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sabato, 2 Luglio 2022

“Meter in caponera” Le carceri di Trieste prima del Coroneo

28.05.2022 – 07.01 – Uno, nessuno e centomila carceri. Non è una caricatura orwelliana dell’opera di Pirandello, ma la storia dei penitenziari triestini che presentano, prima della sistemazione novecentesca, un moltiplicarsi di luoghi ed enti deputati, spesso assai confuso. Dalla filosofia di Foucault in poi risulta naturale associare lo studio della storia carceraria con quello delle strutture di potere dello stato moderno: come il carcere, così la scuola e ancor più l’istituto per la cura mentale. Eppure, se di storia della psichiatria e dell’educazione molto è stato scritto a Trieste, il carcere rimane un campo ancora inesplorato. Disponiamo di studi sulle scuole asburgiche e fasciste, scendendo nella filigrana dei singoli istituti maschili e femminili; o coniugando l’arte e la scuola, come nel caso della Kaiserlich Konigliche Staats Gewerbeschule oggi Istituto Alessandro Volta; o ancora ricollegandosi agli enti educativi come una trincea della nazione, con riferimento agli enti irredentisti e filoitaliani come La Lega Nazionale. Proprio a questo proposito disponiamo di abbondanti studi sulle condizioni di trattamento degli irredentisti in carcere; i quali sebbene sgradevoli come ogni penitenziario, non erano né eccezionalmente crudeli, né vessatori. Napoleone Cozzi, durante la prigionia a Vienna a seguito dell’affare delle bombe per il quale era stato processato assieme ad alcuni membri di alto rilievo della Società Ginnastica Triestina, era libero di dipingere i suoi acquarelli, di scrivere i suoi diari, di fumare le sue sigarette leggendo la corrispondenza degli amici italiani oltre confine. La stessa incarcerazione di Silvio Pellico denunciava involontariamente le buone condizioni delle carceri austriache; meglio essere prigionieri dell’imperatore asburgico che congelarsi nelle segrete dello Zar di Russia o nei sotterranei medievali dello stato pontificio. Certo, in entrambi i casi erano carceri rivolte a persone altolocate; le testimonianze del popolino trasmettono una sensazione ben diversa, specie nella scelta di sovraffollare volutamente le celle, prevista negli stessi manuali carcerari austriaci.

A inizio ‘900 Trieste disponeva di tre diverse carceri: quelle giudiziarie definite “di Trieste principale“, corrispondenti allo stabilimento di via Coroneo; quelle giudiziarie di Trieste secondaria o succursale, chiamate “dei Gesuiti“, in via del Collegio, adiacenti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore; e infine quelle militari in via Tigor, in un edificio oggigiorno in rovina affianco alla sede della biblioteca Attilio Hortis, all’incrocio con via Madonna del Mare.
Nel caso delle carceri giudiziarie vicino alla chiesa di Santa Maria Maggiore, l’edificio originariamente corrispondeva nel seicento al collegio dei Gesuiti, la cui venuta a Trieste fu voluta dagli stessi Asburgo e, ironicamente, vennero cacciati dagli stessi, sotto l’imperatore Giuseppe II nel tardo ‘700. Successivamente, a partire dalla prima metà dell’ottocento, il collegio fu trasformato in carcere, con una destinazione spesso femminile. Si trattava di un edificio cadente, i cui sotterranei erano in diretto contatto con una galleria con la Chiesa di Santa Maria Maggiore; la galleria preposta, definitiva “della fuga“, venne poi ostruita con le pietre e chiusa dagli austriaci a metà secolo a seguito di ripetute evasioni. Oggigiorno è nuovamente visitabile grazie al servizio della Società Adriatica di speleologia. Per un breve periodo qui venne rinchiuso anche Guglielmo Oberdan, in attesa del processo.
Nel 1919 le nuove autorità italiane ne rilevarono lo stato di profondo degrado tramite una nota dell’Ufficio affari civili del Regio esercito italiano – governatorato della Venezia Giulia. Potenzialmente, tramite la suddetta nota, veniamo a conoscere che il carcere poteva ospitare fino a 200 detenuti; però se ne domandò continuamente la chiusura, col vicino sacerdote della parrocchia di Santa Maria Maggiore che avrebbe preferito utilizzarla come un “asilo per i fanciulli” (1924).
Negli anni Venti il carcere venne utilizzato principalmente per Misure di pubblica sicurezza (M.P.S.) o per carcerati in viaggio per un’altra destinazione finale; tra il dicembre 1939 e il maggio 1940 il carcere invece si spopola, salvo poi venire riutilizzato durante l’occupazione nazifascista nel 1945, quando i detenuti di sesso maschile superano – è una delle rare occasioni – quelle femminili. Si tratta in larga parte di cittadini di origine ebraica, poi irreggimentati verso la Risiera di San Sabba o i campi di concentramento; e in maggior misura di oppositori politici, sottoposti a torture secondo le testimonianze storiche.
La chiusura definitiva avvenne nel 1950, con lo sfollamento dei carcerati verso il Coroneo o via Tigor avvenuto dal ’46 in poi.

