Chi sono, al di là di te. Cosa fa la psicoanalisi? Telemaco risponde

28.04.2022 – 10.25 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected]

Domanda: Buongiorno, sono mamma di una ragazza adolescente che in questo momento sta affrontando una crisi abbastanza profonda. Non è l’unica, perché anche io vedendola stare male soffro al suo fianco, sebbene cerchi di non farle pesare la mia preoccupazione. Sto esplorando diversi approcci alla psicoterapia e mi sono imbattuta sulla pagina della vostra associazione. Che cos’è la clinica psicoanalitica dell’adolescenza? E della genitorialità? Sapreste dirmi come lavorate?

Risponde Elena Paviotti per Telemaco Trieste: Buongiorno signora e innanzitutto grazie per la sua domanda. Una domanda che è tanto ampia quanto fondamentale perché è vero, gli orientamenti di cura psicologica sono moltissimi e diversificati tra loro. È difficile riassumere in poche parole come lavoriamo, è difficile farne una sintesi che possa esprimere sia il desiderio che sta alla base del nostro essere psicologhe sia le modalità specifiche di lavoro.
Partirei dunque da un accenno necessario, anche se minimo, a come si costituisce l’essere umano secondo la  teoria psicoanalitica di Lacan, di nostro riferimento.
Con il parto noi nasciamo come essere viventi. Come umani invece nasciamo nell’Altro.
L’essere umano non è animale. È immerso nell’universo simbolico. Significa che il primo posto in cui ci si trova, la prima definizione di sé, il primo senso esistenziale ha a che fare con l’amore. Recalcati scrive che “siamo tutti stati un grido nella notte“. Quel grido nella notte, quel pianto, che l’altro accoglie come parola, anche se ancora non lo è. Quel pianto è corpo, è l’urgenza della fame, del dolore, dell’incomprensibile. Un’incomprensibile che diviene sempre meno incomprensibile, sempre più segno. Come? Attraverso la risposta dell’altro. Una risposta che non è soltanto la soddisfazione del bisogno biologico, ma soprattutto segno d’amore, squisitamente umano. Diventiamo il nome che ci viene dato, che ci distingue appunto dagli animali, perché c’è chi ci suppone soggetti, c’è chi ci sostiene, ci nomina, ci dà un senso. Noi nasciamo quindi attraverso il posto che abbiamo nel desiderio di chi si prende cura, di chi ci prende in cura. Noi siamo, quindi, alle fondamenta, ciò che l’Altro dice di noi. Il mondo stesso acquista un senso, una possibile interpretazione, grazie all’intervento dell’altro. Questo ci porta, costituzionalmente, ad aderire alle parole e alle aspettative di chi esercita la funzione di genitore. “Sono come tu mi vuoi” è in fondo una tendenza esistenziale che ci portiamo dietro sempre nell’amore.

Proprio perché alle fondamenta non c’è scelta possibile: se un bambino viene abbandonato nella foresta, non si umanizza. Non sa chi è, sa soltanto cos’è. Anzi, nemmeno lo sa, lo vive.
Lacan definisce questa dinamica psichica con il termine “alienazione”, processo che deve entrare in una dialettica stretta con quella che lui definisce “separazione”. Detto in termini più semplici: Sono come mi vuoi, ma non soltanto. Oppure: posso dire sì, ma anche no. Posso aderire a ciò che tu dici e vuoi per me, ma non sempre.
L’adolescenza è il tempo della separazione per eccellenza ma chiunque abbia dei figli sa bene che questo processo inizia molto presto.
Iniziare a camminare, iniziare a parlare, iniziare a protestare, iniziare a dire “no”, sono tutti simboli, manifestazioni fondamentali, del processo separativo. La possibilità di camminare, da solo, di prendere una direzione propria, ha a che vedere con lo sguardo dell’altro. Con la mano, vicina, prossima, dell’altro. Ha a che vedere con la fiducia, con l’amore, con la cura: per potercela fare ci deve essere qualcosa che ci sostiene, che ci fa credere che non è così pericoloso divenire soggetti, slegandosi per un attimo, per vedere cosa accade. Per slegarsi, bisogna innanzitutto essere legati. E come ogni slancio di separazione e autonomia, anche iIniziare a camminare è una perdita: quella dell’abbraccio. Ma è anche un guadagno: la possibilità di prendere una prima direzione propria, al di là dell’altro. Tutta la nostra vita è in fondo rappresentata da questo momento: l’entusiasmo di scoprirsi, la paura di non farcela, la ricerca di uno sguardo, il ricordo di una presenza, il dolore di un’assenza. L’adolescenza è proprio l’epoca della vita in cui si deve iniziare a camminare da soli, intraprendendo strade nuove, soggettive e soggettivate. Non si è più per mano, guidati nella direzione dell’Altro. Quello stesso Altro che ci ha permesso di diventare esseri umani. E per voi? Per ogni genitore è un lutto quello del bambino. L’incontro con il ragazzo è un trauma, perché la trasformazione dei nostri figli da bambini ad adulti è esattamente per noi il confronto con l’alterità. Con un soggetto nuovo, a tratti irriconoscibile, alieno, estraneo. Con un soggetto che non può più avere bisogno (come prima) della nostra mano. Un soggetto che quando esce da quella porta non vive più accomodato nel nostro abbraccio.
L’adolescenza quindi comporta anche per i genitori una crisi. Una sorta di pensionamento (concedetemi il termine): non si può più essere genitori come prima, ma è necessario costruire un modo nuovo di esserlo, che circoscriva e dia una forma inedita a quel vuoto che il bambino perduto lascia. E no, non è affatto un processo semplice e immediato, data anche la pervasività che oggi ha l’essere genitore nelle nostre esistenze.

