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giovedì, 1 Dicembre 2022

Uno schema per non sbagliare, cos’è cambiato nei bambini? Telemaco risponde

23.03.2022 – 11.13 – Tutti abbiamo delle domande difficili, scomode da articolare, questioni che non sappiamo a chi porre, che non riusciamo a dire.
Telemaco risponde” è uno spazio in cui poterle mettere in parola, anonimamente, ricevendo una risposta cucita su misura.
È possibile contattare Telemaco Trieste, associazione formata da psicologhe e psicoterapeute che si occupa della clinica dell’infanzia e dell’adolescenza, all’indirizzo: [email protected].
Domanda: Buongiorno, vi scrivo per condividere una riflessione e chiedere un punto di vista. Sono un’insegnante delle elementari, insegno da molto tempo. Dal lockdown in poi ho notato dei cambiamenti importanti nei bambini che seguo ogni giorno. Quando sono ricominciate le lezioni in presenza ho trovato dei bambini bloccati, che fanno fatica a prendere delle iniziative personali. È come se ci fosse un’indisponibilità a provare, a fare, a risolvere le questioni misurandosi da soli. Una tendenza che vedo nella pratica, e questo anche nei bambini che non hanno nessuna difficoltà, nei bambini “bravi”.  Un esempio chiaro sono state le simulazioni delle prove INVALSI, in cui non c’è più il “crocettamento casuale” tanto per provare e finire che ho visto per anni, quanto un blocco alla prima domanda che non viene compresa.  Mi ha molto sorpreso come mi chiedano molto spesso “in che senso?” anche a domande di cui conoscono benissimo la risposta.
In queste settimane di costanti notizie sulla guerra mi sembra che la situazione sia peggiorata. Forse ingenuamente, ma ho l’impressione che è come se la responsabilità delle più piccole cose fosse affidata completamente all’adulto. Viene richiesto uno schema precisissimo a cui aderire, una griglia a cui uniformarsi chiaramente e senza rischio di dover improvvisare, perché il pericolo incombe. Confrontandomi con le colleghe mi sono spesso ritrovata a riscontrare le stesse difficoltà a “provare”, a prescindere dalla materia. Avete una chiave di lettura in proposito? L

Risponde Anna Cicogna per Telemaco Trieste: Cara L., in primo luogo grazie della sua domanda e soprattutto delle sue osservazioni, che sono preziose davvero. Scrive dei bambini -che guarda con attenzione- e ci dice di aver notato una sorta di blocco, una difficoltà nel prendere l’iniziativa. Un arresto di fronte al rischio di sbagliare, di fronte a un punto di percepito non sapere che si accompagna alla richiesta rivolta all’adulto: “in che senso?”
Trovo che questa scena dica benissimo di una questione che, come nota puntualmente, si lega a filo doppio sia con il tempo psichico che stanno attraversando i bambini che accompagna sia con il tempo che collettivamente abbiamo attraversato e stiamo attraversando. Alle elementari i bambini, attraverso l’incontro con la scuola come istituzione, come gruppo dei pari, come comunità, devono confrontarsi con una svolta, con un tornante della separazione. La scuola è un Altro diverso da quello familiare, che ha delle regole altre, che chiede al bambino di rispondere in prima persona, senza la mediazione costante della parola dei genitori.
Il tempo del lockdown a cui fa riferimento ha significato una mancata alternanza tra il mondo familiare, dell’altro della cura, dell’altro che fa le cose con il bambino e per il bambino e il mondo della scuola, che è un nome del fuori. Un imbozzolamento  che ha protetto, certo, ma che ha anche reso più fragili e spaventati di fronte al nuovo, al rischio dell’aperto, agli spifferi dell’incontro.
Freud, in Inibizione sintomo e angoscia, scrive dell’inibizione, della difficoltà del desiderio che si profila nell’atto, nella vita, nel sapere. Inibizione che risuona nell’“indisponibilità a provare” di cui scrive e che nasce dall’angoscia. Dall’angoscia di cosa? In questo caso dall’angoscia di separarsi, di “provare da soli”, come dice con precisione, di lasciare la mano rassicurante della parola familiare e provare a dire la propria risposta, anche fosse “casuale”.
Una difficoltà che non si annoda solo con il tempo del “tutto familiare” di cui abbiamo detto, ma anche con l’orizzonte con cui ci confrontiamo nel qui ed ora. Un orizzonte che non si profila certo come rassicurante, anzi, ma come una minaccia in cui gli stessi adulti si trovano ad essere angosciati, arrabbiati, confusi, disorientati.
Il divenire del mondo e della vita, il tempo in cui siamo, tesse la trama del nostro vissuto e del nostro inconscio e, come scrive Benasayang ne L’epoca delle passioni tristi, non possiamo immaginare che i bambini siano “impermeabili” alle influenze esterne. I bambini come gli adulti, come tutti sono immersi nella storia, solo che per quanto li riguarda il tempo viene  filtrato, riscritto, delimitato dalla parola dell’adulto, proprio quella parola che spiega “in che senso”.
Il chiedere “in che senso?” è una domanda che va al di là del risultato di 3+5:  in un tempo confuso, in cui i confini si spostano, in cui aleggia l’angoscia, è difficile annodare, rintracciare, poter trovare un senso. È difficile per noi adulti, è difficile anche per i bambini solo che, a differenza nostra, lo dicono, lo mettono in parola.
La sua intuizione non è affatto ingenua: la richiesta dello schema, della regola chiara, ha a che fare esattamente con il rischio di fare un passo fuori dai quadretti. In un tempo in cui si respira l’incertezza, in cui si respira la paura (fosse anche solo per i frammenti di immagini e video a cui è impossibile sottrarsi) la risposta dei bambini di cui ci parla ha a che fare con la ricerca sì di una norma, di una spiegazione rassicurante e precisa che ordini le cose, ma anche di una mano che li accompagni, perché c’è troppo che non si sa, perché come scrive “il pericolo incombe”, perché il mondo scuote.
Il mio augurio è di continuare a spiegargli non tanto il risultato, quanto piuttosto perché ha senso mettersi a capire quanto fa 3+5. E di avere la pazienza di farlo ancora, di nuovo, uno per uno.

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