Quanto rimane del carcere di Via Tigor

L’edificio di Via Tigor era originariamente sede dei Vigili urbani; poi nel 1856 venne trasformato in un carcere militare. Anch’esso risultava, dall’indagine del 1919, in uno stato di profondo abbandono: infatti se ne chiese la chiusura, ma evidentemente le necessità penali superavano quelle sanitarie. Una lettera del 30 maggio 1920, rivolta al Ministero dell’Interno, prevedeva che venisse utilizzato per “[…] detenuti borghesi a disposizione del Tribunale di guerra […]”.
Nel 1946 il carcere viene utilizzato anche per i cittadini e non solo per i militari; mentre la data precisa della chiusura non è nota.

L’ultimo carcere costruito a Trieste rimane, nonostante i tanti problemi rilevati negli anni, l’unico funzionante: è lo stabilimento di via Coroneo, ormai dai triestini associata al “canon”. Curiosità: dal 1940 al 46 la strada venne rinominata in via Nizza. Spazioso (per l’epoca), moderno (per l’epoca), venne costruito nel primo decennio del ‘900 e inaugurato il 4 luglio 1914.
Fu costruito sin dall’inizio come carcere detentivo; con celle separate e, già nel 1914, un sistema elettrico, di riscaldamento e igienico centralizzato. Dispone inoltre di un passaggio diretto per il vicino Palazzo di Giustizia.

Il carcere veniva utilizzato rispettivamente per la detenzione della borghesia, con un’ala femminile; già negli anni Venti e Trenta se ne chiese più volte l’allargamento, per i problemi di sovraffollamento. Durante il Ventennio, come il carcere dei Gesuiti, ospitava in egual misura criminali comuni (ladri, vagabondi, prostitute, stupratori, ecc ecc) ed arrestati per le Misure di Pubblica Sicurezza.
Le truppe nazifasciste iniziarono a utilizzarlo già nell’ottobre 1943, sebbene senza specificare nei registri per gli arrestati né le motivazioni dell’arresto, né la data di rilascio o trasferimento. Nonostante ciò il Coroneo era il carcere simbolo delle reclusioni naziste del ’43-45.
A partire dalla liberazione della città, già nel 1945, il carcere viene nuovamente utilizzato anche per le recluse femminili. Nuovamente, anche negli anni Cinquanta, si protestava il sovraffollamento delle celle; un problema che nemmeno l’emergenza Covid, con la necessità del distanziamento, sembra essere riuscito a risolvere.

Fonti: Valentina Stanisci, Casa Circondariale di Trieste (1921-88), introduzione, dal catalogo dell’Archivio di stato di Trieste
Sul trattamento di Napoleone Cozzi in carcere si veda Melania Lunazzi, Da Trieste alle Alpi: Napoleone Cozzi: artista, alpinista, patriota: acquerelli, fotografie, dipinti e disegni dal 1880 al 1916, Catalogo della mostra tenuta a Toppo di Travesio nel 2007
Sul trattamento di Silvio Pellico in carcere si veda Conte Ferdinando Dal Pozzo, Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal governo austriaco procacciarsi, Cherbuliez librajo, Parigi 1833, pp. 79- 82.

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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