di medio termine tra l’azienda di un paese e l’azienda di un altro, la percezione che i rapporti tra i paesi siano stabilmente collaborativi fanno in modo che questo diventi più facile. Guardando vicino a noi, un esempio è quello del Sistema Nordest, il progetto che vede la sinergia delle regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto e la Provincia Autonoma di Trento, per l’internazionalizzazione delle imprese dell’area”.

Un’azienda come dovrebbe muoversi in questo panorama?

“Le aziende che vincono sono quelle che hanno dato le risposte giuste: o grazie alla fortuna, o per capacità di previsione. L’unica cosa che è sicura è che vivremo in un mondo che in questo momento è percepito come meno stabile e in più in rapido cambiamento rispetto a quello a cui eravamo abituati da parecchi anni. Ora c’è l’aspettativa che possano avvenire periodicamente degli eventi come quelli che stiamo vedendo oggi, che salgano i tassi d’interesse; c’è la percezione che questa fiammata di inflazione possa rimanere a lungo sui prodotti agricoli e sulle materie prime, ed è aumentata anche la percezione che possano esserci nuovi focolai di criticità geopolitica in altri paesi. Non escluderei, ad esempio, delle criticità di questo tipo legate all’aumento dei costi alimentari nei territori che sono più sensibili, con un impoverimento consistente della popolazione”.

C’è una fine, o siamo appena all’inizio?

“Non mi sento di dire che sia finita, o che anche ove finita si possa prevedere una ragionevole stabilità. Inoltre, anche la compiacenza è pericolosa, perché in questo momento sulla crisi geopolitica si è entrati in una fase in cui la situazione viene ormai considerata più o meno normale. Vediamo come lo spazio dedicato all’argomento sugli stessi giornali si sia via via ridotto, come se la guerra e la situazione economica fosse una cosa con cui dovremo convivere per lungo tempo. Io questo non lo so, però credo che in qualche modo, purtroppo, ci si adatti, e si diventi anche meno sensibili nei confronti di cose che prima invece generavano grande interesse e preoccupazione nell’opinione pubblica. Per le aziende, alcune criticità temo siano forse appena iniziate: mi aspetto un’onda lunga generata da ciò che è avvenuto e che non si è ancora traslato completamente sull’economia”.

È stato rieletto presidente di Finest, qual è l’obiettivo per questo nuovo mandato?

“Lieto che sia stata rinnovata la fiducia, anche a fronte dei risultati economicamente buoni in una situazione e in un periodo oggettivamente difficili. Questo conferma che il nostro lavoro ha valore e necessita di essere completato. Quello che ritengo importante è anche che, con una nave economica in tempesta come quella su cui ci ritroviamo oggi, è assolutamente positivo, e riduce i rischi, il fatto di andare in continuità con chi ha manovrato per la prima parte della tempesta, ha le competenze e conosce le criticità del momento, soprattutto a metà di un programma che si potrà completare in questo secondo mandato. Sottolineo inoltre che la struttura professionale di Finest è operativa sui mercati esteri da oltre 30 anni: un periodo lungo in cui non sono certo mancate le turbolenze e durante il quale la società non ha mai mancato la sua missione di sostegno alle imprese. Non posso negare che ci aspetta un lavoro molto impegnativo: ci vedrà spostare gli assi di operatività da est verso anche altri paesi come Spagna, Francia, Austria e l’area dei Balcani, trend che per altro era iniziato già prima degli eventi bellici in corso, segno che le nostre imprese, con grande fiuto, avevano già intercettato il cambio di rotta della regionalizzazione delle catene del valore”.

[n.p]

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Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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