Che cosa fa la psicoanalisi? Vorrei spiegarvelo con un’immagine (ndr, in copertina).
I paguri sono piccoli crostacei, soltanto che a differenza degli altri, non hanno quella corazza necessaria a proteggere i loro organi interni.
I paguri devono trovare la propria conchiglietta vuota, all’interno della quale si fissano con la “codina ed ha inizio la loro vita da inquilini”. Conchiglia che, durante la crescita, diviene stretta e inadatta e li costringe a dover abbandonarla per trovarne una nuova. Mentre lo fa, la sua vita è suscettibile di ogni rischio, data la fragilità del suo corpo. Possono essere schiacciati, spazzati, persino mangiati.
Un lutto, una rottura amorosa, un abbandono, la perdita del lavoro, la scoperta di una malattia, una guerra, una pandemia, e tutto ciò che del trauma incontriamo nell’esistenza: cosa accade quando qualcosa del senso della nostra vita si crepa?
Succede che ci avviciniamo a quei piccoli paguri; ci (ri)troviamo inermi, inconsistenti, indifesi. Senza casa, corazza identitaria, riferimenti. Perché così siamo stati, in un tempo mitico, precedente a quei legami, a quella conchiglia che è stato l’amore dell’Altro.
Divenire adolescente è esattamente un momento di trasformazione: una trasformazione che ci implica in prima persona, con tutti i rischi di questa nuova assunzione di responsabilità. Perché la conchiglia che ci ospitava da bambini vien da sé che è troppo stretta. Ma quella nuova è necessario trovarla da soli: non possono essere mamma e papà a dirci quale abitare. E lo stesso vale per i genitori che si confrontano con l’adolescente: anche loro devono poter cambiare conchiglia. Perché la separazione, così come l’alienazione, sono percorsi a due, che implicano entrambi i soggetti della coppia.

Che cosa fa, dunque, l’analisi? Un’analisi non ti dice affatto dove devi andare. Aiuta invece a cercare e trovare la propria conchiglia, o ad abitare con meno incoscienza quella che già ci accoglie. Aiuta nel poter scegliere, coerentemente al proprio desiderio e alla propria fragilità, costituzionale e innegabile, dove si può e si vuole stare.
Perché la parola non soltanto è un balsamo per le ferite, ma sopra ogni cosa veicolo di quella stessa verità che ci abita. Perché la parola stessa è conchiglia e, quando è davvero ascoltata, traduce un sapere che non sapevamo di avere. Quale? Il sapere sulla nostra verità più profonda; una verità che è forse l’unica cosa che siamo sempre gli unici a conoscere e di cui nessuno può dire al posto nostro. Un sapere che può prodursi proprio come frutto di un certo tipo di ascolto: aperto, curioso e assolutamente non direttivo.
L’analisi guida il soggetto verso la propria verità, non sostituendosi a lui nella ricerca, ma affiancando nella scoperta. Di cosa? Del “chi sono, al di là di te”. E questo non vale solo per i ragazzi, ma anche per i genitori e per ognuno di noi.