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mercoledì, 10 Agosto 2022

Una città “irlandese”. Quando Anthony Burgess s’innamorò di Trieste

26.03.2022 – 07.01 – Solitamente il ricordo di Anthony Burgess – letterato, glottoteta e autore dell’iconico “Arancia meccanica“, immortalato nella celluloide da Kubrick – è connesso a Trieste dal musical radiofonico “Blooms of Dublin” che venne tradotto e musicato proprio da un triestino, l’attore Mario Maranzana (1930-2012). Era un’originale rielaborazione dell’Ulisse joyciano, del quale Burgess era grande cultore; una versione radiofonica che andò in onda per la BBC nel 1982, offrendo una versione del testo di Joyce divulgativa e frizzante, senza la pesantezza dell’opera originaria. La traduzione italiana, dal titolo Ulyssea, “triestinizzava” Leopold Bloom: la traduzione preparata da Burgess era infatti venata di pesanti inflessioni triestine con riferimenti espliciti alla città-porto. Ulyssea avrebbe dovuto debuttare al Teatro Verdi, ma per ragioni finanziarie il progetto rimase negli archivi. Ora il lascito di Burgess a Trieste, nell’occasione dei cent’anni dal debutto alle stampe dell’Ulisse, torna prepotentemente di attualità. L’eredità infatti di Anthony Burgess nei confronti di Trieste non si limita all’opera radiofonica; quale esperto accademico Burgess infatti visitò Trieste più e più volte negli anni Ottanta del novecento, apprezzando quelle stesse atmosfere che, a suo tempo, avevano avvinto James Joyce. Proprio nella prima metà del giugno 1987, Antohony Burgess era ospite a Lugano, in Svizzera, del cosiddetto “Pen club international”, giunto al cinquantesimo congresso. Quale corrispondente era presente il giornalista Willer Bordon che scelse, tra i tanti scrittori, di intervistare proprio Anthony Burgess. Un’intervista fiume, ricca di domande sull’Italia; e nella quale Trieste giocò un ruolo rilevante. Una frazione dell’intervista venne poi recuperata l’11 giugno 1987 dal Meridiano di Trieste. Sebbene le interviste del giornale locale si caratterizzassero per una certa “disinvoltura” nella traduzione e nel riportare i fatti, l’intervista a Burgess rimane un’interessante testimonianza dei legami di Trieste con l’Irlanda e i suoi (grandi) autori.

Dopo aver scelto di propria volontà di parlare in italiano con Bordon – dopotutto Burgess aveva vissuto a lungo in Italia – lo scrittore non risparmia tempo nel raccordare l’opera magna di Joyce con Trieste. Secondo Burgess Leopold Bloom è molto simile a Italo Svevo; “i capelli di Annalivia, sono quelli della moglie di Svevo e poi c’è la Dublino dell’Ulisse che tutti i dublinesi che incontro dicono che non è mai stata così”. Potrebbe pertanto trattarsi di “una Dublino vista attraverso i filtri di Trieste”. Del resto, osserva Burgess, “Joyce parlava triestino. Ho visto una cartolina postale della figlia Lucia: “caro babo go una bella bala“.
Senza dubbio “È triestino, ma al di là di questo, al di là di questi aspetto di colore, la cosa importante è che Ulisse è un prodotto di Trieste o forse più semplicemente di una certa Trieste, quella dell’impero austriaco”.

Burgess come un filo asburgico? Paradossale, ma non impossibile: “Assieme a mia moglie sono sempre stato un ammiratore di questo impero che ha prodotto la più grande letteratura moderna e che nel campo della musica ha avuto uomini come Mozart e Haydn. Trieste grande porto dell’impero presenta una concentrazione della cultura di quel mondo e Joyce, sempre astuto, sempre intelligente, ha visto questo aspetto di Trieste: un vero centro di cultura”.

Il tema della frontiera era, nel 1987, “caldo” come oggigiorno; e Burgess a questo proposito ritiene che Joyce avesse varcato la metaforica frontiera proprio attraverso l’esperienza triestina, “svecchiando” una visione altrimenti provinciale della scrittura:
“Non era possibile per Joyce scrivere nel modo che usano a Dublino, non era possibile per Yeats, il grande poeta irlandese, che però era solo per metà inglese e non parlava irlandese… Le influenze essenzialmente europee, Joyce aveva cominciato a “curarle” a Trieste. Fu una bella scelta di città, crogiuolo di diverse culture, di diverse nazionalità”.
Infatti, secondo Burgess, “anche Joyce vedeva che il dialetto triestino conteneva elementi slavi, utili per lui perché la moglie del protagonista è per metà russa. Era la città ideale”.

Ma qual era, al di là degli studi joyciani, l’opinione di Burgess su Trieste? “È una città molto simpatica” si complimenta lo scrittore “in un certo senso molto irlandese. Una città dove si beve birra, piena di marinai. In questo non è Liverpool, non è Londra, è più Dublino“.
Burgess, a conclusione dell’intervista, si augurava infatti di tornare presto a Trieste: “Londra è impossibile, New York è impossibile, Milano è impossibile. Trieste is possible“.

Fonti: Io, Burgess, come Joyce amo Trieste, città “irlandese” in Il Meridiano di Trieste, 11 giugno 1985

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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